Posso difendere chi non difenderebbe me?

5–8 minuti

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Immaginiamo di essere una persona queer.

Viviamo in una società occidentale. Abbiamo costruito la nostra identità, i nostri diritti e la nostra libertà proprio intorno all’idea che ogni individuo debba poter vivere come vuole, amare chi vuole e non essere discriminato per ciò che è.

Poi guardiamo a una società nella quale sappiamo che l’omosessualità e le identità queer possono essere fortemente stigmatizzate.

E decidiamo di sostenerne la causa.

Nonostante tutto.

Nonostante sappiamo che, se fossimo lì e dichiarassimo apertamente chi siamo, potremmo essere rifiutati, perseguitati o messi in pericolo.

Perché?

La domanda che Nikos ha provato a prendere sul serio

Nel video da cui parte questo articolo, Nikos Sotirakopoulos non si limita a prendere in giro il fenomeno “Queers for Palestine”. Fa una cosa più interessante: prova a capire che cosa pensano davvero alcune delle persone che si definiscono così.

Nel corso del dialogo con Yaron Brook, Nikos racconta di aver cercato persone che sostenessero seriamente questa posizione, invece di limitarsi alla caricatura.

E trova una risposta che, secondo lui, contiene la chiave del problema.

Una persona queer scrive, in sostanza: so che molti palestinesi e Hamas hanno idee profondamente ostili alle persone gay; se fossi apertamente gay lì, probabilmente mi tratterebbero malissimo. Eppure sostengo il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Il ragionamento continua: non spetta a me dire a un altro popolo che non può decidere del proprio futuro perché non approvo la sua posizione sull’omosessualità.

Ed è qui che Nikos vede qualcosa di molto più grande della questione palestinese.

Se non posso giudicare, che cosa mi rimane?

La frase sembra, a prima vista, profondamente liberale.

“Non posso imporre i miei valori agli altri.”

“Ogni popolo deve poter decidere da sé.”

“Non posso considerare la mia cultura superiore a quella degli altri.”

Ma proviamo a fare un passo in più.

Se davvero non possiamo giudicare le norme morali di un’altra cultura, con quale criterio possiamo dire che una certa pratica è sbagliata?

Possiamo dire che la discriminazione contro gli omosessuali è sbagliata?

Possiamo dire che la persecuzione religiosa è sbagliata?

Possiamo dire che la violenza contro le donne è sbagliata?

Oppure dobbiamo sempre fermarci davanti alla frase: “È la loro cultura”?

È questa la contraddizione che Nikos mette sotto la lente.

Il problema del relativismo morale

Secondo la sua interpretazione, il problema nasce da un’idea diventata molto influente nella cultura occidentale contemporanea: non esistono criteri morali universali con cui possiamo giudicare culture diverse dalla nostra.

Non è un’idea nata ieri. Nel video, Nikos la collega anche all’influenza del pensiero postcoloniale e, in particolare, a Edward Said e al suo libro Orientalism.

La tesi di Said è molto più complessa di uno slogan: il suo lavoro analizza il modo in cui l’Occidente ha costruito rappresentazioni dell’Oriente, spesso attraverso categorie di superiorità e inferiorità. Nikos interpreta però una parte dell’eredità di questo pensiero come uno dei passaggi che hanno portato molti occidentali a diffidare dell’idea stessa di giudizio universale.

Ed è qui che arriva il paradosso.

Se giudicare gli altri è sempre una forma di arroganza occidentale, allora rischiamo di non avere più gli strumenti per giudicare neppure ciò che ci dovrebbe apparire chiaramente ingiusto.

Ma c’è una cosa che il video non dovrebbe farci dimenticare

Qui però vale la pena fermarsi.

Dire che esistono problemi di diritti LGBT nella società palestinese non significa che tutti i palestinesi siano omofobi. E soprattutto non significa che i palestinesi queer non esistano o non abbiano una voce propria.

Esistono organizzazioni palestinesi queer come alQaws, nata dal grassroots activism e impegnata da anni nella costruzione di comunità LGBTQ palestinesi e nella discussione pubblica su sessualità e genere. La stessa organizzazione descrive il proprio lavoro come intrecciato alla lotta contro strutture sociali e politiche che considera oppressive. alQaws – Our Politics

Questo dettaglio è importante perché rompe una semplificazione: non esiste “il queer occidentale” da una parte e “il palestinese omofobo” dall’altra. Esistono anche palestinesi queer che cercano di cambiare la propria società e, allo stesso tempo, sostengono una prospettiva politica anti-coloniale.

Il problema filosofico sollevato da Nikos, però, rimane.

Autodeterminazione significa poter decidere anche male?

Questa è forse la domanda più interessante dell’intero video.

Il principio dell’autodeterminazione dice che una comunità deve poter decidere il proprio destino.

Ma se quella comunità decide qualcosa che riteniamo profondamente ingiusto?

Il principio vale ancora?

Se sì, fino a dove?

E soprattutto: l’autodeterminazione di un popolo comprende anche il diritto di opprimere una minoranza al suo interno?

Se rispondiamo di sì, dobbiamo essere pronti ad accettare anche decisioni che consideriamo moralmente ripugnanti.

Se rispondiamo di no, allora ammettiamo che esistono diritti individuali che vengono prima della volontà della maggioranza.

E a quel punto abbiamo fatto un passo importante: abbiamo riconosciuto almeno qualche principio universale.

La strana asimmetria

Nel video, Yaron Brook e Nikos fanno notare anche un’altra cosa.

Una persona occidentale può essere estremamente severa nel giudicare la propria società.

Può considerare razzista, sessista, omofoba o oppressiva una grande quantità di comportamenti presenti in Europa o negli Stati Uniti.

Ma quando lo stesso tipo di giudizio riguarda una società non occidentale, può improvvisamente comparire una cautela diversa:

“Non possiamo giudicare.”

È davvero rispetto per la diversità?

Oppure è una forma di paternalismo al contrario, nella quale consideriamo alcune persone talmente legate alla loro cultura da non poter essere sottoposte agli stessi criteri morali che applichiamo a noi stessi?

Non è necessario scegliere tra due caricature

Naturalmente, da tutto questo non segue che chi sostiene la causa palestinese odi gli israeliani, ami Hamas o voglia imporre una società islamista.

Non segue nemmeno che criticare Israele significhi automaticamente essere antisemiti o che difendere i diritti dei palestinesi significhi essere contro l’Occidente.

Queste sarebbero altre scorciatoie.

La questione interessante è più difficile: possiamo sostenere l’autodeterminazione di un popolo e, nello stesso momento, criticare moralmente alcune delle sue idee o pratiche?

Io credo che sia proprio qui che la discussione diventa seria.

Perché sostenere che un popolo abbia diritto a decidere del proprio futuro non significa necessariamente sostenere ogni decisione che quel popolo potrebbe prendere.

Allo stesso modo, condannare una pratica non significa necessariamente voler cancellare il popolo che la pratica.


L’Elastico

La domanda che mi rimane dopo questo video non è: “Come possono i gay stare con i palestinesi?”

È molto più generale.

Abbiamo ancora dei principi che consideriamo validi per tutti?

Perché se diciamo che la libertà, la dignità individuale, l’uguaglianza davanti alla legge e il diritto di non essere perseguitati appartengono a ogni essere umano, allora dobbiamo essere disposti a difenderli anche quando la persona che ne avrebbe bisogno appartiene a una cultura diversa dalla nostra.

Ma c’è anche l’altro lato.

Se diciamo che ogni popolo deve poter decidere del proprio destino, dobbiamo essere coerenti anche quando quel popolo prende decisioni che non ci piacciono.

Forse la vera difficoltà sta proprio nel tenere insieme queste due cose: diritti universali dell’individuo e autodeterminazione collettiva.

E forse il vero errore non è giudicare.

È pensare che per rispettare una persona dobbiamo necessariamente smettere di giudicare le sue idee.

Abbiamo un’idea. Vediamo se regge.

Fonti e contesto

  • Nikos Sotirakopoulos e Yaron Brook, Unholy Alliance — The Left & Islamism, 14 giugno 2026. Il segmento dedicato a “Queers for Palestine” inizia intorno al minuto 57.
  • Edward Said, Orientalism, 1978.
  • alQaws for Sexual & Gender Diversity in Palestinian Society, materiali e attività sulla comunità queer palestinese.

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Se una persona queer sostiene l’autodeterminazione palestinese pur sapendo che in quel contesto potrebbe essere rifiutata per ciò che è, che cosa sta difendendo? E possiamo davvero dire che una cultura non può mai essere giudicata con criteri universali?

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