C’è un modo molto semplice per parlare di Karl Marx: partire dalla fine.
Dall’Unione Sovietica. Dai regimi comunisti. Dai milioni di morti provocati dalle dittature che si sono richiamate al marxismo. Oppure, nella versione più contemporanea del dibattito americano, da qualcuno che chiede assistenza sanitaria, case accessibili o trasporto pubblico gratuito.
È esattamente il punto di partenza scelto da Ben Shapiro nel video I Read Marx So You Don’t Have To. Ma, paradossalmente, Shapiro comincia dicendo che questo è il modo sbagliato di affrontare Marx.
Per capire perché Marx continua ad avere influenza, sostiene, bisogna tornare all’inizio: alla sua concezione della storia, della società e del conflitto economico.
Ed è qui che la questione diventa interessante.
Perché si può considerare Marx uno dei pensatori politici più pericolosi della storia moderna senza concludere che ogni sua analisi fosse priva di valore. E, allo stesso tempo, si può riconoscere che alcune delle sue domande siano ancora attuali senza dover accettare le sue risposte.
Forse è proprio questa la ragione per cui continuiamo a discuterne.

Prima della rivoluzione c’è una teoria della storia
La filosofia di Marx nasce anche dal confronto con Hegel.
Hegel vedeva la storia come un processo attraversato da contraddizioni. Le società contengono tensioni interne che, prima o poi, producono conflitti e trasformazioni.
Marx mantiene l’idea del conflitto, ma sposta il centro dell’analisi.
Non sono principalmente le idee a muovere la storia: sono le condizioni materiali dell’esistenza.
Chi possiede la terra?
Chi possiede le fabbriche?
Chi controlla la produzione?
Chi lavora per chi?
Come viene distribuita la ricchezza?
Da qui nasce quella che viene generalmente definita concezione materialistica della storia.
Nella società capitalistica, Marx individua una contrapposizione fondamentale tra due classi: la borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione, e il proletariato, che non possiede abbastanza capitale produttivo e deve quindi vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario.
È una semplificazione della società, ma è una semplificazione estremamente potente.
Perché trasforma moltissime questioni sociali in una domanda fondamentale:
chi possiede e chi controlla?
La società come conflitto
È qui che la lettura marxista comincia a diventare molto diversa da quella liberale.
Per il liberalismo classico, due persone possono stipulare volontariamente un contratto perché entrambe ritengono di guadagnarci.
Per Marx, il fatto che il contratto sia formalmente volontario non elimina necessariamente il rapporto di potere che esiste dietro di esso.
Il lavoratore ha bisogno di un salario.
Il proprietario ha bisogno del lavoro.
Il contratto può essere volontario, ma i due soggetti non necessariamente dispongono dello stesso potere economico.
Questa osservazione è importante perché è una delle parti di Marx che continuano a essere utilizzate anche da persone che non si considerano affatto marxiste.
Quando discutiamo di salari, precarietà, potere contrattuale, concentrazione della ricchezza, monopoli o condizioni di lavoro, stiamo spesso tornando — almeno in parte — a domande che Marx aveva posto nell’Ottocento.
Ma da qui non deriva necessariamente la risposta marxista.
L’alienazione: la parte di Marx che abbiamo forse sottovalutato
Uno dei concetti più interessanti è quello di alienazione.
Marx sostiene che il lavoratore, nel capitalismo, rischia di diventare estraneo al prodotto del proprio lavoro, al processo produttivo, agli altri esseri umani e infine a se stesso.
Il problema non è semplicemente che il lavoro sia faticoso.
È che una persona può trascorrere gran parte della propria vita facendo qualcosa che non sente come proprio, senza avere controllo sul processo e senza riconoscersi nel risultato.
Qui la critica di Marx diventa sorprendentemente contemporanea.
Non serve essere comunisti per chiedersi se una persona che passa otto o dieci ore al giorno in un lavoro che detesta, senza autonomia e senza prospettive, stia vivendo una forma di alienazione.
Ma Shapiro solleva una contro-obiezione interessante.
Il fatto che il lavoratore non possieda il prodotto finale non significa necessariamente che il lavoro sia privo di significato.
Un chirurgo non possiede l’arteria che ha operato.
Un insegnante non possiede ciò che uno studente ha imparato.
Un architetto non possiede necessariamente l’edificio che ha progettato.
Gran parte di ciò che produciamo è destinato a essere utilizzato da altre persone.
Il problema, quindi, potrebbe non essere la proprietà del prodotto in sé.
Potrebbero essere più importanti l’autonomia, la possibilità di cambiare lavoro, la libertà di associarsi, la possibilità di risparmiare, investire, aprire un’attività e negoziare le proprie condizioni.
È una distinzione fondamentale.
Il lavoro può essere alienante senza che la proprietà privata sia necessariamente la causa di ogni alienazione.
La teoria del valore
Arriviamo al cuore economico della questione.
Marx sostiene che il valore di una merce sia legato al lavoro socialmente necessario per produrla.
E qui Shapiro attacca frontalmente la teoria.
Ma vale la pena fermarsi un momento.
Marx non dice semplicemente che una cosa vale di più perché qualcuno ci ha lavorato più a lungo. Anzi, specifica proprio il contrario: il valore dipende dal lavoro socialmente necessario, cioè dal tempo richiesto, date le condizioni normali di produzione e il livello medio di capacità e tecnologia.
Questo rende l’argomento molto più sofisticato di quanto potrebbe sembrare dalla battuta «una sedia vale di più se ci metti venti ore invece di due».
Il problema è un altro.
La moderna teoria economica non ha bisogno di postulare un’unica sostanza chiamata «valore-lavoro» per spiegare i prezzi.
I prezzi dipendono da moltissime variabili: scarsità, domanda, preferenze dei consumatori, alternative disponibili, costi di produzione, aspettative e potere di mercato.
Una bottiglia d’acqua può costare molto di più durante un’emergenza senza che sia aumentata la quantità di lavoro necessaria a produrla.
Marx avrebbe una risposta a questo esempio: prezzo e valore non sono la stessa cosa.
Ed è proprio qui che la discussione diventa più interessante.
Per criticare Marx non basta dimostrare che i prezzi oscillano.
Bisogna chiedersi se il concetto di valore-lavoro aggiunga davvero qualcosa alla spiegazione economica.
È una domanda molto più seria di «Marx non aveva mai sentito parlare della domanda e dell’offerta».
Dal valore al plusvalore
La teoria diventa politica quando Marx introduce il concetto di plusvalore.
Il lavoratore vende la propria forza lavoro per un salario.
Ma durante la giornata può produrre un valore superiore a quello necessario per remunerare quel salario.
La differenza, secondo Marx, viene appropriata dal proprietario sotto forma di profitto.
Da qui nasce la sua concezione dello sfruttamento.
Il punto decisivo è che Marx non considera sufficiente la volontarietà del contratto.
Anche se il lavoratore preferisce il salario alla disoccupazione, secondo lui il rapporto rimane strutturalmente basato sull’appropriazione del surplus prodotto dal lavoro.
La critica liberale è altrettanto fondamentale.
La produzione non richiede soltanto ore di lavoro.
Richiede macchinari, edifici, tecnologia, organizzazione, competenze, capitale, coordinamento e assunzione del rischio.
Il lavoratore riceve il salario per il lavoro svolto.
L’imprenditore, invece, investe prima di sapere se qualcuno comprerà il prodotto. Se l’impresa fallisce, può perdere il capitale investito.
Non è quindi necessariamente vero che ciò che guadagna una persona debba essere stato sottratto a un’altra.
Una transazione può produrre un vantaggio per entrambe.
È quello che l’economia moderna definisce spesso uno scambio a somma positiva.
Se ogni profitto viene interpretato come sfruttamento, il sistema diventa quasi impossibile da valutare senza partire già dalla conclusione.
Il problema della teoria che spiega tutto
Questo porta a una delle critiche filosofiche più interessanti.
Una teoria è particolarmente difficile da confutare quando ogni possibile risultato può essere reinterpretato come una conferma della teoria stessa.
Se il lavoratore protesta, è perché il sistema lo opprime.
Se non protesta, potrebbe essere perché è stato ideologicamente condizionato.
Se una persona diventa ricca, può essere perché beneficia dello sfruttamento.
Se una persona difende il capitalismo, può essere perché possiede quella che Marx chiamava falsa coscienza.
Il rischio è evidente.
La teoria può diventare circolare.
Il dissenso non costituisce più una possibile smentita: diventa una prova ulteriore del condizionamento prodotto dal sistema.
Questo non significa che il concetto di ideologia sia inutile.
Al contrario.
Tutti noi siamo influenzati dall’ambiente sociale nel quale viviamo.
Ma c’è una differenza enorme tra dire:
«Le nostre convinzioni sono influenzate dalla società»
e dire:
«Il fatto che tu non sia d’accordo con la mia teoria dimostra che sei stato condizionato dalla società.»
La seconda posizione rischia di rendere la teoria immunizzata dalla realtà.
Il comunismo che Marx immaginava
La parte finale della riflessione di Marx è ancora più radicale.
Nella Critica del programma di Gotha, Marx distingue tra una fase iniziale della società comunista, nella quale la distribuzione avviene ancora in relazione al contributo individuale, e una fase superiore nella quale dovrebbe valere il principio della distribuzione secondo i bisogni.
Non stiamo parlando semplicemente di uno Stato sociale più generoso.
La questione è la proprietà dei mezzi di produzione.
Chi possiede le grandi imprese?
Chi decide cosa produrre?
Chi organizza il lavoro?
Chi stabilisce come vengono distribuite le risorse?
Il passaggio dalla proprietà privata a una forma di proprietà comune richiede inevitabilmente una struttura capace di prendere queste decisioni.
Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni storiche del progetto comunista.
La promessa è liberare l’individuo dal potere economico. Ma per farlo bisogna trasferire una parte enorme del potere economico a un’autorità collettiva.
La domanda diventa allora: chi controlla quell’autorità?
Marx è davvero tornato?
Secondo Shapiro, sì.
E qui entra in gioco la politica americana contemporanea.
L’idea è che una parte della sinistra socialista americana continui a utilizzare una struttura concettuale molto simile a quella marxista: capitalismo come problema strutturale, concentrazione del potere economico, conflitto tra lavoratori e proprietari, necessità di trasferire una parte del controllo economico alla collettività.
Ma c’è una distinzione che vale la pena fare.
Dire che una proposta è «marxista» perché vuole tassare i ricchi, finanziare la sanità pubblica o costruire case popolari è semplicemente sbagliato.
Anche molte democrazie capitalistiche hanno fatto tutte queste cose.
La questione diventa più interessante quando si parla di proprietà e controllo della produzione, anziché semplicemente di redistribuzione attraverso le tasse.
È questa la linea che separa un capitalismo con un forte welfare state da un progetto socialista vero e proprio.
Il caso Mamdani
Shapiro utilizza Zohran Mamdani come esempio contemporaneo.
Qui, però, bisogna fare attenzione a non semplificare.
Il piano abitativo dell’amministrazione Mamdani prevede effettivamente la costruzione di 200.000 abitazioni accessibili e stabilizzate nell’arco di un decennio, oltre alla conservazione e stabilizzazione di altre 200.000 abitazioni, sostenute da un investimento di 22 miliardi di dollari in cinque anni.
Ma il piano non consiste semplicemente nel congelare gli affitti e lasciare che il mercato edilizio scompaia.
Prevede anche modifiche alla zonizzazione, semplificazione delle procedure, nuovi strumenti finanziari e collaborazione con il settore privato. La stessa amministrazione sostiene esplicitamente che per costruire più abitazioni occorra ridurre alcuni ostacoli burocratici.
Questo non significa che il progetto funzionerà.
Significa però che la sua descrizione deve essere precisa.
Ed è proprio qui che un articolo dovrebbe fare qualcosa di diverso da un video politico.
Non basta chiedersi se Mamdani sia «marxista».
Bisogna chiedersi:
quali strumenti propone, quali effetti possono produrre e quali costi possono avere?
E poi arriva la sorpresa: Marx a destra
Questa è forse la parte più interessante dell’argomentazione di Shapiro.
Perché alcune idee che sembrano provenire dalla sinistra radicale stanno comparendo anche in una parte della destra populista.
Il ragionamento può essere riassunto così:
- Il sistema è truccato.
- Le grandi corporation hanno troppo potere.
- La finanza controlla la politica.
- Le élite hanno tradito il cittadino comune.
- Il mercato non può essere lasciato libero.
- Lo Stato deve intervenire.
È una critica che può arrivare da sinistra.
Ma può arrivare anche da destra.
Ed è qui che compare la cosiddetta teoria del «ferro di cavallo»: agli estremi opposti dello spettro politico potrebbero emergere alcune posizioni sorprendentemente simili.
Non perché comunisti e populisti di destra condividano necessariamente gli stessi valori.
Ma perché possono condividere una stessa diagnosi:
il sistema esistente è profondamente corrotto e deve essere sottoposto a un controllo politico molto più forte.
È un punto sul quale vale la pena riflettere.
Perché la contrapposizione tradizionale tra destra e sinistra può nascondere un’altra distinzione, forse ancora più importante:
quanto potere vogliamo consegnare allo Stato?
Il problema della libertà
Qui arriviamo al cuore della questione.
La critica di Shapiro è che il socialismo prometta libertà attraverso il controllo collettivo.
Ma per decidere collettivamente chi produce cosa, chi possiede cosa e come vengono distribuite le risorse serve qualcuno che prenda quelle decisioni.
E quel qualcuno avrà potere.
Il problema non è necessariamente che lo Stato intervenga.
Tutti gli Stati moderni intervengono nell’economia.
Il problema è quanto discrezionale diventa quel potere e quali limiti vengono posti al suo esercizio.
Una società libera non è una società senza regole.
È una società nella quale le regole sono relativamente stabili, generali e prevedibili, e nella quale il cittadino conserva spazi significativi nei quali lo Stato non può semplicemente decidere al suo posto.
È qui che la proprietà privata assume un significato che va oltre il denaro.
Possedere qualcosa significa anche avere una zona di autonomia.
- Una casa.
- Un’attività.
- Un conto corrente.
- Un piccolo capitale.
- La possibilità di cambiare lavoro.
- La possibilità di dire di no.
Il vero punto debole di Marx
Marx ha visto qualcosa che sarebbe sciocco ignorare.
Ha visto che la ricchezza può trasformarsi in potere.
Ha visto che un lavoratore può essere formalmente libero e contemporaneamente trovarsi in una posizione economica molto debole.
Ha visto che il lavoro può diventare alienante.
Ha visto che le istituzioni economiche influenzano profondamente la politica.
E ha capito che la disuguaglianza non riguarda soltanto quanto possiede ciascuno, ma anche quanto potere ha ciascuno di determinare le proprie condizioni di vita.
Ma da queste osservazioni ha tratto una conclusione molto più radicale.
Ha trasformato il conflitto economico nella chiave attraverso cui interpretare la società.
E qui può essere iniziato il problema.
Perché gli esseri umani non sono soltanto lavoratori.
Sono anche genitori, consumatori, risparmiatori, proprietari, imprenditori, cittadini, membri di associazioni, vicini, amici.
Una stessa persona può essere contemporaneamente dipendente di un’azienda, proprietaria di una casa, investitrice di un fondo pensione e consumatrice dei prodotti di un’altra impresa.
La società reale è molto più complicata della contrapposizione tra borghesia e proletariato.
Perché Marx non è morto
Forse la domanda più interessante non è se Marx avesse ragione.
È una domanda troppo grande.
Su alcune cose aveva intuizioni profonde.
Su altre formulò teorie che non hanno retto bene.
Su altre ancora fece previsioni che la storia ha smentito o complicato.
La domanda più interessante è:
perché continuiamo ad aver bisogno di Marx?
Perché la sua teoria offre qualcosa che la politica contemporanea offre raramente: un responsabile.
Se fallisci, è il sistema.
Se sei povero, qualcuno ti ha sfruttato.
Se sei ricco, probabilmente qualcuno ha pagato il prezzo della tua ricchezza.
Se non sei d’accordo, forse sei stato condizionato.
È una struttura narrativa potentissima.
Trasforma la complessità in conflitto.
Trasforma l’incertezza in una spiegazione.
Trasforma la frustrazione in un nemico.
E soprattutto promette una soluzione definitiva.
Una società nella quale le contraddizioni saranno finalmente superate.
È una promessa potentissima.
Forse troppo potente.
La vera eredità di Marx
Il problema di Marx, quindi, non è soltanto Marx.
È la tentazione, sempre presente nella politica, di trovare una teoria capace di spiegare tutto.
La sinistra radicale può cadere in questa tentazione.
Ma può farlo anche la destra populista.
Entrambe possono arrivare alla stessa conclusione: il sistema è irrimediabilmente corrotto e quindi occorre concentrare più potere nelle mani di chi promette di rifarlo da capo.
La risposta liberale classica è molto meno seducente.
Non promette il paradiso.
Non promette di eliminare il conflitto.
Non promette che nessuno sarà più povero o frustrato.
Dice semplicemente che gli esseri umani sono imperfetti e che, proprio per questo, è pericoloso dare a qualcuno troppo potere.
La proprietà privata può produrre disuguaglianza.
Il mercato può produrre ingiustizie.
Le corporation possono diventare troppo potenti.
I ricchi possono comprare influenza politica.
Ma anche lo Stato può diventare troppo potente.
E quando lo Stato concentra nelle proprie mani la proprietà, la produzione e la distribuzione, l’errore non è più soltanto economico.
Può diventare politico.
Questa è forse la lezione più importante da conservare.
Non dobbiamo scegliere tra credere a Marx o credere al capitalismo.
Dobbiamo essere capaci di riconoscere ciò che Marx ha visto senza necessariamente accettare ciò che Marx ha concluso.
E, allo stesso modo, possiamo riconoscere i limiti del capitalismo senza concludere che la soluzione sia consegnare allo Stato un potere illimitato.
Perché il vero fantasma che Marx ha lasciato dietro di sé potrebbe non essere il comunismo.
Potrebbe essere l’idea, molto più antica e molto più pericolosa, che una volta trovato il sistema giusto sia finalmente possibile affidare a qualcuno abbastanza potere da costruire la società perfetta.
E forse è proprio da questa illusione che dovremmo imparare a guardarci.




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