Perché i palestinesi non hanno uno Stato? La risposta più immediata è che Israele lo impedisce. Ma è sufficiente? In una lunga conversazione con il conduttore Josh Szeps, il giornalista israeliano Haviv Rettig Gur propone una lettura diversa: per comprendere il mancato raggiungimento di uno Stato palestinese bisogna considerare non soltanto il potere di Israele, ma anche le idee, le strategie e le scelte dei movimenti palestinesi e dei loro alleati. È una tesi che merita di essere ricostruita senza confonderla con una spiegazione esaustiva del conflitto.
1. La tesi di Haviv Rettig Gur: i palestinesi non sono soltanto spettatori della propria storia
La domanda da cui parte la conversazione è semplice: perché i palestinesi non hanno uno Stato? Secondo Josh Szeps, la risposta più comune nel dibattito pubblico contemporaneo tende a essere «perché Israele». Gur contesta l’idea che questa formula, da sola, possa spiegare la storia del conflitto.
Il suo primo argomento riguarda il modo in cui raccontiamo i palestinesi. Se li consideriamo esclusivamente vittime delle decisioni israeliane e delle potenze occidentali, sostiene Gur, rischiamo di negare loro il ruolo di soggetti politici capaci di elaborare obiettivi, scegliere strategie e influire sul proprio destino. La storia palestinese, nella sua lettura, non è soltanto la storia di ciò che Israele ha fatto ai palestinesi: è anche la storia delle idee che hanno orientato i loro movimenti nazionali e delle decisioni prese dai loro dirigenti.
Gur non presenta questa posizione come un’assoluzione di Israele. La presentazione dell’intervista lo descrive come critico dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e della condotta della guerra a Gaza. Il punto che vuole mettere in discussione è piuttosto una spiegazione monocausale: attribuire ogni esito a un solo attore rende più difficile capire perché il conflitto si sia riprodotto per generazioni.
2. Un movimento nazionale attraversato da molte ideologie
Nel titolo e nella presentazione della conversazione, Gur richiama una genealogia politica composita della resistenza palestinese: nazionalismo arabo, anticolonialismo, modelli rivoluzionari ispirati anche al maoismo, movimenti di liberazione islamica e il confronto con il sionismo. Non si tratterebbe quindi di un movimento uniforme, guidato in ogni epoca dallo stesso obiettivo o dalla stessa concezione della lotta.
Questa pluralità è importante per la tesi dell’intervistato. Le organizzazioni palestinesi sono nate in contesti differenti, hanno adottato strategie diverse e hanno interpretato in modi diversi il rapporto tra autodeterminazione, riconoscimento di Israele, lotta armata e compromesso. Per Gur, non si può comprendere l’esito storico limitandosi a osservare le decisioni del governo israeliano: bisogna chiedersi anche quale progetto politico perseguissero i diversi attori palestinesi e quale futuro immaginassero.
La conseguenza è che la parola «resistenza» non basta, da sola, a spiegare un movimento. Può comprendere aspirazioni legittime all’autodeterminazione, mobilitazione popolare e opposizione all’occupazione, ma può anche essere associata a strategie che privilegiano lo scontro e rendono più difficile raggiungere un accordo. Distinguere tra obiettivi, metodi e organizzazioni è indispensabile per non trattare la società palestinese come un blocco unico.
3. La storia non comincia oggi
La domanda sullo Stato palestinese non può essere separata dalla storia della fine del mandato britannico e dalla proposta di spartizione della Palestina. Nel 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181, che raccomandava la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo, con uno statuto internazionale speciale per Gerusalemme. Il piano era contestato e non fu attuato secondo il disegno previsto: la guerra del 1948 produsse una realtà territoriale diversa e una massiccia fuga ed espulsione di palestinesi, ricordata dai palestinesi come Nakba.
Questo passaggio è centrale perché impedisce di raccontare la questione come se fosse nata con gli eventi più recenti. Le aspirazioni nazionali ebraiche e palestinesi si sono sviluppate nello stesso territorio, tra rivendicazioni incompatibili, violenze, interventi di potenze esterne e guerre regionali. La storia successiva ha aggiunto altri snodi: l’occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza nel 1967; la nascita e l’evoluzione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina; gli accordi di Oslo; la divisione politica palestinese tra Fatah e Hamas; le guerre e l’espansione degli insediamenti israeliani.
La ricostruzione di Gur invita a guardare alle scelte palestinesi lungo questa storia. Ma, per essere completa, deve essere affiancata dall’esame delle scelte israeliane: il controllo militare e amministrativo dei territori occupati, la politica degli insediamenti, le decisioni dei governi israeliani e le condizioni imposte o rifiutate nei diversi negoziati. Nessuna di queste dimensioni può essere cancellata senza deformare il quadro.
4. Avere uno Stato, essere riconosciuti, esercitare sovranità
La domanda del titolo richiede una precisazione. La Palestina non è semplicemente «inesistente» sul piano internazionale: dal 2012 possiede lo status di Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, in seguito alla risoluzione 67/19 dell’Assemblea generale. Numerosi Stati la riconoscono. Questo, tuttavia, non equivale a disporre di una sovranità piena ed effettiva su un territorio continuo, con confini definiti e controllo autonomo della sicurezza, delle risorse e delle frontiere.
È dunque più preciso chiedersi perché non sia stato realizzato uno Stato palestinese pienamente sovrano e vitale. La risposta comprende ostacoli politici, territoriali e di sicurezza, ma anche la mancanza di un accordo definitivo tra le parti. La divisione tra l’Autorità Palestinese in parti della Cisgiordania e Hamas a Gaza ha ulteriormente complicato la questione della rappresentanza e della governance palestinese. Al tempo stesso, Israele conserva un potere decisivo su molti aspetti della vita nei territori occupati, e le politiche di insediamento rendono più difficile immaginare un territorio palestinese contiguo.
Nel luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia, nel suo parere consultivo sulle politiche e pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, ha concluso che la continuata presenza di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e ha ribadito il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Il parere è un riferimento giuridico fondamentale per comprendere che la questione non riguarda soltanto le strategie delle organizzazioni palestinesi, ma anche obblighi e responsabilità internazionali.
5. Il merito e il limite della spiegazione
Il contributo più utile della prospettiva di Gur è il richiamo all’agenzia politica. Un popolo non è soltanto il destinatario delle azioni altrui: ha dirigenti, istituzioni, divisioni interne e strategie che possono favorire oppure ostacolare i propri obiettivi. Riconoscere questa capacità d’azione significa prendere sul serio i palestinesi come soggetti politici, non attribuire loro automaticamente ogni responsabilità per il mancato accordo.
Il limite emerge quando la responsabilità degli attori palestinesi rischia di diventare la chiave interpretativa dominante. Il potere delle parti non è simmetrico: Israele è uno Stato con forze armate, controllo di confini e territorio e un sistema istituzionale consolidato; i palestinesi vivono in condizioni di frammentazione territoriale e politica, sotto occupazione in parte dei territori e senza sovranità piena. Questo squilibrio non rende irrilevanti le decisioni palestinesi, ma incide concretamente sulle possibilità a disposizione di ciascuna parte.
Allo stesso modo, riconoscere gli errori della leadership palestinese non cancella le responsabilità israeliane; denunciare l’occupazione non rende automaticamente efficaci o legittimi tutti i metodi adottati in nome della resistenza. Spiegare non significa giustificare. È possibile condannare gli attacchi contro i civili e, contemporaneamente, riconoscere i diritti palestinesi all’autodeterminazione; è possibile riconoscere le legittime preoccupazioni di sicurezza degli israeliani senza trasformarle in una giustificazione generale dell’occupazione o degli insediamenti.
6. Una domanda più difficile
La domanda iniziale sembra chiedere di individuare un responsabile. Ma se l’obiettivo è capire perché uno Stato palestinese non sia ancora una realtà pienamente sovrana, una domanda più utile è questa: quali scelte, condizioni e rapporti di potere hanno impedito che le aspirazioni nazionali di due popoli trovassero una sistemazione politica stabile?
La risposta non può essere ridotta né alla formula «è tutta colpa di Israele» né alla formula opposta «i palestinesi hanno rifiutato la pace». Entrambe selezionano una parte della storia e rischiano di trasformarla nell’intera spiegazione. Occorre distinguere periodi, leadership, proposte negoziali, condizioni sul terreno e obiettivi dichiarati; occorre inoltre separare ciò che è documentato da ciò che è interpretazione politica.
La lettura de L’Elastico
La tesi di Haviv Rettig Gur offre una correzione importante a una narrazione che presenta i palestinesi soltanto come oggetti della storia. Le scelte dei loro dirigenti, le divisioni interne e le ideologie dei movimenti che li rappresentano contano davvero. Ignorarle significa rinunciare a comprendere una parte del problema.
Ma una spiegazione equilibrata deve applicare lo stesso criterio a tutti gli attori e tenere conto della distribuzione del potere. Le decisioni della leadership palestinese non avvengono nel vuoto; le decisioni israeliane non sono una semplice reazione automatica a quelle palestinesi. Occupazione, insediamenti, sicurezza, violenza contro i civili, divisioni politiche e fallimenti diplomatici appartengono allo stesso quadro, anche se non hanno lo stesso peso in ogni fase storica.
La domanda, quindi, non è soltanto perché i palestinesi non abbiano ottenuto uno Stato. È anche quali condizioni renderebbero possibile uno Stato capace di esercitare una sovranità reale, garantire diritti e sicurezza ai propri cittadini e convivere con Israele. La prospettiva di Gur ci ricorda che la storia non si comprende negando la responsabilità politica dei palestinesi. La verifica storica e giuridica ricorda, nello stesso tempo, che tale responsabilità non può essere usata per oscurare l’occupazione e gli obblighi di chi esercita il controllo sul territorio.
Fonti e approfondimenti
- Josh Szeps, “Why don’t Palestinians have a state?” — conversazione con Haviv Rettig Gur.
- Trascrizione e presentazione della conversazione.
- Nazioni Unite — storia della questione palestinese.
- Assemblea generale ONU, risoluzione 67/19 (2012): status della Palestina.
- Corte internazionale di giustizia — parere consultivo del 19 luglio 2024 sui territori palestinesi occupati.





Rispondi