Ci sono momenti in cui una società non sembra più sapere soltanto che cosa sia giusto fare, ma nemmeno quali criteri utilizzare per stabilirlo.
È questa, secondo Dennis Prager, la caratteristica fondamentale della nostra epoca: non semplicemente un conflitto tra destra e sinistra, conservatori e progressisti, religiosi e laici, ma una crescente confusione sul significato stesso della morale.
Prager affronta il problema in una conversazione con Marissa Streit partendo da alcuni episodi apparentemente diversi tra loro: aggressioni, criminalità, identità sessuale, sport, Iran, Israele, politica americana e rapporto dell’Occidente con il mondo islamista.
La domanda che li unisce, nella sua lettura, è sempre la stessa:
Che cosa succede quando una buona intenzione viene considerata più importante di ciò che è giusto?
La teoria di Prager
Quando la compassione entra in conflitto con la giustizia
Prager apre la discussione raccontando un episodio avvenuto nella metropolitana di New York.
Due giovani donne erano state aggredite da un uomo. La polizia intervenne e riuscì a salvarle. Quando arrivò il momento di procedere contro l’aggressore, però, una delle donne dichiarò di non voler collaborare con l’accusa perché non voleva contribuire a mandare un altro uomo nero in prigione.
L’uomo venne portato in un ospedale psichiatrico e rilasciato poco dopo. Secondo il racconto di Prager, poche ore più tardi avrebbe spinto un anziano giù dalle scale di una stazione della metropolitana, provocandone la morte.
Per Prager il punto non è soltanto stabilire se quella decisione fosse stata corretta o meno.
Il punto è capire quale principio morale l’abbia determinata.
La donna voleva evitare un’ingiustizia. Voleva evitare che un uomo appartenente a una minoranza venisse incarcerato.
L’intenzione, quindi, poteva essere considerata compassionevole.
Ma cosa succede quando la compassione porta a non perseguire qualcuno che ha commesso un crimine?
Qui entra in gioco la distinzione fondamentale di Prager: compassione e giustizia non sono la stessa cosa.
Una società ha bisogno di entrambe.
Ma, secondo Prager, la compassione senza giustizia può trasformarsi in qualcosa di pericoloso: può arrivare al punto di proteggere chi fa del male invece di proteggere chi lo subisce.
Una seconda storia: quando la vittima protegge il colpevole
Prager racconta poi un altro episodio, questa volta avvenuto in Germania.
Una giovane donna sarebbe stata aggredita sessualmente da un immigrato clandestino proveniente da un Paese musulmano. La donna avrebbe rifiutato di testimoniare contro di lui perché non voleva contribuire a creare un’immagine negativa degli immigrati musulmani.
Anche in questo caso, secondo Prager, la vittima avrebbe cercato di evitare un possibile pregiudizio nei confronti di un gruppo.
Ma il risultato sarebbe stato paradossale.
Nel tentativo di proteggere un’intera categoria di persone da uno stereotipo, la giustizia nei confronti della persona concretamente danneggiata rischia di passare in secondo piano.
È questo, per Prager, il cuore della confusione morale:
si può essere animati da un’intenzione apparentemente buona e arrivare comunque a una conclusione moralmente sbagliata.
Giustizia e compassione
Da qui Prager introduce una distinzione più generale.
Giustizia e compassione sono, nella sua prospettiva, entrambi sentimenti e valori umani. Ma Prager osserva che, sul piano archetipico e metaforico, la giustizia viene associata maggiormente al maschile, mentre la compassione e la cura vengono associate maggiormente al femminile.
La conclusione, tuttavia, non è che uno dei due debba prevalere.
Servono entrambi.
Il problema nasce quando uno dei due viene portato all’estremo.
Una società che possiede soltanto compassione può perdere la capacità di distinguere tra vittima e aggressore.
Una società che possiede soltanto giustizia può diventare crudele.
La questione morale diventa quindi quella di trovare un equilibrio.
Quando la compassione diventa una regola assoluta
Prager collega questo ragionamento anche alla discussione contemporanea sulle procedure mediche e sull’identità di genere.
Nel video critica ciò che considera interventi chirurgici estremi effettuati su minori o giovani che dichiarano di appartenere all’altro sesso.
Il suo argomento non consiste soltanto nel contestare una determinata procedura medica.
Per Prager, il problema è più profondo: una società può arrivare a considerare la convalida dei sentimenti individuali come un valore morale assoluto, anche quando esistono altre considerazioni — biologiche, psicologiche o sociali — che dovrebbero essere prese in considerazione.
Lo stesso principio, secondo lui, emerge nella questione dello sport femminile.
Se l’obiettivo è essere inclusivi, sostiene Prager, si può arrivare a una situazione in cui l’inclusione di una persona finisce per compromettere la giustizia nei confronti di un’altra.
Ancora una volta ritorna la stessa domanda:
è sufficiente avere una buona intenzione perché una scelta sia moralmente buona?
Per Prager, la risposta è no.
La morale prima della politica
Da qui il discorso si allarga.
Prager sostiene che la morale dovrebbe venire prima della politica e prima dell’economia.
È un’affermazione importante perché cambia l’ordine abituale con cui discutiamo i problemi.
Normalmente chiediamo:
- quale politica conviene?
- quale partito ha ragione?
- quale soluzione produce più ricchezza?
- quale scelta aumenta o diminuisce il consenso?
Prager propone invece di cominciare da una domanda precedente:
che cosa è giusto?
Solo dopo, secondo lui, dovremmo chiederci quale politica possa realizzare quella scelta.
La morale non sarebbe quindi una conseguenza della politica.
Dovrebbe essere il criterio con cui giudicare la politica.
Iran, Israele e il problema della morale internazionale
Prager applica lo stesso criterio alla politica internazionale.
Nel corso della conversazione si parla dell’Iran, della guerra e delle scelte che gli Stati Uniti devono compiere.
Anche qui il suo ragionamento parte dalla stessa premessa: non tutto può essere ridotto a un calcolo di interessi.
Una politica estera non dovrebbe chiedersi soltanto:
“Che cosa ci conviene?”
Dovrebbe anche chiedersi:
“Che cosa è giusto?”
È una distinzione che Prager considera essenziale soprattutto quando si parla di regimi che, nella sua interpretazione, rappresentano una minaccia non soltanto geopolitica ma morale.
Il caso Netanyahu e il significato di un gesto
Un altro episodio centrale della conversazione riguarda il discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite.
Il fatto che alcuni rappresentanti abbiano abbandonato l’aula durante il suo intervento viene interpretato da Prager come qualcosa di più di una protesta politica.
Per lui rappresenta un sintomo della condizione morale dell’Occidente.
La domanda diventa quindi:
che cosa rivela una società quando decide chi merita di essere ascoltato e chi no?
Prager collega questo episodio alla crescente ostilità verso Israele in alcuni Paesi europei, citando in particolare Spagna e Irlanda, e alla convergenza che vede tra alcune posizioni della sinistra occidentale e quelle degli islamisti.
La sua tesi è che, in nome dell’anticolonialismo, dell’antimperialismo o della difesa degli oppressi, una parte dell’Occidente abbia finito per adottare criteri morali che non applicherebbe allo stesso modo ad altri attori.
La confusione morale non è soltanto della sinistra
Uno degli aspetti interessanti del discorso di Prager è che non limita completamente la critica alla sinistra.
Il problema, nella sua prospettiva, riguarda l’America nel suo complesso.
Anche gli americani conservatori possono essere moralmente confusi.
Anche chi si considera patriottico può smarrire il criterio con cui giudicare le proprie azioni.
E questo conduce a una domanda più ampia:
che cosa significa amare davvero il proprio Paese?
Per Prager significa anche essere capaci di riconoscere ciò che non funziona.
Dice di essere ancora innamorato dell’America, ma proprio per questo di essere profondamente deluso da alcuni suoi sviluppi contemporanei.
L’amore per una società, nella sua prospettiva, non consiste nel dichiarare che essa ha sempre ragione.
Consiste nel desiderare che rimanga fedele ai principi che la rendono degna di essere amata.
Il commento de L’Elastico
Il problema non è la compassione, ma la compassione senza giustizia
La forza della distinzione di Prager non sta nell’opporre due sentimenti umani, come se uno fosse buono e l’altro cattivo. Sta nel mostrare cosa può accadere quando uno dei due viene assolutizzato.
La compassione è necessaria. Ma se la compassione verso chi appartiene a una determinata categoria porta a trascurare il torto subito da una persona concreta, qualcosa si è spezzato.
Allo stesso modo, la giustizia è necessaria. Ma una giustizia incapace di vedere la persona e le circostanze può trasformarsi in semplice applicazione meccanica di una regola.
Il punto di Prager, quindi, è più interessante se lo leggiamo come una richiesta di equilibrio tra due esigenze entrambe umane.
Giustizia e compassione come due esigenze umane
Quando Prager associa archetipicamente la giustizia al maschile e la compassione al femminile, non sta dicendo che gli uomini siano “giusti” e le donne “compassionevoli”. Non è una classificazione biologica degli individui.
Sta utilizzando una distinzione simbolica: due poli della sensibilità morale umana, che possono essere rappresentati attraverso immagini archetipicamente maschili e femminili.
È una modalità di ragionamento che ritroviamo anche in altre tradizioni psicologiche e filosofiche. Il suo valore non dipende dal fatto che ogni uomo o ogni donna debba rientrare perfettamente in una categoria, ma dalla capacità della metafora di rendere visibile una distinzione.
Come accade con molte associazioni culturali: dire che le macchinine sono archetipicamente associate ai maschietti e le bambole alle femmine non significa sostenere che tutti i bambini debbano comportarsi in quel modo.
Il punto interessante è ciò che la distinzione ci permette di osservare, non trasformarla in una regola assoluta.
Quando la vittima scompare dietro la categoria
Qui si trova forse il punto più forte del ragionamento di Prager.
Nei casi raccontati all’inizio, la persona concreta rischia di scomparire dietro una categoria più grande.
La prima donna non vede più soltanto un aggressore e una vittima. Vede anche la storia della discriminazione razziale.
La seconda non vede soltanto una persona che l’avrebbe aggredita. Vede il rischio che il suo gesto venga utilizzato per alimentare un pregiudizio contro gli immigrati musulmani.
In entrambi i casi, una causa generale rischia di diventare più importante della persona concreta.
Ed è qui che la compassione può diventare paradossalmente disumana.
Perché quando iniziamo a vedere gli esseri umani principalmente come rappresentanti di una categoria — oppressori, oppressi, minoranze, maggioranze, immigrati, uomini, donne, bianchi, neri — rischiamo di smettere di vedere la persona concreta che abbiamo davanti.
L’intenzione buona non rende automaticamente buona un’azione
Questo è forse il punto in cui la tesi di Prager è più difficile da contestare.
Siamo abituati a giudicare le persone soprattutto dalle loro intenzioni. Se qualcuno vuole proteggere una minoranza, tendiamo a considerare positiva la sua azione. Se vuole aiutare una vittima, tendiamo a considerarlo moralmente dalla parte giusta.
Ma un’azione non può essere giudicata soltanto dall’intenzione che la precede.
Bisogna anche guardare alle conseguenze e, soprattutto, al principio che stiamo applicando.
Una domanda semplice può diventare molto scomoda:
applicherei lo stesso principio se la persona davanti a me appartenesse al gruppo opposto?
Se la risposta cambia soltanto perché cambia l’identità della persona, forse non stiamo più applicando un principio universale.
Il relativismo morale
È qui che il discorso di Prager arriva al suo nucleo più profondo.
La confusione morale non consiste semplicemente nel non sapere che cosa fare in una situazione difficile. Consiste nel perdere la convinzione che esistano criteri morali capaci di valere indipendentemente dalla persona, dal gruppo o dalla causa coinvolta.
Se il giudizio cambia perché cambia il gruppo al quale appartiene una persona, la giustizia rischia di diventare una questione di appartenenza.
Il risultato è una morale che sembra compassionevole, ma che può finire per applicare standard differenti a persone differenti.
Ed è proprio questa, secondo Prager, una delle forme più profonde del relativismo morale contemporaneo.
Prima della domanda “chi ha ragione?”
Forse il contributo più interessante del discorso di Prager non è una singola risposta politica.
È il tentativo di riportare la discussione a un livello precedente allo schieramento politico.
Quando assistiamo a un conflitto politico, tendiamo immediatamente a schierarci. Quando incontriamo una vittima, cerchiamo il colpevole. Quando qualcuno appartiene a una categoria che consideriamo moralmente positiva, siamo più propensi a fidarci delle sue intenzioni.
Prager ci invita invece a fermarci un momento prima.
- Quale principio sto applicando?
- Lo applicherei allo stesso modo se le persone coinvolte appartenessero al gruppo opposto?
- Sto difendendo una persona oppure una categoria?
- Sto cercando giustizia oppure sto semplicemente proteggendo ciò che considero moralmente buono?
Non sono domande che eliminano la complessità.
Servono a evitare che la complessità diventi una scusa per non avere più criteri.
In sintesi
Prager descrive la nostra epoca come un’epoca di confusione morale: una società nella quale le intenzioni vengono talvolta considerate più importanti delle conseguenze e nella quale la compassione verso alcuni gruppi può arrivare a entrare in conflitto con la giustizia verso individui concreti.
La sua proposta è riportare la morale al centro del discorso pubblico.
Prima della politica.
Prima dell’economia.
Prima dell’interesse personale.
Il punto non è scegliere tra compassione e giustizia. È capire cosa accade quando una delle due viene assolutizzata e l’altra dimenticata.
E forse la domanda più utile da portare fuori da questo video è molto semplice:
Siamo ancora capaci di applicare lo stesso principio morale quando cambia la persona che abbiamo davanti?
Il video originale
Dennis Prager on America’s Age of Moral Confusion
PragerU — Dennis Prager e Marissa Streit
3 ottobre 2026 · circa 29 minuti
Guarda il video originale su YouTube →





Rispondi