“Tutte le culture sono uguali”. È una frase che può voler dire molte cose diverse.
Può significare che nessun essere umano vale più di un altro. Può significare che dobbiamo rispettare la dignità di persone con tradizioni diverse. Ma può anche essere interpretata come l’idea che non sia mai possibile giudicare una pratica culturale.
E qui nasce il problema
Immaginiamo una pratica che limiti pesantemente la libertà di una persona. Possiamo criticarla? E se quella pratica fosse considerata tradizionale? Il fatto che appartenga a una cultura la rende automaticamente intoccabile?
Se rispondiamo di sì, dobbiamo spiegare perché una tradizione dovrebbe essere immune da qualsiasi giudizio morale. Se rispondiamo di no, dobbiamo spiegare quali criteri utilizziamo.
Quali criteri?
Possiamo parlare di libertà individuale, consenso, uguaglianza davanti alla legge, protezione dei minori, possibilità di dissentire, violenza o capacità delle persone di scegliere la propria vita.
Ma anche qui emergono domande difficili. Chi stabilisce questi criteri? Sono davvero universali? E quanto possiamo essere sicuri che i nostri stessi valori non siano influenzati dalla cultura in cui siamo cresciuti?
Rispetto non significa necessariamente approvazione
Forse possiamo separare due concetti che spesso vengono confusi.
Una persona può meritare rispetto anche quando una sua pratica, un’idea o un’istituzione viene criticata.
Questo vale per le culture così come vale per le persone: comprendere perché qualcosa esiste non ci obbliga a considerarla giusta.
La domanda che rimane
Forse la domanda più interessante non è “quale cultura è migliore?”.
È: “Quali valori siamo disposti a considerare universali, e perché?”
Per rispondere dobbiamo fare qualcosa di scomodo: mettere sotto esame anche i valori con cui siamo cresciuti.
