A cosa serve un’organizzazione che non può far rispettare le proprie regole?

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Un’organizzazione internazionale può avere centinaia di risoluzioni, decine di organi, migliaia di funzionari e un palazzo pieno di delegazioni. Ma cosa succede quando le sue decisioni non producono conseguenze nel mondo reale?

È la domanda con cui Javier Milei ha attaccato duramente le Nazioni Unite durante il suo intervento alla 81ª Assemblea generale, il 23 settembre 2026. Il presidente argentino ha definito l’ONU una «organizzazione inutile» e ha usato la disputa sulle Falkland, che in Argentina sono chiamate Malvinas, come uno dei principali esempi della distanza tra le decisioni dell’organizzazione e ciò che accade sul terreno.

La domanda di Milei

Il ragionamento di Milei è semplice: se un’organizzazione internazionale approva una risoluzione, ma non dispone degli strumenti per farla rispettare, quanto vale quella risoluzione?

Nel caso delle Malvinas, il presidente argentino ha richiamato la Risoluzione 3149 dell’Assemblea generale del 1976, che invitava Argentina e Regno Unito ad astenersi da azioni unilaterali mentre la controversia sulla sovranità rimaneva aperta. Secondo Milei, il problema è che, cinquant’anni dopo, la disputa è ancora irrisolta e attività economiche nelle acque circostanti continuano a essere autorizzate dalle autorità britanniche e contestate da Buenos Aires.

Da qui la sua conclusione: «non mancano parole o risoluzioni; mancano conseguenze». È un’accusa politica, non un fatto neutrale: Milei sta sostenendo che l’ONU abbia perso parte della propria capacità di incidere sulla realtà.

Ma una risoluzione dell’ONU è una legge mondiale?

Qui la questione diventa più interessante. Una risoluzione dell’Assemblea generale non equivale automaticamente a una sentenza di un tribunale mondiale né possiede, in quanto tale, lo stesso meccanismo coercitivo di una legge nazionale. L’Assemblea generale può esprimere posizioni, raccomandazioni e principi politici, mentre il sistema delle Nazioni Unite distribuisce poteri diversi tra Assemblea generale, Consiglio di sicurezza, Corte internazionale di giustizia e altri organi.

Questo non rende le risoluzioni prive di valore. Ma significa che il loro peso dipende anche dalla capacità degli Stati di trasformare quelle decisioni in comportamento concreto.

E le Falkland?

La disputa è tutt’altro che semplice. Il Regno Unito amministra le isole dal 1833 e sostiene il diritto degli abitanti all’autodeterminazione. Argentina considera invece le isole parte del proprio territorio e sostiene che la popolazione attuale sia il risultato della presenza britannica successiva alla sua espulsione. Nel 1982 i due Paesi combatterono una guerra per il controllo dell’arcipelago; il Regno Unito prevalse e mantiene tuttora il controllo delle isole.

Nel referendum del 2013, il 99,8% dei votanti delle Falkland si espresse per mantenere lo status di territorio britannico d’oltremare. Argentina contesta però che questo voto possa risolvere una controversia di sovranità nella quale considera determinante il principio dell’integrità territoriale.

Quindi anche la parola «autodeterminazione» nasconde una domanda precedente: chi ha il diritto di decidere quando due principi internazionali sembrano entrare in conflitto?

L’ONU è davvero inutile?

Qui conviene separare la provocazione dalla domanda concreta.

L’ONU non è soltanto l’organizzazione che deve risolvere una controversia territoriale. È anche un sistema attraverso cui gli Stati negoziano, adottano trattati, coordinano programmi internazionali e affrontano questioni che nessun singolo Paese può gestire facilmente da solo. Dire che una determinata istituzione non riesce a imporre la propria volontà in ogni conflitto non dimostra, da solo, che l’intera organizzazione sia inutile.

Ma esiste un problema più profondo nella critica di Milei: la credibilità di un’istituzione dipende anche dal rapporto tra ciò che dichiara e ciò che riesce effettivamente a ottenere.

Se una regola viene continuamente ignorata senza conseguenze, la domanda non riguarda più soltanto quella singola regola. Riguarda il valore dell’intero sistema che dovrebbe sostenerla.

Il problema delle istituzioni senza potere

È un problema che va ben oltre le Falkland.

Una famiglia può stabilire una regola che nessuno rispetta. Un’azienda può scrivere un regolamento che nessuno applica. Uno Stato può approvare una legge che le autorità non sono in grado di far rispettare. E un’organizzazione internazionale può adottare risoluzioni che dipendono, alla fine, dalla volontà degli stessi Stati che l’hanno creata.

In tutti questi casi emerge la stessa distinzione: avere una regola non significa avere il potere di farla rispettare.

Forse è proprio questo il punto più interessante del discorso di Milei. Non è necessario condividere la sua valutazione dell’ONU, né la sua posizione sulla sovranità delle Falkland, per prendere sul serio la domanda.

Quanto può durare un sistema internazionale nel quale le decisioni sono numerose, ma la loro capacità di produrre conseguenze dipende quasi sempre dalla volontà degli Stati?

E soprattutto: quando un’organizzazione non riesce a far rispettare le proprie regole, il problema è che l’organizzazione è inutile… oppure che non le abbiamo mai dato il potere necessario per esserlo?


Fonte di partenza: l’intervento di Javier Milei alla 81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite del 23 settembre 2026. Le valutazioni sulla funzione dell’ONU e sulla disputa delle Falkland sono presentate distinguendo, per quanto possibile, i fatti dalle posizioni espresse dalle parti.


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Javier Milei ha definito l’ONU un’organizzazione inutile. La disputa sulle Falkland apre però una domanda più interessante: quanto vale una regola internazionale che non può essere fatta rispettare?

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