Abbiamo smesso di credere negli eroi?

Contrapposizione tra l'eroe di guerra del passato e gli eroi moderni della scienza, della cura, dell'educazione e del lavoro.

C’è qualcosa di strano nel modo in cui guardiamo alla nostra epoca.

Abbiamo costruito società che, almeno in teoria, dovrebbero rendere la violenza sempre meno necessaria. Abbiamo istituzioni internazionali, trattati, economie interdipendenti, diritti individuali e una cultura politica che considera la guerra una tragedia, non una forma normale di politica.

Eppure la guerra è tornata al centro della scena europea.

Non soltanto come fatto militare. Anche come immaginario.

La forza, il coraggio, il sacrificio, il rischio e persino la figura dell’uomo forte sembrano avere ricominciato a esercitare un fascino che, per qualche decennio, sembrava destinato a scomparire.

È uno dei temi che emergono dalla conversazione tra Slavoj Žižek e Yuval Noah Harari, dedicata alla guerra in Ucraina, al futuro dell’Europa, al rapporto tra cinismo e ottimismo e alla necessità di ripensare il significato dell’eroismo.

E la domanda che rimane sul tavolo è più ampia della guerra:

che cosa significa essere un eroe in una società che non vuole più avere bisogno di eroi?

1. La guerra non riguarda soltanto un territorio

Per Žižek, la guerra in Ucraina non può essere letta semplicemente come una disputa territoriale.

Il territorio è naturalmente importante. Ma dietro il conflitto c’è qualcosa di più grande: la trasformazione dell’ordine geopolitico mondiale.

L’Europa rischia di trovarsi ai margini di questo nuovo ordine.

Il problema non sarebbe quindi soltanto stabilire chi controlla una determinata porzione di territorio, ma capire quale mondo verrà dopo e quali potenze avranno la capacità di determinarlo.

È una prospettiva che sposta completamente il punto di osservazione.

La guerra diventa anche una battaglia sul significato stesso della forza politica.

Perché una parte del mondo sembra tornare ad ammirare ciò che per decenni aveva cercato di superare: la capacità di imporsi attraverso la forza.

Non significa necessariamente che le persone desiderino la guerra.

Significa qualcosa di più sottile.

Che la forza può tornare a sembrare autentica.

2. Perché il bullo può sembrare più reale dell’uomo prudente?

È una delle intuizioni più interessanti della discussione.

Una società pacifica può produrre una strana sensazione: quella di vivere in un mondo artificiale.

Quando per lungo tempo non è necessario rischiare la vita, combattere fisicamente o sacrificarsi per qualcosa, il coraggio può diventare un concetto astratto.

E allora può accadere una cosa paradossale.

La persona che urla, minaccia, rischia e si impone può apparire più “vera” di quella che negozia.

Il politico aggressivo sembra deciso.

Quello prudente sembra debole.

L’uomo che accetta il rischio sembra avere uno scopo.

Quello che cerca continuamente compromessi sembra non credere in niente.

È qui che il discorso sull’eroismo si collega al problema del cinismo.

Perché il cinismo contemporaneo ha una caratteristica particolare: non crede più davvero nelle grandi idee, ma continua ad avere bisogno di qualcosa in cui credere.

E quando le grandi idee sembrano consumate, può rimanere soltanto la forza.

3. L’Europa e la fine di un certo mondo

La questione europea diventa allora particolarmente interessante.

L’Europa ha costruito gran parte della propria identità contemporanea proprio sul superamento della logica della forza.

Dopo due guerre mondiali, il progetto europeo ha cercato di trasformare la competizione tra Stati in cooperazione.

L’idea era radicale: rendere la guerra talmente costosa e assurda da renderla progressivamente impensabile.

Ma cosa succede quando il mondo esterno torna a ragionare secondo categorie molto più dure?

Che cosa accade quando altri attori internazionali considerano ancora la forza militare uno strumento fondamentale per modificare i rapporti di potere?

L’Europa rischia di scoprire che avere rinunciato a una certa idea di potenza non significa necessariamente che anche gli altri abbiano fatto lo stesso.

Ed è qui che la guerra in Ucraina assume, nella lettura proposta nella conversazione, un significato più ampio.

Non è soltanto una crisi europea.

È anche una domanda sul posto dell’Europa nel mondo che sta emergendo.

4. Ma abbiamo davvero bisogno di nuovi eroi?

Qui il discorso diventa più interessante.

Perché se il problema è che la forza sta tornando affascinante, la soluzione non può semplicemente essere:

torniamo ad ammirare gli eroi.

Un ritorno all’eroismo militare sarebbe probabilmente proprio ciò che bisogna evitare.

Ma questo lascia una domanda aperta.

Se una società ha bisogno di persone disposte ad assumersi rischi, sacrificarsi e fare qualcosa che va oltre il proprio interesse individuale, dove può trovare oggi quell’energia?

Harari suggerisce una possibilità importante: reinventare l’eroismo.

Non necessariamente attraverso la guerra. Anzi, attraverso problemi che richiedono lo stesso tipo di coraggio ma non consistono nel distruggere un nemico.

Il cambiamento climatico, per esempio, non ha un esercito da sconfiggere.

Una pandemia non può essere conquistata sul campo di battaglia.

La gestione delle grandi trasformazioni tecnologiche non produce necessariamente immagini eroiche.

Eppure tutte queste sfide richiedono qualcosa che assomiglia molto al coraggio.

Richiedono persone disposte ad assumersi responsabilità, affrontare l’incertezza e agire anche quando il risultato non è garantito.

L’eroe, in altre parole, potrebbe non essere scomparso.

Potremmo semplicemente non sapere più riconoscerlo.

5. Il problema del cinismo

C’è però un’altra questione.

È possibile che il vero avversario dell’eroismo contemporaneo non sia la pace.

Potrebbe essere il cinismo.

Il cinico non necessariamente sostiene la guerra. Può persino essere profondamente contrario alla guerra.

Ma tende a considerare ogni grande ideale come una copertura per interessi più prosaici.

La libertà? Interessi economici.

La democrazia? Potere.

Il patriottismo? Propaganda.

Il sacrificio? Manipolazione.

L’eroismo? Narcisismo.

In questa prospettiva, non vale la pena rischiare davvero per qualcosa perché dietro ogni ideale ci sarebbe sempre un interesse nascosto.

Il risultato è curioso.

Quando non crediamo più in nulla, diventiamo apparentemente più difficili da manipolare.

Ma possiamo diventare anche più vulnerabili alla persona che promette di restituirci una certezza.

Il cinismo distrugge gli ideali.

La forza può poi riempire il vuoto.

6. L’eroe ha bisogno di una società che lo riconosca

Ma c’è un problema ancora più profondo.

Abbiamo detto che l’eroe moderno potrebbe essere lo scienziato, l’imprenditore, l’insegnante, il volontario, il cittadino che difende un principio o chiunque sia disposto ad assumersi un costo personale per qualcosa che considera importante.

Ma c’è una domanda che viene prima:

come facciamo a riconoscere queste persone come esempi da seguire?

Perché un comportamento eroico, da solo, non crea necessariamente un modello sociale.

Perché diventi un modello deve essere visto, raccontato, riconosciuto e trasmesso.

Un ragazzo dovrebbe poter guardare una persona e pensare:

“Vorrei diventare anch’io una persona così.”

Ed è qui che entra in gioco la società.

7. Non basta avere eroi. Serve un ideale condiviso

Una società trasmette continuamente, anche senza dichiararlo esplicitamente, un’idea di ciò che considera desiderabile.

Lo fa attraverso la scuola.

Attraverso i media.

Attraverso la cultura popolare.

Attraverso le famiglie.

Attraverso ciò che viene premiato e ciò che viene deriso.

Attraverso le persone che diventano famose e quelle che invece rimangono invisibili.

Non è necessario che tutti condividano la stessa visione politica o la stessa religione.

Ma una società ha bisogno almeno di alcuni valori fondamentali attorno ai quali costruire un’immagine condivisa della persona che vale la pena diventare.

Onestà.

Responsabilità.

Coraggio.

Conoscenza.

Autocontrollo.

Capacità di sacrificarsi per qualcosa che va oltre il proprio interesse immediato.

Se questi valori esistono soltanto nei discorsi, ma la società premia sistematicamente altro, diventano parole vuote.

8. Il problema non è che oggi manchino persone straordinarie

Forse la cosa più interessante è proprio questa.

Probabilmente non ci mancano persone coraggiose.

Non ci mancano scienziati brillanti.

Non ci mancano insegnanti che fanno il proprio lavoro con dedizione.

Non ci mancano persone che aiutano gli altri, costruiscono imprese, affrontano malattie, difendono le proprie convinzioni o dedicano la propria vita a qualcosa di più grande di loro.

Ci manca forse una narrazione collettiva capace di mettere queste persone nello stesso quadro.

Un giovane può incontrare cento esempi diversi di successo senza riuscire a capire quale di questi dovrebbe prendere come riferimento.

Essere ricchi?

Essere famosi?

Essere belli?

Avere milioni di follower?

Essere trasgressivi?

Essere sempre più visibili?

Oppure essere competenti, affidabili, coraggiosi e utili agli altri?

Non sono la stessa cosa.

E quando una società non riesce a stabilire una gerarchia almeno minima tra questi modelli, il concetto stesso di esempio rischia di dissolversi.

9. Forse abbiamo anche abbassato l’asticella della normalità

Ma qui possiamo fare un passo ulteriore.

Forse il problema non è soltanto che facciamo fatica a riconoscere le persone straordinarie.

Forse, in alcuni casi, abbiamo anche cominciato a considerare straordinari comportamenti che dovrebbero semplicemente appartenere alla normalità.

Fermarsi ad aiutare una persona caduta per strada.

Aiutare un anziano con le borse.

Intervenire quando qualcuno viene umiliato.

Restituire ciò che abbiamo trovato.

Dedicare del tempo a una persona che ne ha bisogno senza aspettarsi nulla in cambio.

Quando questi gesti diventano abbastanza rari da sorprenderci, iniziamo a chiamarli “eroici”.

Ma forse stiamo confondendo due cose diverse.

L’eroismo dovrebbe riguardare ciò che va oltre ciò che possiamo ragionevolmente aspettarci da una persona: un sacrificio enorme, un rischio estremo, la disponibilità a mettere in gioco la propria vita o qualcosa di altrettanto straordinario.

La solidarietà quotidiana, la responsabilità verso gli altri, la disponibilità ad aiutare chi ci sta accanto dovrebbero invece appartenere a un’altra categoria.

Quella della normalità.

Non significa che in passato tutti fossero più buoni o che le società di un tempo fossero moralmente superiori. La storia è molto più complessa.

Significa però che ciò che una società considera normale può cambiare.

Se una comunità considera naturale aiutarsi, molti gesti di solidarietà non fanno notizia.

Se invece l’individualismo diventa la regola, lo stesso gesto può apparire eccezionale.

E qui compare un paradosso.

Se chiamiamo “eroico” tutto ciò che è semplicemente umano, rischiamo di trasformare l’eroismo in un alibi.

“Io non sono un eroe. Quindi non tocca a me.”

Ma una società sana non dovrebbe avere bisogno di eroi per ogni gesto di umanità.

Gli eroi servono quando ciò che viene richiesto è davvero straordinario.

Per tutto il resto dovrebbe bastare essere persone affidabili, cittadini, vicini, amici.

Forse il vero segnale di una società sana non è quindi soltanto il numero dei suoi eroi.

È anche il numero di cose buone che vengono fatte ogni giorno senza che nessuno senta il bisogno di chiamarle eroiche.

10. La scuola non dovrebbe soltanto trasmettere competenze

Qui la questione diventa delicata.

Dire che la scuola dovrebbe trasmettere un ideale non significa necessariamente chiedere alla scuola di fare propaganda.

Anzi, dovrebbe essere esattamente il contrario.

Una scuola libera dovrebbe insegnare ai ragazzi a ragionare sugli ideali, non imporre loro un’ideologia.

Ma se la scuola si limita a trasmettere informazioni e competenze tecniche, lasciando completamente vuota la domanda “che tipo di persona vale la pena diventare?”, quella domanda non scompare.

Viene semplicemente lasciata ad altri.

Ai social network.

Agli influencer.

Alla pubblicità.

Alla cultura dello spettacolo.

All’algoritmo.

E questi soggetti non sono necessariamente interessati a costruire cittadini migliori.

Sono interessati, prima di tutto, a catturare attenzione.

Il risultato può essere una società nella quale la visibilità sostituisce il valore.

11. E i media fanno la loro parte

I media non si limitano a raccontare ciò che una società considera importante.

Contribuiscono anche a decidere chi merita di essere guardato.

Ogni volta che scegliamo chi intervistare, chi raccontare, chi trasformare in esempio, stiamo implicitamente dicendo:

questa persona è degna della vostra attenzione.

Questo non significa che i media debbano costruire artificialmente degli eroi.

Significa piuttosto che una società dovrebbe interrogarsi sui modelli che continuamente mette davanti agli occhi dei propri cittadini.

Se raccontiamo continuamente il successo come ricchezza, potere, fama e capacità di imporsi, non possiamo poi sorprenderci se i giovani imparano a considerare questi elementi come misura del proprio valore.

Se invece rendiamo visibili anche il coraggio, la competenza, la responsabilità, la perseveranza e il servizio agli altri, stiamo offrendo un’altra possibilità.

11. Ma chi decide qual è l’ideale?

È qui che bisogna stare attenti.

Perché appena diciamo che una società ha bisogno di un ideale condiviso compare una domanda inevitabile:

chi stabilisce quale sia questo ideale?

È una domanda seria.

La storia dimostra che gli ideali collettivi possono diventare strumenti di conformismo e di propaganda.

Una società può costruire un modello eroico e poi chiedere ai propri cittadini di conformarsi ad esso.

Ed è esattamente ciò che non dovremmo voler ripetere.

Forse, quindi, non abbiamo bisogno di un unico ideale imposto dall’alto.

Abbiamo bisogno di qualcosa di più semplice e più difficile allo stesso tempo:

un nucleo di valori condivisi sufficientemente ampio da permettere a persone diverse di riconoscersi negli stessi principi.

Possiamo discutere di politica.

Possiamo avere opinioni diverse sull’economia.

Possiamo avere religioni diverse, oppure nessuna religione.

Ma possiamo ancora concordare che dire la verità sia generalmente meglio che mentire, che mantenere una promessa abbia valore, che assumersi le proprie responsabilità sia preferibile a scaricarle sugli altri, che la conoscenza sia preferibile all’ignoranza e che il coraggio abbia più valore della vigliaccheria.

Forse è da qui che dovrebbe ripartire l’idea di eroismo.

Il commento de L’Elastico

Forse il problema non è l’eroismo. È ciò per cui siamo disposti a rischiare.

La tesi che emerge dalla conversazione ha un punto di forza evidente.

La nostra società non ha eliminato il bisogno umano di significato, coraggio e riconoscimento.

Ha semplicemente eliminato molte delle forme tradizionali attraverso cui queste cose venivano espresse.

Per secoli l’eroe era relativamente facile da riconoscere.

Era il guerriero.

Il comandante.

Il rivoluzionario.

L’esploratore.

La persona che affrontava fisicamente un pericolo.

Oggi molte delle sfide più importanti non funzionano così.

Non c’è un nemico da sconfiggere.

Non c’è necessariamente una battaglia.

Non c’è nemmeno un momento preciso in cui possiamo dire:

abbiamo vinto.

E questo rende molto più difficile costruire un’immagine dell’eroe.

L’eroe moderno potrebbe essere molto meno spettacolare

Pensiamo alla ricerca scientifica.

Un ricercatore può trascorrere vent’anni cercando una soluzione senza sapere se la troverà.

Pensiamo a chi costruisce un’impresa innovativa assumendosi un rischio enorme.

A chi decide di occuparsi di una comunità che tutti gli altri hanno abbandonato.

A chi affronta una trasformazione tecnologica invece di limitarsi a subirla.

A chi difende un principio quando sarebbe molto più conveniente tacere.

Non sono necessariamente figure spettacolari.

Non hanno un’uniforme.

Non conquistano territori.

Non vengono necessariamente fotografati mentre affrontano il pericolo.

Eppure possono avere qualcosa in comune con l’eroe tradizionale:

accettano un costo personale per qualcosa che considerano più importante di quel costo.

Forse è questa la caratteristica che dovremmo recuperare.

Non la guerra.

Non la violenza.

Non il culto dell’uomo forte.

Il sacrificio per qualcosa che riteniamo degno.

Ma attenzione: l’eroe può diventare pericoloso

Qui, però, dobbiamo fermarci.

Perché l’eroismo non è automaticamente una virtù.

La storia è piena di persone che hanno compiuto azioni straordinarie per cause terribili.

Una persona può essere coraggiosa e avere torto.

Può essere disposta a sacrificarsi e trascinare milioni di altri nel proprio sacrificio.

Può essere eroica agli occhi dei propri sostenitori e criminale agli occhi dei suoi avversari.

Per questo forse non basta chiedersi:

“Per che cosa sei disposto a rischiare?”

Bisogna aggiungere:

“E perché pensi che valga la pena rischiare?”

È una distinzione fondamentale.

Se torniamo semplicemente ad ammirare il coraggio senza interrogarci sulla causa per cui viene utilizzato, rischiamo di trasformare l’eroismo in una forma estetica della forza.

Ed è probabilmente proprio questo il pericolo che la discussione tra Žižek e Harari ci invita a considerare.

Abbiamo davvero smesso di credere negli eroi?

Forse no.

Forse abbiamo smesso di credere nelle vecchie immagini dell’eroe.

La guerra ci mostra quanto sia facile che il coraggio, il sacrificio e la forza tornino ad apparire seducenti quando il mondo diventa insicuro.

Ma questo non significa che dobbiamo scegliere tra due alternative:

cinismo oppure guerra.

Possiamo immaginare una terza possibilità.

Una società nella quale il coraggio continui ad avere valore, ma non abbia bisogno di un nemico.

Una società nella quale il sacrificio non significhi necessariamente morire per una bandiera.

Una società nella quale l’eroismo possa consistere nel costruire qualcosa invece che nel distruggere qualcuno.

Forse la vera sfida del nostro tempo non è eliminare l’eroe.

È trovargli un nuovo compito.

E forse questa è la domanda più difficile:

Se domani non ci fosse nessuno da combattere, per che cosa saremmo ancora disposti a rischiare qualcosa?

Il video

Slavoj Žižek & Yuval Noah Harari – In Conversation

Una conversazione che affronta la guerra in Ucraina, il futuro dell’Europa, il ritorno della forza nella politica e la possibilità di reinventare il concetto di eroismo.

Guarda la conversazione completa su YouTube →

Fonti e approfondimenti

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Žižek e Harari discutono di guerra, Europa e del ritorno dell’eroismo. Ma per riconoscere nuovi eroi una società ha bisogno anche di un ideale condiviso.

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