Non servono genitori cattivi per fare qualcosa che può danneggiare un bambino.
Bastano, a volte, adulti stanchi che interpretano un comportamento senza chiedersi cosa ci sia dietro.
Quando il problema diventa il bambino
Un bambino piange, non vuole andare a scuola, si arrabbia facilmente, non riesce a concentrarsi o sembra sempre distratto.
La domanda più immediata può diventare: “Che cosa c’è che non va in lui?”.
Ma potremmo cominciare da un’altra: “Che cosa sta cercando di comunicarci?”
Non significa che ogni difficoltà dipenda dall’ambiente o dagli adulti. I bambini possono avere caratteristiche, bisogni o difficoltà che richiedono valutazioni professionali. Significa che il comportamento è un’informazione, non una diagnosi.
Aspettative troppo grandi
Un altro rischio è trasformare ogni confronto con gli altri in un giudizio.
“Tuo fratello alla tua età lo faceva già.” “Guarda come sono bravi gli altri.” “Sei intelligente, quindi non hai scuse.”
Una frase può sembrare motivante a un adulto e diventare, per un bambino, la sensazione di non essere mai abbastanza.
Ascoltare non significa assecondare
Questo è forse il punto più difficile. Ascoltare un bambino non significa lasciargli decidere tutto. Possiamo dire “capisco che hai paura” e contemporaneamente dire “andiamo comunque”. Possiamo riconoscere la rabbia senza permettere che la rabbia faccia male agli altri.
Il limite e l’ascolto non sono opposti. Un bambino ha bisogno di entrambi.
La domanda che rimane
Forse il modo più semplice per cominciare a educare meglio è fermarsi qualche secondo prima di correggere e chiedersi: “Sto cercando di capire mio figlio o sto solo cercando di farlo comportare come voglio io?”
