I dettagli brutali del piano dell’Islam che i media ignorano

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Voglio raccontarvi qualcosa che ho capito molto tempo fa e che, secondo me, l’Occidente continua a non voler vedere. Io sono cresciuta in Libano. Ho vissuto la guerra civile, ho visto cosa succede quando gli islamisti riescono a prendere piede in un Paese e ho portato con me questa esperienza quando sono arrivata negli Stati Uniti.

Per questo, dopo l’11 settembre, continuavo a dire una frase che per molti sembrava esagerata: il mio passato può diventare il futuro dell’America, se l’America non si sveglia.

Non lo dicevo perché pensassi che ogni musulmano fosse un estremista. Lo dicevo perché avevo già visto un processo simile. E quando ho scoperto un documento interno dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani dedicato al Nord America, ho avuto la sensazione di vedere la stessa storia raccontata prima ancora che accadesse.

Il documento che mi ha fatto scattare l’allarme

Il documento arrivò alla mia attenzione tra il 2006 e il 2007, dopo essere stato presentato dal governo americano come prova nel processo contro la Holy Land Foundation. Era un memorandum del 1991 che descriveva gli obiettivi strategici dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani in Nord America.

Quando l’ho letto, la cosa che mi ha colpito non è stata una frase generica sulla diffusione dell’Islam. Erano i dettagli.

Il documento parlava di costruire organizzazioni, influenzare la cultura e la politica, entrare nelle istituzioni, creare una presenza all’interno dei partiti e formare persone capaci di avere accesso ai luoghi dove vengono prese le decisioni.

Quello che ho visto era una strategia di lungo periodo. Non un colpo di Stato. Non una guerra combattuta necessariamente con le armi. Una strategia che avrebbe potuto sfruttare proprio le libertà delle società occidentali per trasformarle dall’interno.

Quando cominciai a parlarne, mi sentivo ripetere sempre la stessa cosa: non può succedere qui.

Io invece pensavo: io questa storia l’ho già vista.

Un piano di cento anni

La mia lettura del memorandum è che l’organizzazione dei Fratelli Musulmani abbia concepito il suo lavoro in Occidente come un progetto generazionale. Il documento risale al 1991. Sono passati decenni e io continuo a chiedermi quanto a lungo possiamo permetterci di ignorare una strategia solo perché non produce risultati immediati.

Una società libera tende a ragionare in termini di quattro o cinque anni. Un’organizzazione ideologica può ragionare in termini di generazioni.

Ed è qui che, secondo me, l’Occidente commette un errore fondamentale: presume che tutti abbiano lo stesso orizzonte temporale, gli stessi obiettivi e la stessa idea di società.

Non serve conquistare un Paese con i carri armati

Quando penso a quello che sta succedendo, non penso necessariamente a un esercito che attraversa una frontiera. Penso alla politica.

Se vuoi influenzare una società democratica, puoi cercare di entrare nei suoi partiti. Puoi creare associazioni. Puoi diventare interlocutore delle istituzioni. Puoi partecipare alle università, ai media, alle organizzazioni civiche. Puoi candidarti alle elezioni.

E questa è precisamente la parte che secondo me molti non capiscono: una società democratica può essere influenzata democraticamente.

Non devi sparare a nessuno. Devi organizzarti.

Devi essere più disciplinato, più motivato e più disposto a impegnarti politicamente rispetto alla maggioranza delle persone che, semplicemente, tornano a casa dopo il lavoro e si disinteressano della politica fino alle elezioni successive.

Il problema non è il vicino musulmano

Voglio essere molto chiara su questo punto, perché è facile fraintendere ciò che sto dicendo.

Il mio vicino musulmano può essere una persona meravigliosa. Può essere ospitale, gentile, generosa. La cultura mediorientale è famosa per l’ospitalità. Io stessa ho conosciuto persone così.

Non sto parlando della simpatia di una persona. Sto parlando di un’ideologia politica e religiosa che, quando prende il controllo di una società, secondo la mia esperienza tende a regolare non soltanto la vita di chi la segue, ma anche quella degli altri.

Questa distinzione è fondamentale.

Una persona musulmana che vuole vivere liberamente in Occidente, lavorare, crescere i propri figli e rispettare le leggi del Paese non è la stessa cosa di un movimento che vuole trasformare quelle leggi secondo un progetto islamista.

Il problema della pressione sociale

Una delle cose che mi preoccupano di più è la pressione sociale.

Immaginate una comunità nella quale arrivano sempre più persone con una forte identità religiosa, nasce una grande moschea, si forma una leadership religiosa organizzata e una parte molto attiva della comunità comincia a chiedere che il resto della società si adegui.

La maggioranza può essere molto più numerosa, ma se è passiva, chi è organizzato può avere un’influenza enorme.

È per questo che continuo a ripetere che una piccola minoranza molto motivata può trascinare una maggioranza indifferente.

Non sto dicendo che questo accada automaticamente ogni volta che aumenta una popolazione musulmana. Sto dicendo che, quando esiste un progetto politico organizzato, la passività della maggioranza diventa una vulnerabilità.

La questione palestinese come punto di mobilitazione

Nel colloquio con Dave Rubin parlo anche della questione palestinese. La mia tesi è che, negli ultimi decenni, la causa palestinese sia diventata un potente punto di mobilitazione del mondo islamico.

Non significa che ogni persona che sostiene i palestinesi faccia parte dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani. E non significa nemmeno che i palestinesi siano tutti musulmani: esistono anche palestinesi cristiani.

Il punto che voglio sottolineare è un altro: una causa politica può diventare uno strumento capace di mobilitare milioni di persone molto oltre i confini del conflitto originale.

Quando una causa viene trasformata in una questione religiosa globale, la sua capacità di mobilitazione cambia completamente.

Perché continuo a parlare di politica

Per me la risposta non è la violenza. È l’esatto contrario.

Se crediamo nelle nostre istituzioni, dobbiamo usarle. Se crediamo nella libertà di parola, dobbiamo parlare. Se crediamo nelle elezioni, dobbiamo votare. Se crediamo nella nostra Costituzione, dobbiamo difenderla attraverso gli strumenti democratici.

Non possiamo lamentarci che altri siano organizzati se noi non siamo disposti a esserlo.

Io credo che questo sia il punto che l’Occidente continua a non comprendere: la libertà non si conserva da sola.

La mia richiesta alla politica americana

Per questo, nel colloquio, chiedo all’amministrazione americana di prendere una posizione molto più dura nei confronti dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani e delle organizzazioni che, secondo me, ne rappresentano le strutture di facciata negli Stati Uniti.

La mia richiesta è che l’organizzazione dei Fratelli Musulmani venga designata come organizzazione terroristica negli Stati Uniti e che vengano colpite le organizzazioni che ne costituiscono, secondo questa lettura, la rete di influenza.

È una posizione forte. Ma è proprio perché la considero una questione di sicurezza nazionale che penso non si possa più rimandare.

Ho già visto questo film

La cosa che più mi preoccupa non è che tutti siano estremisti. È che una società libera può sottovalutare per anni una minoranza estremamente organizzata.

Io ho vissuto in un Paese dove gli islamisti hanno acquisito influenza e hanno contribuito a trasformare la società. Quando sono arrivata negli Stati Uniti, avevo ancora quella storia davanti agli occhi.

Per questo, quando guardo ciò che accade oggi, non riesco semplicemente a dire: non succederà mai qui.

Perché l’ho già visto succedere.

E la domanda che continuo a porre non è se ogni musulmano voglia trasformare l’Occidente. So che non è così.

La domanda è se l’Occidente sia abbastanza sicuro di sé da riconoscere un’ideologia quando questa cerca di usare le sue stesse libertà contro di lui.

Ma c’è una cosa che nel 2026 è cambiata

Qui interviene L’Elastico. Nel video Gabriel chiede perché gli Stati Uniti non abbiano ancora designato l’organizzazione dei Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica. Questa parte oggi va aggiornata: nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno designato come terroristiche alcune branche dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani — quelle egiziana, giordana e libanese — mentre a marzo è stata designata anche la branca sudanese. Non si tratta però della designazione dell’intera rete dell’organizzazione o di una generica “organizzazione dei Fratelli Musulmani americana”.

Questo dettaglio non rende automaticamente vera o falsa la tesi di Gabriel. Ma cambia il punto di partenza: la questione non è più semplicemente se Washington riconosca un problema legato all’organizzazione dei Fratelli Musulmani. È anche quanto debbano essere estese e precise le misure adottate, e quali organizzazioni possano essere effettivamente collegate a quelle designate sulla base di prove verificabili.

Una distinzione che vale la pena fare

Il titolo del video parla di “Islam”. Nel colloquio, però, gran parte dell’argomentazione riguarda l’organizzazione dei Fratelli Musulmani, l’islamismo politico e le organizzazioni che Gabriel considera parte della sua rete di influenza.

Non è una distinzione secondaria. Islam è una religione globale, mentre islamismo è un termine usato per indicare correnti che attribuiscono alla religione un ruolo politico e sociale particolare, con interpretazioni molto diverse tra loro.

Possiamo quindi prendere sul serio l’allarme di Gabriel senza trasformarlo automaticamente in un’accusa contro tutti i musulmani.

E forse è proprio questa la domanda più interessante: quanto è capace una società libera di difendersi da un’ideologia organizzata senza finire per combattere anche persone che non condividono quell’ideologia?

Io penso che questa sia la sfida vera.


Fonte e contesto: questo articolo è un adattamento fedele, in prima persona, del colloquio del 25 settembre 2026 tra Dave Rubin e Brigitte Gabriel nel The Rubin Report. Sono stati mantenuti la tesi, gli esempi, le provocazioni e la conclusione dell’intervento di Gabriel, senza presentare automaticamente come fatti tutte le sue interpretazioni. Le precisazioni finali sono interventi editoriali de L’Elastico e aggiornano alcuni elementi alla luce degli sviluppi del 2026.


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Brigitte Gabriel sostiene che la Fratellanza Musulmana abbia costruito per decenni una strategia di influenza dell’Occidente. Ma quanto di questa tesi è documentato, e dove inizia l’interpretazione?

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