Quando le aspettative diventano un pregiudizio

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Immaginiamo due persone che fanno la stessa cosa.

Una viene da un Paese ricco, democratico e occidentale. L’altra da un Paese povero, instabile, con una cultura che conosciamo poco.

Se giudichiamo la prima con severità e la seconda con indulgenza perché “bisogna capire il suo contesto”, potremmo pensare di essere comprensivi.

Ma c’è una domanda scomoda:

stiamo comprendendo una persona o stiamo decidendo, prima ancora di conoscerla, che da quella persona non possiamo aspettarci molto?

È qui che la bigotry of low expectations incontra un problema più ampio: il pregiudizio inconsapevole.

Il razzismo non ha sempre la forma dell’odio

Quando pensiamo al razzismo immaginiamo facilmente qualcuno che considera un altro gruppo inferiore e lo dice apertamente.

Ma esiste anche una forma molto più difficile da vedere: trattare gruppi diversi secondo aspettative diverse senza rendersi conto di farlo.

“Da loro è normale.”

“Non possiamo aspettarci gli stessi standard.”

“Bisogna considerare la loro cultura.”

Alcune volte queste frasi sono perfettamente ragionevoli. Il contesto può davvero essere importante.

Il problema nasce quando il contesto diventa una spiegazione automatica per alcuni e non per altri.

Quando la compassione diventa paternalismo

È un paradosso.

Se penso che una persona sia fragile e quindi mi aspetto meno da lei, posso convincermi di essere dalla sua parte.

Ma potrei anche starle comunicando: “Non credo che tu possa essere giudicato secondo lo stesso metro degli altri.”

È una forma di paternalismo che può sembrare benevola e che, proprio per questo, è difficile da riconoscere.

La persona viene considerata “povera”, “svantaggiata”, “arretrata”, “vittima della sua cultura”. E a poco a poco le sue azioni vengono interpretate alla luce di questa immagine.

Il rischio è evidente: se abbassiamo le aspettative per un gruppo perché lo consideriamo meno capace, meno libero o meno responsabile, abbiamo già introdotto una gerarchia.

Ma allora arriviamo a Israele e Palestina

Questo meccanismo diventa particolarmente interessante quando si parla del conflitto israelo-palestinese.

Qui non voglio sostenere che ogni critica a Israele sia razzista, né che ogni difesa dei palestinesi sia paternalistica. Sarebbe una scorciatoia e non aiuterebbe a capire nulla.

La domanda è più precisa: esiste, nel modo in cui parliamo dei due popoli, una differenza nelle aspettative che siamo disposti a porre su di loro?

Il fenomeno merita almeno di essere esaminato.

Da Israele, perché è uno Stato moderno, democratico e con istituzioni consolidate, ci aspettiamo spesso standard elevati: rispetto del diritto, protezione dei civili, responsabilità delle autorità, trasparenza.

Quando invece parliamo dei palestinesi, può comparire un’altra logica: “Che cosa possiamo aspettarci? Vivono nei territori contesi, sono disperati, sono cresciuti in un ambiente di violenza, la loro società è radicalizzata…”

Alcune di queste condizioni sono reali e possono essere indispensabili per comprendere perché una persona agisca in un certo modo.

Ma comprendere una causa non significa necessariamente ridurre la responsabilità dell’azione.

E qui nasce la domanda scomoda: perché il contesto dovrebbe spiegare un comportamento quando parliamo di un palestinese, ma diventare una scusa inaccettabile quando parliamo di un israeliano?

Oppure, al contrario, perché dovremmo pretendere dagli israeliani uno standard morale più elevato proprio perché hanno uno Stato e istituzioni più forti, mentre dovremmo aspettarci meno dai palestinesi proprio perché hanno meno potere?

Non esiste una risposta semplice. Ma la domanda è importante.

Non è soltanto una questione di opinioni

Il problema delle aspettative diverse non riguarda soltanto la politica.

Esistono studi che hanno trovato differenze nel trattamento giudiziario associate all’identità etnica.

Negli Stati Uniti, la U.S. Sentencing Commission ha rilevato che, nel periodo 2017-2021, gli uomini neri ricevevano in media pene federali più lunghe del 13,4% rispetto agli uomini bianchi e gli uomini ispanici dell’11,2%. Lo stesso rapporto precisa però che gran parte della differenza complessiva era legata soprattutto alla decisione di imporre o meno la detenzione e alle caratteristiche dei casi, non semplicemente alla durata del carcere una volta decisa la reclusione.

Un’analisi accademica di oltre mezzo milione di sentenze federali statunitensi, relative al periodo 2006-2020, ha inoltre individuato in alcuni distretti differenze che restavano dopo aver controllato numerosi fattori. Gli autori le interpretano come possibili evidenze di trattamento differenziale da parte di giudici, pubblici ministeri e difensori; sottolineano però anche che le cause della disparità possono essere strutturali e non necessariamente derivare da un pregiudizio consapevole del singolo giudice.

Questa distinzione è fondamentale. Una disparità statistica non dimostra automaticamente che un giudice sia razzista. Ma dimostra che vale la pena chiedersi perché due gruppi ricevano trattamenti diversi.

Perfino il giudice può vedere il mondo attraverso un filtro

Un altro studio, condotto sui tribunali israeliani, ha sfruttato l’assegnazione casuale dei giudici nei procedimenti iniziali di custodia cautelare. Gli autori hanno trovato evidenza di un in-group bias: giudici e imputati appartenenti allo stesso gruppo etnico mostravano differenze nelle decisioni di detenzione. Nel campione studiato, però, una volta deciso di trattenere l’imputato, non emergeva una differenza etnica nella durata della detenzione.

Non significa che “i giudici sono razzisti”. Significa qualcosa di più interessante: anche persone che devono applicare una regola impersonale possono essere influenzate, almeno in determinate circostanze, dall’identità della persona che hanno davanti.

Quando la cultura diventa una spiegazione permanente

Ed è qui che torniamo alla cultura.

In Svezia, uno studio sulla discussione parlamentare dell’immigrazione e della criminalità ha mostrato come alcuni reati siano stati raccontati attraverso la categoria della “cultura dell’onore”, associandoli a gruppi immigrati e a una presunta cultura straniera. L’autrice osserva che questo linguaggio può trasformare un problema sociale in una caratteristica attribuita a un’intera popolazione e può permettere di esprimere pregiudizi in una forma apparentemente non razzista.

È un esempio interessante perché mostra due rischi opposti.

Primo: “È la loro cultura, quindi non potevano fare altrimenti.”

Secondo: “È la loro cultura, quindi sono tutti così.”

In entrambi i casi l’individuo scompare.

E gli italiani?

Questa dinamica non è nuova e non è sempre stata applicata soltanto a popolazioni oggi considerate “altre”.

Gli italiani emigrati negli Stati Uniti, soprattutto quelli provenienti dal Sud, furono a lungo descritti attraverso stereotipi di inferiorità, violenza e criminalità. La ricerca storica mostra che gli italiani furono considerati da molti americani di origine anglosassone come provenienti da un Paese arretrato e che l’immagine degli italiani come persone inclini alla violenza e alla criminalità era diffusa nell’opinione pubblica.

Il pregiudizio arrivò anche a conseguenze concrete: nel 1891 undici italiani furono linciati a New Orleans, in un episodio che fu giustificato anche attraverso accuse di criminalità attribuite agli italiani e ai siciliani. La vicenda provocò una grave crisi diplomatica tra Stati Uniti e Italia.

Gli italiani, inoltre, non furono percepiti allo stesso modo in ogni parte degli Stati Uniti. La ricerca storica mostra che la loro collocazione razziale cambiò nel tempo e variò anche geograficamente.

È un dettaglio importante: le categorie con cui giudichiamo un gruppo non sono naturali e immutabili. Cambiano.

Il doppio errore

A questo punto possiamo vedere il problema.

Possiamo commettere un errore dicendo: “Queste persone sono inferiori, quindi dobbiamo aspettarci meno da loro”.

Ma possiamo commettere un errore speculare dicendo: “Queste persone sono vittime della loro cultura, quindi non possiamo giudicarle secondo gli stessi criteri”.

Nel primo caso abbiamo disprezzo.

Nel secondo possiamo avere paternalismo.

E il risultato può essere sorprendentemente simile: non trattiamo più l’individuo come un individuo.

La stessa regola per tutti?

Questo non significa che dobbiamo ignorare la storia, la povertà, la guerra, l’educazione o la cultura.

Significa che dobbiamo stare attenti a come li usiamo.

Il contesto dovrebbe aiutarci a capire un comportamento. Non dovrebbe diventare automaticamente una riduzione delle aspettative o della responsabilità.

Se chiediamo a un israeliano di rispettare una certa regola, dobbiamo chiederci se siamo disposti a chiederla anche a un palestinese.

Se consideriamo comprensibile un comportamento di un palestinese perché conosciamo il suo contesto, dobbiamo chiederci se siamo altrettanto disposti a considerare il contesto quando il protagonista è israeliano.

E se diciamo che una certa condotta è inaccettabile perché appartiene a una cultura che non condividiamo, dobbiamo domandarci se useremmo lo stesso metro se quella condotta appartenesse alla nostra.


L’Elastico

Forse il vero problema della bigotry of low expectations non è avere aspettative alte o basse.

È avere aspettative diverse senza accorgerci di averle cambiate.

Possiamo essere razzisti quando disprezziamo qualcuno. Ma possiamo anche essere paternalisti quando lo consideriamo troppo fragile, troppo arretrato o troppo prigioniero della sua cultura per essere sottoposto allo stesso metro.

La prima posizione dice: “Da te mi aspetto meno perché sei inferiore.”

La seconda può dire: “Da te mi aspetto meno perché sei una vittima delle circostanze.”

Entrambe rischiano di togliere qualcosa alla persona che abbiamo davanti: la possibilità di essere giudicata, e quindi anche riconosciuta, come individuo.

Forse l’uguaglianza non significa aspettarsi che tutti siano uguali. Significa essere disposti a chiedere a tutti la stessa dignità, la stessa libertà e la stessa responsabilità, tenendo conto delle differenze reali senza trasformarle in destini.

Abbiamo un’idea. Vediamo se regge.

Fonti e contesto

  • U.S. Sentencing Commission, 2023 Demographic Differences in Federal Sentencing.
  • Topaz et al., Federal criminal sentencing: race-based disparate impact and differential treatment in judicial districts, Humanities and Social Sciences Communications, 2023.
  • Gazal-Ayal et al., Let My People Go: Ethnic In-Group Bias in Judicial Decisions, Journal of Empirical Legal Studies, 2010.
  • Anita Heber, Stranger Danger: The Political Debate on Crimmigrants, Critical Criminology, 2023.
  • Stefano Luconi, Italian Immigrants, Whiteness, and Race: A Regional Perspective, Italian American Review, 2021.
  • The Lynching of Italians and the Rise of Antilynching Politics in the United States, Social Science History.
  • Human Rights Watch, A Threshold Crossed, 2021, per la documentazione sulle differenti condizioni giuridiche tra israeliani e palestinesi nei territori contesi.

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Possiamo avere aspettative diverse verso persone diverse senza rendercene conto? Dalla cosiddetta “bigotry of low expectations” ai palestinesi e agli israeliani, fino agli stereotipi sugli immigrati italiani e ai pregiudizi nella giustizia.

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