La vera storia del Medio Oriente

Una mappa storica del Medio Oriente attraversata da un nastro rosso bruno collega Istanbul, Teheran, Baghdad, Gerusalemme e Il Cairo, sotto un paesaggio urbano al tramonto.

Il Medio Oriente viene spesso raccontato attraverso una successione di crisi: guerre, rivoluzioni, attentati, invasioni e negoziati falliti. Ma quando ogni episodio viene isolato dal precedente, la regione sembra condannata a una violenza incomprensibile. Lo storico Simon Sebag Montefiore propone un’altra prospettiva: seguire il filo che collega il tramonto degli imperi, la nascita degli Stati moderni, il nazionalismo, le rivoluzioni e le rivalità che continuano a ridisegnare gli equilibri regionali.

Nell’intervista di oltre due ore a TRIGGERnometry, dedicata al suo libro The Cauldron: The Making of the Modern Middle East, Montefiore ricostruisce circa un secolo e un quarto di storia. La sua ambizione è raccontare la regione nel suo insieme, senza limitarsi a Israele e Palestina o all’Iran, e senza ridurre tutto a un’unica spiegazione ideologica. Contesta sia le letture che interpretano ogni evento esclusivamente come conseguenza del colonialismo occidentale, sia quelle che trasformano la storia in una difesa di Israele. Il suo tentativo è tenere insieme potere, nazionalismi, religione, interessi strategici, ambizioni personali e decisioni politiche.

È importante ricordare che si tratta della prospettiva di uno storico, non di una ricostruzione priva di interpretazioni. Alcune sue valutazioni sono discusse e possono essere contestate. Il filo conduttore dell’intervista, tuttavia, è chiaro: il Medio Oriente contemporaneo non è il prodotto di un conflitto eterno, ma di una sequenza di trasformazioni relativamente recenti, che hanno cambiato confini, governi e identità politiche.

1. L’Impero ottomano: convivenza, gerarchie e repressione

Per comprendere il Medio Oriente contemporaneo, Montefiore parte dall’Impero ottomano, una potenza che per secoli governò gran parte della regione. Come l’Impero romano o quello bizantino, non fu un’istituzione immutabile: cambiò nel corso dei secoli, attraversò fasi di espansione e declino e adottò forme diverse di amministrazione. Era un impero islamico, retto da un sultano; soprattutto nelle fasi più tarde, i sovrani sottolinearono anche il proprio ruolo di califfi, cioè di autorità simboliche e religiose per il mondo musulmano. Questo legame tra potere politico e califfato, osserva Montefiore, non è soltanto una questione del passato: l’idea di restaurare un califfato continua a comparire nel discorso politico contemporaneo.

L’impero viene spesso descritto come un sistema di tolleranza che avrebbe garantito per secoli la convivenza fra musulmani, cristiani ed ebrei, fino a quando l’Occidente o il nazionalismo non avrebbero distrutto quell’equilibrio. Montefiore considera questa immagine una semplificazione. Esistevano comunità religiose con istituzioni proprie e margini di autonomia, ma non si trattava di uguaglianza moderna: lo status delle minoranze era subordinato e la convivenza dipendeva dagli equilibri politici, dalle autorità locali e dai rapporti di forza. L’impero poteva permettere differenze, ma anche reprimerle brutalmente quando le riteneva una minaccia.

Montefiore richiama anche la fragilità economica e demografica di alcune aree del Levante nei secoli precedenti al Novecento. Gerusalemme, oggi immaginata come centro permanente della storia mondiale, attraversò lunghi periodi di marginalità e spopolamento. Lo storico ricorda che, alla fine del Settecento, la città era molto più piccola di quanto suggerisca la sua centralità religiosa attuale e che il potere locale era nelle mani di famiglie arabe, fra cui gli Husseini e i Nashashibi. Il dato serve a ricordare che i luoghi non hanno avuto sempre la stessa popolazione, la stessa importanza politica o la stessa posizione nei sistemi regionali.

Le tensioni non mancavano. Le violenze di Damasco del 1860, che colpirono in particolare la comunità cristiana, mostrarono quanto la convivenza potesse trasformarsi in persecuzione. Nel XIX secolo, inoltre, il governatore egiziano Muhammad Ali arrivò a minacciare seriamente il potere ottomano e fu fermato anche grazie all’intervento britannico. È un esempio di quanto la storia regionale fosse già intrecciata con l’intervento delle potenze europee ben prima della fine dell’impero.

Sotto il sultano Abdülhamid II, il potere cercò di rafforzare la coesione imperiale anche attraverso una più marcata identità islamica. La repressione delle minoranze e i massacri contro gli armeni, soprattutto negli anni Novanta dell’Ottocento, contribuirono a costruire l’immagine di un regime sempre più brutale. Durante la Prima guerra mondiale, la violenza culminò nel genocidio armeno, insieme a deportazioni e persecuzioni di massa. La storia ottomana non può quindi essere raccontata né come una lunga età dell’oro della tolleranza né come una successione uniforme di atrocità: fu un impero capace di governare società diverse, ma anche di usare la forza e di perseguitare gruppi considerati pericolosi.

Il punto decisivo è che la fine dell’impero non cancellò automaticamente le rivalità e non produsse da sola Stati più giusti o stabili. Distrusse un ordine politico che, con tutte le sue gerarchie, aveva tenuto insieme territori vastissimi. Al suo posto sarebbero arrivati nuovi confini, nuovi eserciti e nuovi progetti nazionali, spesso in competizione fra loro.

2. La Prima guerra mondiale: arabi, ottomani e Tre Pascià

All’inizio del Novecento l’Impero ottomano era in crisi, ma non era ancora un guscio vuoto. Uno dei punti su cui Montefiore insiste è che la Prima guerra mondiale in Medio Oriente fu combattuta duramente e che la storia della regione non può essere ridotta a una rivolta araba sostenuta dagli inglesi contro un impero già sconfitto. La maggioranza dei soldati arabi dell’esercito ottomano continuò a combattere per l’impero durante il conflitto; non esisteva un fronte arabo unico, già organizzato attorno a un progetto nazionale condiviso.

La leadership ottomana dei Tre Pascià — figure centrali del governo durante gli anni della guerra — cercò di preservare lo Stato in un clima di crescente sospetto e radicalizzazione. Le esecuzioni di notabili arabi a Beirut e Damasco, e la repressione di personalità accusate di nazionalismo, divennero un simbolo della rottura tra il governo imperiale e parte delle élite arabe. La repressione contribuì a rendere più profonda la frattura, ma non trasformò automaticamente tutte le popolazioni arabe in un movimento unitario: le lealtà locali, familiari e religiose continuavano a contare.

La Gran Bretagna cercò intanto di indebolire l’Impero ottomano favorendo una rivolta araba. Il rapporto con la famiglia hashemita, custode dei luoghi santi della Mecca e protagonista della rivolta, ebbe conseguenze di lunga durata. Gli Hashemiti immaginavano di ottenere un ruolo centrale nel nuovo ordine arabo; la storia dei loro successi e delle loro sconfitte aiuta a spiegare la nascita di regni e istituzioni che sono rimasti importanti fino a oggi, soprattutto in Giordania.

La guerra fu tutt’altro che una facile avanzata europea. Gli ottomani sconfissero la spedizione anglo-francese a Gallipoli, impedendo agli Alleati di aprire rapidamente una via verso Costantinopoli. A Kut, in Iraq, circondarono e costrinsero alla resa una forza britannica: una delle più umilianti sconfitte dell’esercito britannico durante il conflitto. Questi episodi ricordano che l’esercito ottomano mantenne capacità di resistenza e che l’esito finale non era scontato.

Fra i comandanti ottomani che emersero a Gallipoli vi era Mustafa Kemal, il futuro Atatürk. La sua carriera collega direttamente la guerra imperiale alla nascita della Turchia moderna. Con la sconfitta finale degli ottomani, la questione non fu soltanto chi avrebbe controllato i territori: si trattò di decidere quali comunità sarebbero diventate nazioni, quale forma avrebbe assunto lo Stato e chi avrebbe avuto il diritto di parlare in nome delle popolazioni.

3. Atatürk e la nascita della Turchia moderna

Montefiore considera la nascita della Turchia uno dei passaggi più fraintesi della storia regionale. La repubblica non fu semplicemente l’antico Stato turco che si risvegliava dopo una parentesi imperiale: fu il risultato di una guerra politica e militare contro il progetto di spartizione dell’ex impero. Dopo l’armistizio, le potenze vincitrici discussero un assetto che avrebbe ridotto drasticamente il territorio controllato dai turchi. Mustafa Kemal guidò il movimento nazionalista che contestò quell’ordine e riuscì a imporre una soluzione diversa.

Atatürk costruì uno Stato centralizzato e nazionalista, abolì il sultanato e, nel 1924, il califfato. La rottura non fu soltanto istituzionale: mirava a ridefinire il rapporto tra religione, autorità politica e identità nazionale. La repubblica adottò riforme laiche e guardò ai modelli europei, mentre molte altre società dell’ex impero cercavano strade diverse. La Turchia diventò così un esempio di costruzione nazionale dall’alto, fondata su un esercito vittorioso, un’identità statale forte e una profonda trasformazione delle istituzioni.

Il confronto con gli altri territori dell’ex impero è essenziale. La fine del califfato non produsse una risposta unica nel mondo musulmano; la nascita di Stati moderni non seguì un percorso uniforme. In alcuni luoghi si rafforzarono monarchie, in altri repubbliche, altrove movimenti che avrebbero cercato di legittimare il potere attraverso la religione. Il Medio Oriente contemporaneo si sviluppò quindi da esperimenti politici differenti, spesso in conflitto su chi potesse incarnare la nazione e quale dovesse essere il rapporto tra Stato e fede.

4. Sykes-Picot, Wilson e il sistema dei mandati

Durante la guerra, Gran Bretagna e Francia negoziarono il futuro dei territori ottomani. L’accordo Sykes-Picot del 1916 è diventato il simbolo di un Medio Oriente disegnato da diplomatici europei con righelli sulle mappe. La sua importanza è reale, ma la formula secondo cui due uomini avrebbero tracciato da soli tutti i confini attuali è troppo semplice: gli accordi furono modificati da guerre, trattati successivi, rivolte e compromessi. Resta il fatto che Londra e Parigi cercarono di convertire la caduta dell’impero in una nuova architettura di influenza e controllo.

Un nodo della discussione fu la promessa di autodeterminazione associata al presidente americano Woodrow Wilson. Wilson sosteneva che i popoli dovessero poter decidere il proprio destino, ma applicare quel principio si rivelò molto più difficile quando entrò in conflitto con le ambizioni imperiali britanniche e francesi. I leader europei non volevano rinunciare ai territori e alle rotte strategiche che ritenevano indispensabili. La soluzione fu anche linguistica: invece di chiamare quelle aree colonie o province imperiali, vennero istituite sotto il sistema dei mandati.

Come sottolinea Montefiore, il mandato fu in pratica una nuova forma di amministrazione imperiale, presentata come una fase temporanea prima dell’autogoverno. La Gran Bretagna esercitò un ruolo decisivo in Iraq, Palestina e Transgiordania; la Francia controllò Siria e Libano. La formula giuridica cambiava, ma le potenze europee continuavano a decidere le condizioni politiche, amministrative e strategiche dei territori. Il linguaggio della tutela e della preparazione all’indipendenza conviveva con interessi militari, economici e imperiali.

Questo sistema non produsse un’unica reazione. Le élite locali cercarono di negoziare con i nuovi governanti, altre si ribellarono, altre ancora tentarono di costruire istituzioni nazionali entro i confini assegnati. La Siria e il Libano seguirono traiettorie diverse dall’Iraq e dalla Transgiordania; l’Egitto aveva una storia politica distinta e un rapporto specifico con la presenza britannica. Non esisteva una sola esperienza coloniale né una risposta comune a essa.

La conseguenza più importante è che molti Stati oggi descritti come entità antiche hanno assunto la forma politica attuale soltanto nel Novecento. Le loro città, comunità, lingue, tradizioni e memorie possono essere molto più antiche degli apparati statali moderni. Confondere la continuità delle società con la continuità dei confini porta a presentare come naturali assetti che sono invece il risultato di guerre, accordi, decisioni imperiali e lotte interne.

5. Nazionalismi, sionismo e la questione palestinese

Il crollo ottomano non generò un’unica identità politica condivisa. Si rafforzarono nazionalismi differenti: turco, arabo, ebraico e, progressivamente, palestinese, oltre a identità locali e religiose che non coincidevano sempre con i progetti nazionali. Questi movimenti non nacquero tutti nello stesso momento e non avevano gli stessi obiettivi. Si trovarono però a competere per territorio, sovranità, sicurezza, rappresentanza e riconoscimento internazionale.

Il sionismo moderno si sviluppò in Europa in un contesto segnato dall’antisemitismo e dall’idea che gli ebrei avessero bisogno di una patria nazionale sicura. La Palestina aveva un significato storico e religioso centrale per il popolo ebraico, e già prima della Seconda guerra mondiale vi si era formata una comunità ebraica organizzata. Allo stesso tempo, la terra era abitata da una popolazione araba con proprie città, villaggi, reti familiari, legami con il territorio e aspirazioni politiche. La crescita di un progetto nazionale ebraico e il timore arabo di perdere controllo e autodeterminazione si alimentarono reciprocamente.

Il mandato britannico si trovò a gestire promesse, aspettative e interessi incompatibili. La Dichiarazione Balfour del 1917 sostenne la creazione in Palestina di un «focolare nazionale per il popolo ebraico», precisando che non avrebbero dovuto essere pregiudicati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche. La formulazione lasciava aperta una questione politica fondamentale: quali diritti nazionali avrebbero avuto gli arabi palestinesi e come sarebbero stati conciliati con il progetto sionista? Le politiche britanniche, spesso contraddittorie, non riuscirono a costruire un accordo condiviso.

Montefiore richiama anche Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme e figura influente del nazionalismo arabo palestinese. Il suo percorso, la sua opposizione al progetto sionista e la collaborazione con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale sono elementi importanti della storia del periodo. Ma la sua biografia non può essere trasformata nella spiegazione totale del nazionalismo palestinese: le aspirazioni politiche arabe avevano radici più ampie, legate anche alla terra, alla rappresentanza, al controllo del paese e alla prospettiva di una sovranità nazionale.

Negli anni Trenta la rivolta araba in Palestina rese evidente la profondità del conflitto e la crisi del mandato. La rivolta del 1936-1939 combinò sciopero generale, opposizione al dominio britannico e resistenza alla crescita del progetto nazionale ebraico; fu repressa duramente dalle autorità britanniche e contribuì a trasformare il quadro politico e militare. Anche all’interno delle comunità arabe ed ebraiche esistevano divisioni su leadership, tattiche e compromessi possibili. La storia non fu quella di due blocchi perfettamente omogenei, ma di movimenti nazionali attraversati da rivalità interne e decisioni strategiche differenti.

Le proposte di spartizione e i piani britannici tentarono più volte di risolvere il conflitto dividendo il territorio o limitando l’immigrazione, ma nessuna soluzione ottenne un consenso stabile da entrambe le parti. La Seconda guerra mondiale e la Shoah cambiarono radicalmente il contesto. Per gli ebrei europei sopravvissuti alle persecuzioni, la possibilità di trovare rifugio divenne una questione esistenziale; per gli arabi palestinesi, la prospettiva di una partizione imposta e la crescita di una comunità nazionale concorrente apparivano come una minaccia alla propria autodeterminazione. Comprendere la collisione fra queste due esperienze è indispensabile per capire il 1947-1948.

6. Il 1947-1949: la nascita di Israele, la guerra e la Nakba

Dopo la Seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna non riuscì più a gestire la Palestina e trasferì la questione alle Nazioni Unite. Nel 1947 l’ONU propose una partizione in uno Stato ebraico e uno Stato arabo, con uno status speciale per Gerusalemme. La leadership ebraica accettò il piano come base per la nascita di uno Stato, pur con riserve; i dirigenti arabi palestinesi e gli Stati arabi lo respinsero, considerandolo ingiusto e contrario ai diritti della maggioranza araba del paese. Il voto internazionale non risolse il conflitto: fu seguito da una guerra civile fra le comunità, prima ancora della fine del mandato britannico.

Quando Israele dichiarò l’indipendenza nel maggio 1948, gli eserciti di Stati arabi vicini entrarono in guerra. Montefiore invita a non immaginare quei governi come un fronte perfettamente coordinato, mosso da un unico progetto. Avevano obiettivi diversi e spesso rivali. La Giordania di re Abdullah, per esempio, aveva ambizioni proprie sulla parte araba della Palestina e non coincideva automaticamente con gli obiettivi di altri governi arabi. La guerra fu quindi anche una competizione fra attori regionali che cercavano di definire il nuovo ordine a proprio vantaggio.

Il conflitto fu brutale e incerto. Le forze israeliane attraversarono fasi difficili, poi riuscirono a rafforzarsi e a conquistare territori oltre quelli assegnati dal piano di partizione. Si verificarono massacri e violenze contro civili; Deir Yassin, nell’aprile 1948, divenne uno degli episodi più noti e contribuì a diffondere paura fra la popolazione palestinese. La storia della guerra comprende azioni di gruppi armati, operazioni militari, fughe, espulsioni e decisioni locali che non possono essere ridotte a una sola causa. Riconoscere la violenza commessa da più parti non significa attribuire automaticamente responsabilità identiche: occorre distinguere i singoli eventi, le decisioni dei comandanti e le conseguenze per i civili.

Per gli israeliani, il 1948 rappresenta la fondazione dello Stato e la possibilità di garantire una patria e un rifugio dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah. Nel momento della nascita di Israele vivevano nel paese centinaia di migliaia di ebrei, molti dei quali percepivano la propria sopravvivenza come una questione immediata. Per i palestinesi, la stessa guerra è la Nakba, la catastrofe: circa 700.000 persone divennero profughe, fuggendo dai combattimenti o venendo espulse, e la maggior parte non poté tornare alle proprie case. Villaggi furono spopolati o distrutti e la società palestinese venne profondamente frammentata.

Le due memorie non si annullano a vicenda. La necessità ebraica di sicurezza non cancella la perdita palestinese; la Nakba non rende irrilevante la storia dell’antisemitismo e della persecuzione degli ebrei. Ma riconoscere entrambe le esperienze non significa rinunciare a esaminare le responsabilità specifiche, le decisioni politiche e gli effetti concreti delle azioni militari. Il conflitto resta irrisolto anche perché i due popoli continuano a ricordare il momento fondativo in modi radicalmente differenti.

La guerra non creò uno Stato palestinese indipendente: Israele controllò più territorio di quello previsto dal piano ONU, la Giordania annesse la Cisgiordania e l’Egitto amministrò la Striscia di Gaza. Gli armistizi del 1949 fermarono i combattimenti su alcune linee, ma non risolsero le questioni dei profughi, dei confini, di Gerusalemme e della sovranità palestinese. Quella che poteva apparire come una guerra conclusa divenne così l’inizio di un conflitto trasmesso alle generazioni successive.

7. Lo scià d’Iran: modernizzazione autoritaria e rivoluzione

La conversazione si sposta poi sull’Iran, un paese spesso lasciato ai margini quando il Medio Oriente viene raccontato soltanto attraverso Israele e Palestina. Sotto Mohammad Reza Pahlavi, lo scià promosse una modernizzazione rapida, un programma di occidentalizzazione e riforme dall’alto. Il regime investì nello sviluppo e cercò di trasformare la società, ma concentrò il potere nella monarchia, limitò il pluralismo e represse gli oppositori. Le trasformazioni economiche e culturali non produssero consenso uniforme: gruppi religiosi, nazionalisti, studenti, intellettuali e settori popolari potevano opporsi allo scià per ragioni diverse.

Il risentimento aveva anche una dimensione storica. Il rapporto dell’Iran con le potenze straniere, in particolare con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, era segnato dalla percezione di interferenze e dipendenze. La modernizzazione imposta dall’alto veniva interpretata da alcuni come progresso, da altri come perdita di autonomia e di identità. Il regime non riuscì a costruire istituzioni abbastanza inclusive da assorbire l’opposizione, e la repressione contribuì a radicalizzare la crisi.

La rivoluzione del 1979 non fu quindi soltanto una rivolta religiosa contro un sovrano laico. Fu una coalizione di oppositori con motivazioni differenti, che riuscì a rovesciare la monarchia ma non condivise necessariamente lo stesso progetto per il futuro. Ruhollah Khomeini, grazie alla propria autorità religiosa e alla capacità di mobilitare il malcontento, riuscì a prevalere nella fase successiva. La rivoluzione venne trasformata in un nuovo sistema politico, la Repubblica islamica, che concentrò l’autorità nelle istituzioni religiose e rivoluzionarie.

Montefiore considera il 1979 una svolta di portata internazionale. La nuova repubblica non si presentò soltanto come un governo iraniano, ma come un progetto ideologico che contestava l’influenza occidentale e pretendeva di offrire un modello alternativo. La rivoluzione cambiò gli equilibri interni iraniani e aprì una nuova fase di competizione regionale. Il potere religioso, il linguaggio rivoluzionario e gli interessi strategici dello Stato si sarebbero intrecciati in una politica estera destinata a incidere su molti paesi vicini.

8. Khomeini e la costruzione di un’influenza regionale

La Repubblica islamica costruì progressivamente una rete di relazioni con movimenti politici e organizzazioni armate al di fuori dei propri confini. Questo sistema consentiva a Teheran di esercitare influenza senza dover occupare direttamente i territori in cui operavano i suoi alleati. La rete è spesso descritta come un «impero informale»: non un impero territoriale nel senso tradizionale, ma una struttura di alleanze, sostegno materiale, legami ideologici e interessi condivisi.

Questa strategia ha contribuito a rendere la rivalità con Israele e con alcuni governi arabi una competizione regionale permanente. L’Iran ha cercato profondità strategica attraverso alleati e partner in diversi teatri, ma i rapporti non sono riducibili a una catena di comando perfetta. I movimenti locali hanno proprie origini, basi sociali, obiettivi nazionali e rivalità; possono convergere con Teheran senza rinunciare completamente alla propria autonomia. Per comprendere le crisi bisogna quindi osservare sia il sostegno iraniano sia le dinamiche interne di ciascun paese e organizzazione.

La regione non può essere letta soltanto come una disputa fra israeliani e palestinesi. Iran, Turchia, monarchie del Golfo, Egitto, Iraq e altri Stati perseguono interessi differenti, talvolta convergenti e talvolta opposti. Anche le grandi potenze esterne — soprattutto Stati Uniti e Russia, ma sempre più anche la Cina — influenzano alleanze, forniture militari, negoziati e calcoli strategici. La competizione regionale è un sistema di conflitti intrecciati, non una singola guerra con due soli protagonisti.

Un ulteriore elemento è il rapporto fra ideologia e interesse nazionale. I governi possono presentare le proprie scelte come missioni storiche o religiose, ma devono anche gestire sicurezza, economia, legittimità interna e rivalità con i vicini. Le ideologie non sono semplici decorazioni: possono mobilitare sostenitori e definire nemici, ma operano dentro condizioni politiche concrete. È questa combinazione a rendere il Medio Oriente difficile da comprendere attraverso formule che attribuiscono tutto a una sola religione, a una sola potenza o a un solo conflitto.

9. Dal passato al presente: il 7 ottobre e ciò che rischiamo di non vedere

Nella parte finale, il discorso arriva alle conseguenze più recenti della storia regionale e al trauma del 7 ottobre 2023. L’attacco di Hamas contro Israele, con l’uccisione di civili e la presa di ostaggi, ha modificato radicalmente la percezione della sicurezza israeliana. La guerra che ne è seguita ha prodotto devastazione e una gravissima crisi umanitaria a Gaza, aggravando una storia già segnata da lutti, sfollamenti, paura e assenza di una soluzione politica condivisa.

Collocare il 7 ottobre in una prospettiva storica non significa giustificare l’attacco, né considerare inevitabile ogni risposta militare. Significa capire come memorie collettive, ideologie, leadership, scelte strategiche e fallimenti politici contribuiscano a creare le condizioni in cui la violenza torna a imporsi. Una spiegazione storica non è un’assoluzione morale: serve a individuare cause e responsabilità, non a cancellarle. Allo stesso modo, raccontare la storia di Israele non esaurisce la storia del Medio Oriente, e raccontare la storia palestinese non può significare ignorare le altre forze che agiscono nella regione.

La domanda conclusiva dell’intervista — che cosa non stiamo discutendo abbastanza? — invita a guardare oltre la cronaca immediata. Se tutta l’attenzione resta concentrata su un solo conflitto, rischiamo di non vedere l’evoluzione dell’Iran, le ambizioni della Turchia, le scelte delle monarchie del Golfo, le divisioni del mondo arabo e il ruolo delle potenze esterne. Il quadro comprende anche paesi e società che raramente entrano nel dibattito europeo, ma che sono parte dello stesso sistema storico e strategico.

La tesi di fondo di Montefiore è che la regione non si capisce attraverso un’unica chiave morale o geopolitica. La fine degli imperi, le decisioni delle potenze europee, i nazionalismi, la nascita di Israele, le rivoluzioni e la costruzione di reti d’influenza hanno prodotto un ordine instabile, nel quale le scelte di un attore modificano le possibilità degli altri. La storia non elimina il giudizio: permette di distinguere meglio le cause, le responsabilità e le alternative che, in momenti diversi, furono possibili o vennero abbandonate.

Il commento de L’Elastico: la storia non comincia dove comincia il nostro dibattito

Il merito più importante di un racconto storico ampio è costringerci a cambiare scala. Nel dibattito quotidiano il Medio Oriente viene spesso ridotto a una scelta binaria: due popoli, due religioni, due campi morali. Ma la regione è stata attraversata da imperi multietnici, nazionalismi concorrenti, progetti coloniali, rivoluzioni, rivalità fra Stati e fratture interne alle stesse comunità. Nessuna singola chiave può spiegare tutto.

Questo non significa che tutte le narrazioni siano ugualmente corrette o che ogni responsabilità si equivalga. La complessità non è una scusa per sospendere il giudizio: è ciò che ci permette di giudicare meglio. Occorre distinguere tra spiegare e giustificare, tra riconoscere il trauma di una popolazione e negare quello di un’altra, tra la storia di un popolo e le decisioni di un governo o di un’organizzazione armata.

C’è poi una lezione più generale. Gli imperi possono tenere insieme territori e comunità con la forza, ma la loro caduta non produce automaticamente Stati legittimi e stabili. I confini possono essere disegnati da diplomatici, ma diventano realtà quotidiane attraverso istituzioni, identità, scuole, eserciti, memorie e conflitti. Quando il nuovo ordine non riesce a conciliare le aspirazioni dei gruppi che lo abitano, le ferite del passato si trasformano in strumenti politici del presente.

La storia del Medio Oriente non è una catena di odi eterni. È una storia di decisioni umane, strutture di potere e occasioni mancate; proprio per questo non è immutabile. Comprenderla non risolve da solo i conflitti, ma è un passo necessario per smettere di raccontarli come se fossero incomprensibili, inevitabili o iniziati soltanto ieri.

Guarda la conversazione completa: True History of the Middle East with Simon Sebag Montefiore — TRIGGERnometry.

Questo articolo è una ricostruzione editoriale dei temi principali della conversazione, non una trascrizione integrale. Il commento de L’Elastico è una sezione distinta e propone un approfondimento storico autonomo.

Chi è Simon Sebag Montefiore

Simon Sebag Montefiore è uno storico e scrittore britannico, specializzato soprattutto nella storia della Russia e del Medio Oriente. Ha conseguito un dottorato in storia all’Università di Cambridge ed è Fellow della Royal Society of Literature. È noto per le sue biografie storiche e per opere che intrecciano vicende politiche, potere e vita personale dei protagonisti.

Tra i suoi libri più conosciuti figurano Young Stalin, premiato con il Costa Biography Award e il Los Angeles Times Book Prize for Biography; Stalin: The Court of the Red Tsar; Jerusalem: The Biography; e The Romanovs: 1613–1918. Con The Cauldron: The Making of the Modern Middle East affronta la formazione del Medio Oriente contemporaneo e le trasformazioni che hanno seguito la dissoluzione dell’Impero ottomano. Ha inoltre scritto e presentato documentari storici per la televisione. I suoi libri sono tradotti in numerose lingue.

Per approfondire: sito ufficiale di Simon Sebag Montefiore.


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Dalla fine dell’Impero ottomano ai mandati europei, dalla nascita di Israele alla rivoluzione iraniana: Simon Sebag Montefiore ricostruisce le forze che hanno plasmato il Medio Oriente moderno.

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