Nella decima lezione della sua Serie Biblica, Jordan B. Peterson legge la storia di Abramo come un racconto sul patto, sul sacrificio e sulla trasformazione dell’identità. Il patriarca non diventa «padre delle nazioni» perché evita le difficoltà, ma perché continua a orientare la propria vita verso qualcosa che considera più alto del vantaggio immediato. La lettura è insieme psicologica, morale e religiosa: potente quando illumina la responsabilità e il futuro, più discutibile quando trasforma una narrazione antica in una teoria generale della vita umana.
1. Una vita fatta di passaggi e ripartenze
Peterson presenta la vicenda di Abramo non come un racconto lineare in cui un protagonista riceve una missione e la porta a termine senza esitazioni. La sua vita è composta da episodi distinti, separati da crisi, decisioni e sacrifici. Ogni volta che una fase si conclude, non basta conservare ciò che si è ottenuto: occorre rivalutare la situazione, riconsiderare la propria identità e capire quale sia il passo successivo.
Questa struttura, sostiene il docente, assomiglia al modo in cui si sviluppa l’esistenza umana. Ci poniamo un obiettivo, organizziamo le nostre energie per raggiungerlo e, quando finalmente ci arriviamo, scopriamo che il traguardo non risolve tutto. La meta può cambiare il nostro ruolo, le nostre relazioni e il modo in cui comprendiamo noi stessi. Una nuova fase richiede quindi una nuova valutazione, non la semplice ripetizione delle strategie precedenti.
Il percorso di Abramo è segnato da promesse e rotture, da momenti di fiducia e da situazioni che mettono alla prova quella fiducia. Il patto con Dio non elimina l’incertezza né garantisce una vita facile. Nella lettura di Peterson, offre piuttosto un orientamento attraverso circostanze che restano difficili e talvolta incomprensibili.
2. Il patto come orientamento
Il tema del patto attraversa la conferenza. Nella Genesi, Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa e un ruolo che va oltre la sua vicenda individuale. Il nome stesso viene trasformato: da Abram ad Abraham, collegato nel testo biblico alla promessa di diventare padre di una moltitudine di nazioni. La promessa viene ripetuta, quasi fosse necessario richiamare Abramo al significato del cammino che sta compiendo.
Peterson interpreta il patto come un impegno reciproco con un ideale superiore al tornaconto immediato. L’individuo non può controllare tutti gli eventi né sapere in anticipo quali saranno le conseguenze delle proprie azioni. Può però scegliere a che cosa legarsi, quali obblighi riconoscere e quale bene cercare di servire. Il patto diventa così una struttura che consente di mantenere una direzione anche quando la vita non segue il piano previsto.
La metafora dell’arca, già utilizzata da Peterson nella lezione precedente, aiuta a rendere intuitiva questa funzione: non impedisce la tempesta, ma può offrire una struttura con cui attraversarla. Il valore del patto non sta nella promessa di immunità dalla sofferenza; sta nella possibilità di non essere completamente disorientati dalla sofferenza.
3. Sacrificare qualcosa per poter proseguire
Il sacrificio è un altro elemento centrale. Per continuare il proprio cammino, Abramo deve rinunciare a qualcosa, attraversare prove e accettare che la realizzazione della promessa non coincida con il soddisfacimento immediato dei suoi desideri. Peterson legge questi episodi come rappresentazioni di una condizione ricorrente: ogni scelta significativa comporta costi, e non tutte le possibilità possono essere conservate nello stesso momento.
In questa prospettiva, crescere non significa accumulare soltanto vantaggi. Significa anche saper rinunciare a una comodità presente per un obiettivo più ampio, accettare il costo di una responsabilità e non abbandonare automaticamente ciò che si ritiene giusto quando diventa difficile. Il sacrificio acquista senso in rapporto a ciò a cui è rivolto: la rinuncia, da sola, non è una virtù e può anche essere inutile o distruttiva.
È qui che la storia biblica assume per Peterson un significato psicologico. La fede di Abramo diventa un modo di stare nel mondo: non la convinzione che tutto andrà bene, ma la scelta di continuare a rispondere a un richiamo morale anche quando l’esito non è garantito.
4. La verità, l’umiltà e la possibilità di correggersi
La conferenza collega il patto anche alla verità e all’umiltà. Peterson racconta di aver attraversato un periodo personale difficile e di aver dovuto chiedere consiglio, ascoltare osservazioni critiche e interrogarsi su ciò che stava facendo bene o male. Non presenta questa esperienza come una prova che una particolare visione religiosa sia dimostrata; la usa per illustrare una capacità pratica: quando le circostanze diventano caotiche, può essere necessario smettere di difendere la propria immagine e domandarsi che cosa correggere.
L’umiltà, in questa lettura, non è disprezzo di sé. È la disponibilità a riconoscere che la propria comprensione è incompleta e che altri possono vedere errori che non riusciamo a individuare. Dire la verità non garantisce il successo, precisa Peterson: non è un trucco magico che mette automaticamente il mondo dalla nostra parte. È, piuttosto, una delle possibilità migliori per orientarsi senza aggiungere alla difficoltà esterna anche l’autoinganno.
Il riferimento alla verità non resta confinato al rapporto con gli altri. Pensare significa anche dialogare con se stessi, esaminare le proprie convinzioni e mettere alla prova le spiegazioni che ci diamo. La conoscenza, nella descrizione di Peterson, non appare già pronta: si forma gradualmente, attraverso tentativi di analisi e confronto, passando dall’ignoto a una comprensione che può essere espressa e condivisa.
5. Essere padre significa andare oltre la propria vita
Perché Abramo è chiamato «padre delle nazioni»? Peterson allarga la questione oltre la paternità biologica. Le azioni di una persona possono produrre conseguenze che si estendono molto più lontano di quanto quella persona sia in grado di prevedere. Siamo il punto d’incontro di una lunga storia di relazioni, circostanze e scelte; allo stesso modo, ciò che facciamo può influenzare persone che non incontreremo mai e generazioni che non vedremo.
La promessa rivolta ad Abramo viene letta anche in questa chiave: il significato di una vita non si esaurisce nei suoi risultati immediati. Una persona può diventare un punto di riferimento, trasmettere valori, creare istituzioni, educare figli o contribuire a una tradizione che prosegue oltre la sua esistenza. Il futuro non è completamente controllabile, ma le nostre azioni entrano in una rete di conseguenze che può essere molto più ampia del nostro orizzonte personale.
La prospettiva modifica anche il modo di pensare al successo. Non si tratta soltanto di ottenere ciò che si desidera per sé, ma di chiedersi che cosa la propria vita rende possibile per gli altri. In questo senso, essere «padre» diventa una figura della responsabilità verso il futuro: non la garanzia di una discendenza biologica o di una fama duratura, ma la consapevolezza che le proprie scelte possono generare effetti che continuano nel tempo.
6. Il rapporto tra verità e amore
Verso la parte conclusiva, Peterson introduce una tensione tra verità e amore. La verità è stata al centro di molte delle sue riflessioni, ma il patto biblico, secondo lui, non può essere compreso soltanto come adesione a un principio astratto. L’amore aggiunge una dimensione relazionale: ciò che si considera vero deve essere messo in rapporto con le persone, con la cura e con le conseguenze delle proprie azioni.
Peterson evita di trattare l’amore come una parola sentimentale che risolve ogni conflitto. Lo presenta piuttosto come un problema difficile da pensare con precisione, ma impossibile da ignorare. Se la verità ci aiuta a vedere la realtà senza distorcerla, l’amore ci obbliga a considerare a chi e a che cosa quella comprensione deve servire. La conferenza lascia aperta la tensione: non propone una formula semplice che elimini il conflitto tra questi valori.
La lettura de L’Elastico
La lettura di Peterson è efficace quando mostra come una storia antica possa organizzare domande ancora attuali: che cosa ci orienta nelle crisi? Come reagiamo quando un obiettivo viene raggiunto e la nostra identità deve cambiare? Siamo capaci di correggerci, di rinunciare a un vantaggio immediato e di considerare le conseguenze delle nostre azioni sulle generazioni successive?
Il punto più convincente è il rifiuto di identificare una vita buona con una vita priva di difficoltà. Un orientamento morale non serve a cancellare l’incertezza, ma a decidere come affrontarla. Anche il richiamo all’umiltà ha una portata concreta: chi considera le proprie convinzioni intoccabili riduce la possibilità di imparare dagli errori e dai consigli degli altri. La responsabilità verso il futuro, inoltre, corregge una visione del successo limitata al vantaggio personale e immediato.
Il limite emerge quando il significato psicologico viene presentato come se fosse anche una dimostrazione storica o teologica. Peterson propone una lettura interpretativa della Genesi, non una verifica indipendente degli eventi narrati. Il fatto che una storia possa offrire un modello utile per pensare alla vita non dimostra, da solo, che ogni dettaglio sia storicamente accaduto o che l’interpretazione proposta sia l’unica possibile. È importante distinguere il testo biblico, la tradizione religiosa che lo ha trasmesso e la rilettura psicologica contemporanea.
Un secondo limite riguarda il sacrificio. La rinuncia può essere necessaria per perseguire un bene importante, ma non è automaticamente positiva. Si può sacrificare qualcosa per una causa giusta, ma anche per un’idea sbagliata, per obbedienza cieca o per un ideale che danneggia gli altri. La domanda decisiva non è soltanto «a che cosa sono disposto a rinunciare?», ma anche «per quale scopo, con quali conseguenze e sulla base di quali ragioni?».
Anche il richiamo a un «bene superiore» richiede attenzione. Un ideale può dare continuità e significato alle scelte, ma può anche diventare un’autorità usata per sottrarsi al giudizio critico. Per questo la fedeltà a un patto deve restare accompagnata dalla capacità di interrogare la propria interpretazione di quel patto, soprattutto quando le sue conseguenze ricadono su altre persone. L’umiltà evocata da Peterson dovrebbe valere anche per gli ideali a cui siamo più legati.
Infine, l’idea di essere responsabili delle generazioni future è feconda, ma non richiede necessariamente una lettura religiosa. Può essere compresa anche in termini civili, familiari, culturali o ecologici: le nostre azioni contribuiscono a costruire un mondo che altri erediteranno. La prospettiva religiosa di Peterson è una possibile cornice di significato; il valore della responsabilità che mette in evidenza può essere discusso anche al di fuori di essa.
La storia di Abramo, così interpretata, non offre una ricetta per evitare il fallimento né una garanzia che chi agisce bene sarà premiato. Propone una domanda più esigente: quale principio può guidare le nostre decisioni quando il futuro resta incerto, e siamo disposti a rivedere noi stessi senza perdere di vista ciò che consideriamo davvero importante?
Fonti e approfondimenti
- Jordan B. Peterson, “Lecture: Biblical Series X: Abraham: Father of Nations” — fonte primaria dell’articolo.
- Trascrizione della conferenza — supporto per il controllo dei passaggi e dei temi discussi.
- Genesi 17 — il cambiamento del nome di Abram e la promessa del patto.
- Genesi 12–25 — il ciclo narrativo di Abramo.




Rispondi