Ho provato a confrontarmi seriamente con i “Queers for Palestine”

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Adattamento in prima persona dell’intervento di Nikos Sotirakopoulos sul tema “Queers for Palestine”. Le opinioni espresse nella parte principale dell’articolo sono attribuite all’autore dell’intervento; nella sezione finale L’Elastico aggiunge contesto e alcune domande.

Volevo capire. Non fare una battuta

Per un po’ di tempo ho sentito parlare di “Queers for Palestine” e, lo ammetto, la prima reazione sarebbe stata molto semplice: prenderli in giro.

Perché l’idea sembra paradossale. Da una parte abbiamo persone che difendono apertamente i diritti delle persone gay e queer. Dall’altra abbiamo una causa politica legata a una società nella quale, almeno su questi temi, esistono posizioni molto più conservatrici.

Ma ho pensato che fosse troppo facile fermarsi alla battuta.

Così ho provato a fare una cosa diversa: cercare qualcuno che sostenesse seriamente quella posizione e provare a capire il ragionamento.

La risposta che ho trovato

Ho trovato una persona che si definiva queer e favorevole alla causa palestinese. E la cosa interessante è che non negava affatto il problema.

Il suo ragionamento, in sostanza, era questo: sì, riconosco che Hamas e, più in generale, una parte della società palestinese possono avere posizioni fortemente ostili alle persone gay. Se fossi apertamente gay in quei contesti, potrei essere sottoposto a discriminazioni o violenze. Ma questo non cambia la mia posizione sulla questione palestinese.

Perché?

Perché, secondo lui, il diritto all’autodeterminazione appartiene a tutti, non soltanto alle persone che condividono i nostri valori.

Ed è qui che, per me, comincia la questione veramente interessante.

“Non posso giudicarli”

Il ragionamento prosegue più o meno così: non spetta a me dire a un altro popolo che non ha diritto di decidere del proprio futuro perché non approvo la sua cultura o le sue idee. Esistono altri Paesi nei quali le persone gay sono trattate molto male. Questo, però, non significa automaticamente che un Paese straniero abbia il diritto di invaderli o occuparli.

Da questo punto di vista, la posizione ha una sua coerenza.

Se crediamo nell’autodeterminazione, possiamo davvero dire che essa vale soltanto per le persone che la pensano come noi?

Il problema che vedo, però, è un altro.

Perché l’autodeterminazione dovrebbe impedirmi di giudicare una pratica che considero moralmente sbagliata?

Qui secondo me c’è un salto logico importante. Una cosa è dire: “Non voglio che il mio governo invada un altro Paese soltanto perché non approvo la sua cultura”. Un’altra è dire: “Non posso giudicare quella cultura”.

Sono due affermazioni completamente diverse.

Il relativismo morale

Ed è proprio questo il punto che mi interessa.

Se tutte le culture hanno il diritto di decidere per conto proprio, significa forse che non possiamo più usare alcuno standard universale per giudicarle?

Se una società discrimina gli omosessuali, posso dire che è sbagliato?

Se una società discrimina le donne, posso dirlo?

Se una società perseguita una minoranza religiosa, posso dirlo?

Oppure devo rispondere: “È la loro cultura. Non possiamo giudicare”?

Per me questa seconda strada è pericolosa.

Perché alla fine rischiamo di costruire una morale a compartimenti stagni: una serie di principi universali per noi e una serie di regole diverse per gli altri.

E questo, paradossalmente, può diventare una forma di paternalismo.

Ma autodeterminazione significa davvero approvare?

Vorrei essere molto preciso su questo punto.

Dire che un popolo ha diritto all’autodeterminazione non significa dire che tutto ciò che quel popolo fa è giusto.

Posso difendere il diritto di una persona a prendere una decisione e contemporaneamente pensare che quella decisione sia terribile.

Posso sostenere il principio dell’autodeterminazione e contemporaneamente condannare la persecuzione di una minoranza.

Posso rifiutare un’invasione militare e contemporaneamente dire che una determinata legge o pratica è moralmente sbagliata.

Non sono contraddizioni.

La contraddizione nasce quando trasformiamo il rispetto per l’autodeterminazione in impossibilità di giudicare.

Il caso dei “Queers for Palestine”

Ed è questo che rende il caso così interessante.

Una persona queer può sostenere la causa palestinese per molte ragioni: perché considera centrale il diritto all’autodeterminazione, perché ritiene ingiuste determinate politiche israeliane, perché considera prioritaria la protezione dei civili, oppure perché legge il conflitto attraverso una prospettiva anticoloniale.

Non c’è bisogno di immaginare che tutte queste persone siano stupide, in malafede o inconsapevoli delle contraddizioni.

Alcune possono conoscere perfettamente il problema e scegliere comunque di dare priorità ad altri principi.

Ed è proprio per questo che vale la pena confrontarsi seriamente con loro.

Il vero punto, secondo me, è capire se un principio universale rimane universale quando viene applicato a persone e culture che non condividiamo.

Ma c’è anche un’altra parte della storia

Qui, però, bisogna stare attenti a non trasformare la mia critica in una caricatura dell’altra parte.

Esistono persone e organizzazioni queer palestinesi che contestano proprio l’idea che la società palestinese debba essere descritta semplicemente come un blocco omofobo. Un esempio è alQaws, organizzazione palestinese che lavora sui temi della sessualità e dell’identità e che interpreta la questione queer anche all’interno della lotta politica palestinese.

AlQaws, per esempio, critica apertamente quello che definisce “pinkwashing”: l’uso dei diritti LGBTQ come strumento per presentare Israele come progressista e, secondo l’organizzazione, distogliere l’attenzione dalla condizione dei palestinesi.

Quindi la realtà è più complessa della formula “persone gay che difendono chi odia i gay”. Esistono anche palestinesi queer che contestano contemporaneamente il conservatorismo sociale, il patriarcato e ciò che considerano l’uso politico della loro identità.

Ed è qui che torno alla domanda iniziale

Io continuo a pensare che il problema più profondo sia il modo in cui giudichiamo le culture.

Se diciamo che una società occidentale deve rispettare determinati diritti perché consideriamo quei diritti universali, allora dobbiamo essere disposti a usare lo stesso metro anche quando guardiamo società molto diverse dalla nostra.

Ma dobbiamo anche accettare l’altra conseguenza: se consideriamo universale un diritto, non possiamo smettere di considerarlo tale soltanto perché la persona che lo rivendica appartiene al gruppo che ci è politicamente più vicino.

Non posso dire: “I diritti degli omosessuali sono universali” e poi, quando una società che mi piace li viola, rispondere: “Non giudichiamo le altre culture”.

Ma non posso nemmeno fare il contrario: usare i diritti delle persone queer come argomento per negare automaticamente a milioni di persone qualunque altro diritto politico.

Bisogna tenere insieme entrambe le cose.

L’Elastico: il punto non è scegliere una squadra

La cosa che trovo più interessante nell’argomentazione di Nikos non è nemmeno la domanda “Queers for Palestine: sì o no?”.

È una domanda molto più scomoda:

possiamo difendere l’autodeterminazione senza trasformarla in un lasciapassare morale?

E, dall’altra parte, possiamo difendere i diritti individuali senza trasformare quei diritti in una giustificazione automatica per decidere il destino di altre popolazioni?

Io credo che sia proprio qui che il discorso diventa interessante.

Perché possiamo dire contemporaneamente che una persona ha diritto a vivere liberamente la propria sessualità e che un popolo ha diritto all’autodeterminazione. Possiamo condannare una discriminazione senza per questo sostenere un’invasione. Possiamo criticare una cultura senza considerare inferiori tutte le persone che ne fanno parte.

E soprattutto possiamo giudicare.

Non per forza per imporre la nostra morale agli altri, ma per applicare i nostri principi con coerenza.

Forse il vero problema non è che alcune persone queer sostengano la Palestina.

Il vero problema sarebbe scoprire che quando un principio è davvero universale, improvvisamente diventa universale solo quando ci fa comodo.

Abbiamo un’idea. Vediamo se regge.


Fonti e contesto

  • Nikos Sotirakopoulos, intervento nel programma Unholy Alliance — The Left & Islamism, Yaron & Nikos Dialogues, segmento “Queers for Palestine”, circa 57:00–1:04:47, con successiva domanda del pubblico alle 1:32:40. La trascrizione disponibile è automatica e la parte principale dell’articolo è un adattamento, non una trascrizione letterale. citeturn1search0
  • alQaws, organizzazione queer palestinese, sui temi della liberazione queer, del colonialismo e del cosiddetto “pinkwashing”. citeturn0search3turn0search4

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Nikos Sotirakopoulos prova a prendere sul serio una posizione che sembra paradossale: sostenere la causa palestinese pur riconoscendo le difficoltà che le persone queer possono incontrare in società palestinesi. Ma autodeterminazione significa anche rinunciare a giudicare?

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