La storia di Sodoma e Gomorra è una delle narrazioni bibliche più cariche di significati e controversie. Viene spesso citata nelle discussioni sulla sessualità; nella lezione XI della sua serie biblica, Jordan B. Peterson propone però di leggerla soprattutto come una storia sul trattamento dello straniero, sulla violenza che emerge quando ogni limite viene meno e sul rapporto tra responsabilità umana e ordine morale.
La sua è una lettura psicologica e simbolica, non una dimostrazione storica o una soluzione definitiva alle questioni teologiche. Ricostruiamo prima il ragionamento della lezione e poi lo mettiamo in dialogo con il testo biblico e con alcune interpretazioni alternative.
Parte I — La lettura di Jordan B. Peterson
1. Quando una fase della vita si esaurisce
Peterson riprende un’idea sviluppata nella lezione precedente: le vicende di Abramo possono essere lette come una successione di epoche della vita. Ci poniamo un obiettivo, costruiamo intorno a esso abitudini e aspettative e, per un certo periodo, quella struttura ci orienta. Ma una fase può esaurirsi. Quando accade, non basta proseguire automaticamente: occorre riorganizzarsi e capire che cosa debba essere lasciato andare.
Può diventare necessario un sacrificio, inteso in senso ampio: rinunciare a qualcosa che un tempo era utile ma che ora impedisce di proseguire. Se ci aggrappiamo a ogni elemento del passato, le vecchie strutture si accumulano e diventano un ostacolo. Per Peterson, le storie bibliche rappresentano in forma narrativa problemi ricorrenti dell’esistenza umana.
2. Lo straniero come prova morale
Peterson osserva che Sodoma e Gomorra vengono spesso interpretate come un ammonimento contro l’omosessualità. Nella sua lettura, tuttavia, questo non è il centro del racconto. Il tema principale sarebbe il trattamento dello straniero: come ci comportiamo davanti a persone, idee e situazioni che non conosciamo e che non rientrano nel nostro mondo abituale?
La lezione collega il tema alla vicenda di Abramo, che lascia la terra conosciuta e si mette in cammino verso ciò che non conosce. La sua disponibilità ad accogliere l’estraneo diventa un modello: se ci sentiamo sicuri soltanto entro i confini di ciò che già comprendiamo, restiamo vulnerabili quando la vita ci porta altrove. Imparare a incontrare ciò che è nuovo non significa approvare tutto indiscriminatamente, ma essere capaci di affrontarlo senza reagire subito con paura o ostilità.
3. Abramo e Lot: accogliere oppure aggredire
Il racconto mette in relazione due scene. In Genesi 18, Abramo riceve alcuni visitatori, offre loro riparo e cibo e li tratta con generosità. Il testo lascia progressivamente emergere la natura straordinaria degli ospiti. Peterson legge questo episodio come un modello di apertura: Abramo non sa immediatamente chi abbia davanti, ma agisce con cura e rispetto.
In Genesi 19, due messaggeri arrivano a Sodoma e Lot insiste perché entrino in casa sua invece di trascorrere la notte nella piazza. Anche Lot riconosce il dovere di proteggere chi è in viaggio. Ma la città risponde in modo opposto: gli uomini di Sodoma circondano la casa e pretendono che i visitatori siano consegnati loro. Da una parte l’ospite viene accolto e protetto; dall’altra lo straniero è trattato come una preda.
Per Peterson, il problema non è semplicemente la mancanza di gentilezza. Il gruppo minaccia gli ospiti con la violenza sessuale. La persona sconosciuta non viene riconosciuta come qualcuno a cui si debba rispetto, ma come un oggetto su cui esercitare il proprio potere. Il contrasto tra l’accoglienza di Abramo e l’aggressione di Sodoma rende visibile la scelta morale che attraversa il racconto.
4. Il desiderio senza limiti e la dissoluzione dell’ordine civile
La richiesta degli uomini di Sodoma è una minaccia di violenza sessuale collettiva. Peterson non la interpreta come espressione di una relazione affettiva tra persone dello stesso sesso, ma come manifestazione di un impulso che pretende soddisfazione senza consenso, misura o rispetto per l’altro. La dimensione sessuale è legata alla sopraffazione: ciò che viene denunciato è un desiderio che si trasforma in dominio.
La città rappresenta, in questa prospettiva, una comunità che ha perso i vincoli necessari alla convivenza. Le regole non sono soltanto restrizioni esterne: impediscono alla forza, all’impulso e al privilegio di diventare gli unici criteri di comportamento. Quando questi limiti vengono cancellati, la libertà del più forte diventa la vulnerabilità di tutti gli altri.
Peterson collega questa idea a un motivo ricorrente in molte tradizioni mitologiche: quando l’ordine fondamentale viene violato, la conseguenza è una catastrofe. Nella sua interpretazione psicologica, l’ordine è l’insieme di condizioni che permette agli esseri umani di vivere insieme. La storia ammonisce contro la convinzione che ogni desiderio debba essere seguito soltanto perché è desiderato.
5. Abramo intercede: la giustizia può essere interrogata
Prima della distruzione delle città, Abramo discute con Dio e domanda se sia giusto distruggere il giusto insieme al malvagio. La sua intercessione procede attraverso una serie di domande: se nella città si trovassero cinquanta giusti, e poi quaranta, trenta, venti o dieci, sarebbe comunque giusto annientarla? Il racconto mostra Abramo che insiste sulla possibilità di distinguere tra colpevoli e innocenti.
Peterson sottolinea che Dio, pur essendo rappresentato come giudice, è anche interlocutore di Abramo. La giustizia viene discussa e la possibilità della misericordia non è esclusa in partenza. La scena non cancella la durezza della punizione finale, ma impedisce di ridurre il personaggio divino a una figura incapace di ascoltare una domanda morale.
6. La catastrofe lascia un’eco
Lot e le sue figlie riescono a fuggire, ma la vicenda non termina con la distruzione della città. In seguito, le figlie fanno ubriacare il padre e hanno rapporti sessuali con lui, convinte di dover preservare la discendenza familiare. Peterson legge l’episodio come un’eco della catastrofe precedente: la fuga fisica non cancella automaticamente le conseguenze morali e psicologiche dell’ambiente da cui si è scappati.
La sua conclusione è quindi più ampia di una condanna rivolta a una singola condotta. La storia descrive una disgregazione dei vincoli che rendono possibile la vita civile: l’ospitalità si rovescia in aggressione, il desiderio diventa abuso e, anche dopo la fuga, la confusione delle relazioni continua a produrre conseguenze.
Parte II — La lettura de L’Elastico
1. Una lettura utile, purché non diventi l’unica
La forza dell’interpretazione di Peterson sta nel riportare al centro la violenza esercitata contro gli ospiti. In Genesi 19, gli uomini della città non chiedono una relazione consensuale: pretendono che i visitatori siano consegnati alla folla. Ridurre la scena a una storia sull’orientamento sessuale rischia di confondere la violenza con il desiderio e di oscurare il ruolo della coercizione.
Questo non significa, però, che la questione interpretativa sia chiusa. Nella storia della ricezione biblica, la componente sessuale è stata letta in modi diversi. Alcuni studiosi mettono in primo piano l’ospitalità violata e la minaccia di stupro; altri ritengono che il racconto condanni insieme la violenza sessuale, l’umiliazione dello straniero e una più ampia corruzione morale. Il testo non offre una definizione astratta e univoca del peccato di Sodoma: lo mette in scena attraverso azioni concrete.
2. Il contesto biblico allarga il quadro
Un riferimento importante è Ezechiele 16:49–50, dove l’orgoglio di Sodoma viene associato all’abbondanza, alla tranquillità e al mancato aiuto dei poveri e dei bisognosi. Questo passo non cancella la violenza narrata in Genesi, ma ricorda che la tradizione biblica ha descritto la colpa della città anche attraverso l’arroganza e l’ingiustizia sociale.
Altri riferimenti biblici richiamano Sodoma come esempio di empietà e giudizio, senza sempre precisare quale singolo comportamento ne costituisca la causa. La lettura più prudente non consiste nel sostituire una spiegazione esclusiva con un’altra — «solo sessualità» oppure «solo inospitalità» — ma nel riconoscere che la narrazione intreccia abuso, ostilità verso gli estranei, violenza e disgregazione della convivenza.
3. Lo straniero non è un simbolo: è una persona
Il richiamo all’accoglienza conserva una forza contemporanea. Le società si misurano anche da come trattano chi non dispone di potere, chi arriva da fuori e chi non appartiene al gruppo dominante. Ma accogliere non significa rinunciare a ogni giudizio, né ogni differenza deve essere considerata automaticamente virtuosa. La distinzione decisiva è tra confrontarsi con ciò che non conosciamo e trasformare quella differenza in un pretesto per umiliare, espellere o aggredire.
Il racconto suggerisce anche che la responsabilità non si esaurisce nelle intenzioni individuali. Una folla può rendere normale ciò che, preso singolarmente, molti esiterebbero a fare. Quando l’aggressione viene sostenuta dal gruppo, il potere collettivo può soffocare il giudizio personale e presentare la violenza come una consuetudine. È una dinamica riconoscibile ben oltre il contesto religioso in cui la storia è stata tramandata.
4. Una domanda scomoda: che cosa facciamo con Lot?
C’è un elemento che non va lasciato ai margini: Lot offre le proprie figlie alla folla nel tentativo di proteggere gli ospiti. La narrazione presenta questo gesto in una situazione estrema, ma non per questo siamo obbligati a considerarlo moralmente accettabile. Le figlie sono persone, non strumenti da sacrificare per salvare l’onore del padrone di casa. La loro vulnerabilità ricorda che anche un racconto sull’ospitalità può contenere una gerarchia in cui la sicurezza di alcuni viene comprata esponendo altri alla violenza.
Questo dettaglio complica una lettura troppo lineare nella quale Abramo e Lot rappresenterebbero semplicemente il bene, mentre Sodoma incarnerebbe il male assoluto. Il racconto è più inquietante: perfino chi cerca di compiere un dovere morale può riprodurre le ingiustizie del proprio mondo. La fedeltà alla fonte richiede di osservare anche questo aspetto, senza cancellarlo perché disturba l’interpretazione generale.
5. Il limite della lettura psicologica
Peterson interpreta le vicende bibliche come narrazioni archetipiche, capaci di rappresentare problemi ricorrenti della vita umana. È un metodo che può aprire domande feconde: come reagiamo all’ignoto? Quali regole proteggono la convivenza? Che cosa succede quando il desiderio si separa dalla responsabilità?
Ma una lettura psicologica non dimostra da sola che un evento sia accaduto storicamente, né stabilisce automaticamente il significato teologico definitivo del testo. Occorre distinguere tra il racconto biblico, la sua storia interpretativa e l’uso contemporaneo che ne facciamo. Sono livelli collegati, ma non identici.
Il punto più convincente della lezione, allora, non è che Peterson abbia chiuso ogni discussione su Sodoma e Gomorra. È l’invito a guardare la scena senza fermarsi a un’etichetta: chi esercita la forza, chi viene esposto al rischio, quali limiti vengono violati e che cosa una comunità considera normale. È proprio qui che la storia torna a interrogarci.
Fonti e approfondimenti
- Jordan B. Peterson, “Lecture: Biblical Series XI: Sodom and Gomorrah” — video originale.
- Trascrizione della lezione su PickScribe — usata per ricostruire i passaggi dell’argomentazione.
- Genesi 18–19 — il racconto di Abramo, Lot, Sodoma e Gomorra.
- Ezechiele 16:49–50 — orgoglio, abbondanza e mancato soccorso dei poveri.
- Setiawidi e Fangidae, “Emulating Hospitality, Evading Xenophobia—Tracing the Sins of Sodomites” (2025) — studio accademico sul tema dell’ospitalità e sulle interpretazioni del racconto.
- Sonia E. Waters, “Reading Sodom through Sexual Violence Against Women” — lettura attenta alla violenza sessuale e alla posizione delle figlie di Lot.




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