Un vecchio articolo de L’Elastico immaginava una lettera che una parte della sinistra avrebbe potuto scrivere ai propri elettori: “Abbiamo sbagliato”.
Il problema è che una buona autocritica politica non dovrebbe cominciare dalle colpe degli avversari. Dovrebbe cominciare da una domanda molto più scomoda: quali nostre convinzioni potremmo avere difeso troppo a lungo?
La libertà di parola vale anche quando ci irrita
Una forza politica può avere idee forti su razzismo, sessismo, religione, immigrazione o disuguaglianza. Ma se considera legittima la libertà di parola soltanto quando le opinioni sono già compatibili con le proprie, quella libertà diventa una parola vuota.
E i lavoratori?
Una politica progressista può voler ridurre le disuguaglianze. Ma deve anche chiedersi se una misura pensata per proteggere qualcuno produca, in alcuni casi, effetti inattesi su chi dovrebbe beneficiare di quella protezione.
Il punto non è abbandonare gli obiettivi. È controllare continuamente se gli strumenti funzionano.
E quando perdi?
Una delle prove più difficili per qualunque movimento politico arriva dopo una sconfitta elettorale. È più semplice attribuirla agli avversari, ai media, alla disinformazione o agli elettori. È molto più difficile chiedersi se una parte del problema sia stata la propria proposta.
Questo vale per la sinistra. Ma vale esattamente allo stesso modo per la destra, per il centro e per qualunque altra forza politica.
La domanda che rimane
Quale idea politica saresti disposto a cambiare se i fatti dimostrassero che non funziona?
Forse questa è una domanda più importante di qualunque promessa elettorale.
