Serie Biblica XIII – La Scala di Giacobbe

Giacobbe dorme accanto a una pietra mentre sogna una scalinata luminosa che collega la terra al cielo, con angeli in ascesa e discesa; un elastico rosso-bruno attraversa la scena.

Un uomo in fuga, una pietra usata come cuscino e un sogno in cui la terra sembra aprirsi verso il cielo. La scena della scala di Giacobbe è una delle immagini più riconoscibili della Genesi, ma arriva in un momento tutt’altro che trionfale: Giacobbe ha appena ingannato il fratello e il padre, ha sottratto a Esaù la benedizione e ora deve allontanarsi per salvarsi.

Nella tredicesima lezione della Biblical Series, Jordan B. Peterson legge questo episodio come una riflessione sulla trasformazione dell’individuo, sulla possibilità di rialzarsi dopo errori gravi e sul rapporto tra coscienza, responsabilità e trascendenza. La scala non è soltanto un passaggio tra terra e cielo: diventa l’immagine di una struttura che collega livelli diversi dell’esistenza e di un percorso che l’essere umano deve imparare ad attraversare.

Per arrivarci, Peterson ricostruisce prima la storia di Giacobbe e di Esaù e riprende alcune idee già emerse nelle lezioni precedenti: il futuro come campo di possibilità, il sacrificio come rinuncia consapevole al vantaggio immediato e il carattere come risorsa decisiva quando la vita diventa difficile.

Parte I — La lettura di Jordan B. Peterson

1. La vita non è soltanto una ricerca della felicità

Peterson apre la lezione tornando su una domanda che attraversa tutta la serie: che cosa significa vivere in un mondo in cui la sofferenza è inevitabile? Richiama il libro del filosofo David Benatar, che sostiene una posizione antinatalista: poiché la vita comporta sofferenza e anche le esistenze considerate buone ne sono attraversate, sarebbe preferibile non generare nuovi esseri umani e, in ultima analisi, non esistere.

Peterson non condivide questa conclusione. Una delle sue obiezioni riguarda il modo in cui vengono confrontati dolore e felicità: non esiste una misura oggettiva e universalmente condivisa che permetta di assegnare loro un peso definitivo. Ma la questione, per lui, è ancora più profonda. L’idea che la vita debba essere giudicata soprattutto in base alla quantità di felicità o alla riduzione della sofferenza non corrisponde a ciò che osserva nell’esperienza umana.

Le persone, sostiene, si trovano continuamente davanti a decisioni morali: che cosa è giusto fare, quale responsabilità assumersi, quale scelta compiere quando le alternative sono entrambe difficili. Non sempre riconoscono la risposta corretta e non sempre riescono a seguirla. A volte, però, sanno che una cosa è sbagliata e la fanno ugualmente. È proprio questa distanza tra giudizio e comportamento a rendere la vita moralmente impegnativa.

La Bibbia, nella lettura di Peterson, racconta soprattutto individui alle prese con scelte di questo tipo. I patriarchi non sono figure impeccabili: sbagliano, mentono, si lasciano guidare dalla paura e si trovano coinvolti in conflitti familiari. La loro importanza non deriva da una perfezione morale che non possiedono, ma dal modo in cui le loro vicende mostrano la possibilità di scegliere, fallire e cambiare.

2. Il futuro si costruisce attraverso il sacrificio

Peterson riprende un tema della lezione precedente su Abramo e Isacco: il sacrificio come scoperta del futuro. Rinunciare a qualcosa che desideriamo nel presente può rendere possibile un risultato che altrimenti non arriverebbe. Conservare una parte del cibo, risparmiare, studiare, lavorare a un progetto o mantenere una promessa sono esempi diversi della stessa capacità: non consumare immediatamente tutto ciò che abbiamo a disposizione.

Il sacrificio, in questa prospettiva, non è semplicemente privazione. È una forma di collaborazione con il futuro. Accettiamo un costo adesso perché immaginiamo che domani possa esistere qualcosa di migliore. Peterson sottolinea che questa rinuncia deve essere orientata eticamente: non ogni sacrificio è buono solo perché è difficile. Occorre scegliere la cosa giusta a cui rinunciare e il fine per cui farlo.

Il futuro, quindi, non è soltanto qualcosa che ci accade. È anche un insieme di possibilità che contribuiamo a rendere reali attraverso le decisioni quotidiane. La vita diventa un paesaggio morale nel quale ogni scelta può favorire o ostacolare determinate direzioni.

3. Esaù e Giacobbe: due fratelli, due modi di guardare al futuro

La storia dei gemelli comincia prima della loro nascita: Rebecca avverte che i due bambini lottano nel suo grembo e riceve la profezia secondo cui il maggiore servirà il minore. Esaù nasce per primo; Giacobbe viene al mondo tenendogli il tallone. Il loro rapporto è segnato fin dall’inizio dalla rivalità.

Peterson riconosce in questa coppia il motivo dei «fratelli ostili», ricorrente in molte narrazioni: due figure contrapposte che rappresentano forze in conflitto, senza essere necessariamente una incarnazione assoluta del bene e l’altra del male. Richiama esempi della cultura popolare, come Batman e Joker o Thor e Loki, per mostrare quanto questo schema sia riconoscibile.

Esaù è un cacciatore, un uomo impulsivo e legato alla dimensione immediata dell’esperienza. Giacobbe appare invece più calcolatore, ma anche disposto a usare l’astuzia per ottenere ciò che desidera. Nessuno dei due è presentato come una figura moralmente semplice.

Un giorno Esaù torna dalla campagna affamato e chiede al fratello una porzione di minestra. Giacobbe gli propone uno scambio: il cibo in cambio del diritto di primogenitura. Esaù accetta. Peterson interpreta questo episodio come una scelta in cui il desiderio immediato prevale sul valore futuro. Esaù cede qualcosa di importante per soddisfare un bisogno del momento, senza considerare fino in fondo le conseguenze.

La primogenitura, nel contesto familiare e sociale evocato dalla narrazione, comporta una posizione privilegiata e responsabilità particolari. Peterson la collega anche alla funzione di guida e alla continuità della famiglia. Per questo lo scambio non è un dettaglio insignificante: mostra quanto possa costare non attribuire valore a ciò che si possiede finché lo si ha ancora.

Ma il comportamento di Giacobbe non viene assolto. Il fratello sfrutta la vulnerabilità di Esaù e trasforma la sua fame in un’occasione per ottenere un vantaggio. La storia non presenta soltanto l’imprudenza di uno: mostra anche la scorrettezza dell’altro.

4. La benedizione rubata: quando il vantaggio diventa tradimento

La seconda parte dell’inganno è ancora più grave. Isacco, ormai anziano e con la vista indebolita, vuole benedire Esaù e gli chiede di preparargli il suo piatto preferito. Rebecca ascolta la conversazione e organizza un piano perché sia Giacobbe a ricevere la benedizione. Il figlio si traveste con gli abiti del fratello e copre le braccia con pelli di capretto per imitare la sua pelosità.

Isacco è incerto, ma i sensi lo convincono: sente le mani, riconosce l’odore degli abiti e infine pronuncia la benedizione. Quando Esaù torna dalla caccia, scopre di essere stato ingannato. Chiede al padre se non sia rimasta almeno una benedizione anche per lui e scoppia a piangere. La sua reazione rende evidente la portata del tradimento. Non ha perso soltanto un vantaggio materiale: ha visto il fratello sottrargli una parte fondamentale del suo posto nella famiglia.

Peterson giudica il comportamento di Giacobbe particolarmente riprovevole. Il fatto che Esaù sia stato impulsivo non cancella la responsabilità di chi lo ha ingannato. Giacobbe ha ottenuto ciò che voleva, ma lo ha fatto violando la fiducia del fratello e del padre. Quando Esaù minaccia di ucciderlo, la fuga diventa inevitabile.

Peterson richiama anche Dante: nella struttura morale dell’Inferno, il tradimento occupa il fondo dell’abisso. La ragione che propone è che la fiducia espone volontariamente una persona alla vulnerabilità. Quando qualcuno si affida a noi, ci consegna una possibilità di cooperazione e reciprocità; tradirlo significa usare proprio quella vulnerabilità contro di lui.

Da qui nasce una delle riflessioni più concrete della lezione: il carattere è una forma di protezione. Le relazioni dipendono dalla possibilità di essere considerati affidabili. Quando arriva una crisi, sapere che gli altri possono contare su di noi può fare una differenza enorme. Al contrario, chi ha costruito una storia di menzogne e inganni rischia di non poter contare nemmeno sulla propria fiducia in se stesso.

Peterson definisce questo rischio particolarmente evidente nei momenti più bui, quando una persona deve affrontare una perdita, una crisi o una prova estrema. Se ha imparato a mentire a se stessa per ottenere un vantaggio, potrebbe scoprire di non riuscire più a fidarsi del proprio giudizio proprio quando ne avrebbe più bisogno.

5. La scala di Giacobbe: un sogno nel momento della fuga

È a questo punto che compare la scena centrale. Giacobbe è in viaggio verso la casa dello zio Labano. Il sole tramonta, si ferma in un luogo e prende una pietra per appoggiarvi la testa. Durante la notte sogna una scala appoggiata a terra e la cui sommità raggiunge il cielo. Gli angeli di Dio salgono e scendono lungo di essa; il Signore gli parla e rinnova la promessa fatta ad Abramo e a Isacco: la terra su cui riposa sarà data a lui e alla sua discendenza.

Al risveglio Giacobbe riconosce che quel luogo è sacro. Prende la pietra che gli era servita da cuscino, la erige come una stele, versa olio sulla sua sommità e chiama quel luogo Betel, cioè «casa di Dio». Pronuncia anche un voto, promettendo di riconoscere il Signore se sarà protetto durante il viaggio e potrà tornare in pace alla casa paterna.

Peterson osserva che l’immagine di una struttura che collega la terra al cielo è molto più antica e diffusa del solo racconto biblico. La scala rappresenta una possibilità di comunicazione tra dimensioni differenti: ciò che è umano e terreno, da una parte, e ciò che viene percepito come divino o trascendente, dall’altra.

Non si tratta, nella sua interpretazione, di immaginare semplicemente Dio come un essere collocato fisicamente sopra le nuvole. Il linguaggio dell’alto e del basso sarebbe il modo con cui la mente umana prova a rappresentare qualcosa che supera le coordinate ordinarie dello spazio e del tempo. L’immagine della scala diventa così una metafora di un passaggio tra livelli dell’esistenza.

6. La tradizione sciamanica e l’albero del mondo

Peterson collega la scala di Giacobbe a immagini presenti nelle tradizioni sciamaniche: l’albero del mondo, l’ascesa verso il cielo, la discesa in un mondo sotterraneo e l’incontro con figure ancestrali. Richiama il lavoro dello storico delle religioni Mircea Eliade e descrive il percorso iniziatico dello sciamano come un’esperienza di crisi, disgregazione e rinascita.

In alcuni racconti di iniziazione, il futuro sciamano attraversa una rappresentazione simbolica della morte: il corpo viene smembrato, ridotto alle sue componenti essenziali e poi ricomposto. La trasformazione non consiste soltanto nell’attraversare un’esperienza estrema, ma nel riuscire a tornare da essa con una nuova capacità di orientarsi nel mondo e di aiutare la propria comunità.

Peterson cita anche le esperienze visionarie, i sogni e gli stati di coscienza alterati, compresi quelli associati a sostanze psichedeliche. Richiama ricerche che hanno osservato esperienze mistiche e cambiamenti soggettivi duraturi in alcuni partecipanti. Il suo interesse, in questo passaggio, è interrogarsi sulla capacità umana di vivere esperienze percepite come trascendenti e sul loro possibile significato psicologico.

La scala e l’albero diventano immagini affini: entrambi hanno radici nella terra e si sviluppano verso l’alto. L’albero del mondo, in particolare, permette a Peterson di rappresentare una struttura che attraversa livelli diversi: dalla dimensione microscopica a quella del corpo, dalla famiglia alla comunità, fino all’ordine più ampio del cosmo.

Il riferimento alle cattedrali europee completa questa immagine. Peterson le descrive come foreste trasformate in pietra, strutture in cui luce e ombra, verticalità e stratificazione architettonica evocano un ordine che collega il particolare al tutto. Anche la forma della croce, nella sua lettura, richiama il luogo della sofferenza e della trasformazione individuale.

7. La discesa, la crisi e la possibilità di rinascere

La parte dedicata allo sciamanesimo conduce Peterson a un tema psicologico più generale: la trasformazione può richiedere di attraversare una crisi. Richiama le esperienze di Jung e Freud, che hanno affrontato periodi di intensa difficoltà mentre mettevano in discussione le proprie convinzioni e cercavano di comprendere la mente umana.

La crisi, da sola, non garantisce alcuna crescita. Peterson insiste piuttosto sul momento del ritorno: ciò che conta è la capacità di riemergere da una fase di disorientamento con una maggiore integrazione e una nuova comprensione. Per rendere intuitiva questa idea cita Il Re Leone: Rafiki accompagna Simba in un percorso di confronto con se stesso e con il ricordo del padre, fino a quando il giovane comprende che deve tornare e assumersi la responsabilità del regno devastato.

Il punto della metafora è chiaro: non basta guardare dentro di sé o attraversare un’esperienza intensa. La trasformazione acquista significato quando si traduce in un ritorno al mondo, in un’assunzione di responsabilità e in un tentativo concreto di rimettere ordine dove regna il disordine.

8. Giacobbe non è un eroe perfetto

La conclusione della lezione torna al personaggio da cui tutto è partito. Giacobbe ha ingannato il fratello due volte, ha partecipato alla frode ai danni del padre e ora fugge per evitare le conseguenze delle proprie azioni. Non è il tipo di eroe che ci aspetteremmo di trovare al centro di una storia fondativa.

Eppure proprio a lui viene rinnovata la promessa divina. Peterson trova in questo passaggio un elemento di speranza: gli esseri umani sono capaci di errori profondi, ma l’errore non deve necessariamente interrompere ogni possibilità di trasformazione. Il rapporto con il divino, nella sua lettura, non coincide con una condanna definitiva. Esiste la possibilità di riconoscere ciò che si è fatto, pentirsi e tornare su un percorso più giusto.

Peterson distingue il pentimento autentico dalla semplice richiesta di essere assolti. Pentirsi significa comprendere davvero la portata delle proprie azioni; più grave è il danno, più doloroso può essere guardarlo senza giustificazioni. Non esiste una scorciatoia che trasformi una confessione di comodo in una reale trasformazione.

Verso la fine, Peterson anticipa il significato del nome che Giacobbe riceverà più avanti nella narrazione: Israele, «colui che lotta con Dio». La lezione successiva affronterà direttamente il combattimento di Giacobbe. Qui il nome viene già presentato come una possibile definizione della vita etica: non una fede passiva, ma una lotta continua per orientarsi, comprendere e trovare la strada giusta.

La fede, in questa prospettiva, non consiste nel possedere risposte definitive. Significa restare coinvolti nella ricerca del bene, pur sapendo che il mondo è difficile, che possiamo sbagliare e che il confronto con ciò che consideriamo più alto comporta un rischio reale.

Parte II — Il commento de L’Elastico

1. Un protagonista imperfetto, una storia più credibile

La scelta di Giacobbe come figura centrale è uno degli aspetti più interessanti del racconto. Non è un modello morale da imitare: è un uomo che desidera qualcosa e cerca di ottenerla anche quando il prezzo è il tradimento. La sua storia ci costringe a distinguere tra il valore di un obiettivo e la legittimità dei mezzi usati per raggiungerlo.

Peterson insiste sul carattere come difesa contro le difficoltà. È una tesi che merita attenzione: la fiducia costruita nel tempo può diventare una risorsa concreta quando attraversiamo una crisi. Ma il carattere non è soltanto una reputazione da conservare. È anche la capacità di riconoscere il danno provocato, assumersene la responsabilità e provare a ripararlo.

2. Il futuro non giustifica qualsiasi mezzo

La lettura del sacrificio come capacità di rinunciare al presente per costruire il futuro è convincente nella sua forma più semplice. Una persona che sa differire una gratificazione può dedicarsi a un progetto, mantenere un impegno e creare condizioni migliori per sé e per gli altri.

Ma la storia di Giacobbe introduce una complicazione importante: desiderare un bene futuro non rende automaticamente giusti i mezzi con cui lo si cerca. Giacobbe vuole la benedizione e la continuità della promessa, ma la sua condotta danneggia il fratello e distrugge la fiducia familiare. Il fine, da solo, non assolve il comportamento.

È una distinzione utile anche fuori dal contesto religioso. Disciplina e ambizione possono essere virtù, ma diventano pericolose quando si trasformano nella convinzione che ogni mezzo sia accettabile purché conduca al risultato desiderato.

3. La scala come immagine di un collegamento

La scala di Giacobbe ha attraversato secoli di interpretazioni religiose, artistiche e filosofiche. Peterson la legge attraverso la psicologia e il confronto con immagini sciamaniche, ma il suo significato non si esaurisce in questa prospettiva.

Un dettaglio linguistico aiuta a mantenere aperta la questione: il termine ebraico sullam, presente in Genesi 28, è tradotto spesso con «scala», ma alcune traduzioni e studi preferiscono «scalinata» o «rampa». La tradizione delle versioni greca e latina ha contribuito a consolidare l’immagine della scala che conosciamo. Non è una precisazione puramente tecnica: invita a ricordare che anche le immagini più familiari sono il risultato di una storia di traduzioni e interpretazioni.

La lettura di Peterson è quindi una chiave possibile, non l’unica. Il racconto può essere letto come una rivelazione religiosa, come la fondazione simbolica di un luogo sacro, come una riflessione sulla relazione tra terra e cielo o come una metafora della ricerca umana di orientamento. Queste prospettive non devono necessariamente annullarsi a vicenda.

4. Una cautela sul confronto con lo sciamanesimo

Il parallelo tra la scala di Giacobbe e le immagini sciamaniche è suggestivo. Peterson mostra come la struttura dell’ascesa, della discesa e della trasformazione ricorra in tradizioni differenti. Tuttavia, una somiglianza simbolica non dimostra da sola una derivazione storica diretta, né prova che il sogno biblico abbia avuto origine in un’esperienza psichedelica.

La ricerca sulle origini e sul significato della scena di Betel considera anche il contesto del Vicino Oriente antico e la funzione del luogo come santuario. Alcuni studiosi hanno proposto collegamenti con immagini di scale celesti presenti in altre culture; il rapporto preciso con strutture come le ziqqurat mesopotamiche resta discusso. È dunque più prudente parlare di analogie e possibili influenze che di una spiegazione definitiva.

Questo non toglie valore alla lettura psicologica di Peterson. Ne chiarisce il livello: è un’interpretazione che cerca un significato umano e simbolico, non una dimostrazione storica dell’origine del racconto.

5. La trasformazione si misura nel ritorno

Forse il passaggio più utile della lezione non è l’ascesa verso il cielo, ma il ritorno alla vita concreta. L’esperienza di Giacobbe non cancella ciò che ha fatto e non lo trasforma all’improvviso in una persona irreprensibile. Gli offre però una nuova prospettiva e rinnova la possibilità di un futuro.

La stessa idea compare nell’esempio di Simba: il confronto con se stessi ha valore quando permette di tornare a occuparsi del mondo. Una crisi può aprire una domanda, ma non sostituisce il lavoro necessario per rispondere. La crescita non coincide con l’intensità di un’esperienza interiore: si riconosce anche nelle scelte successive, nella responsabilità e nel modo in cui trattiamo gli altri.

La scala di Giacobbe può allora essere letta come un’immagine di collegamento: tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare, tra la nostra fragilità e la ricerca di un ordine, tra il bisogno di trascendenza e il dovere di agire nel mondo. Non promette una vita senza errori. Suggerisce, piuttosto, che un errore non deve diventare l’ultima parola.

La domanda che resta

Giacobbe si addormenta in fuga, dopo aver ferito la propria famiglia. Si risveglia con la consapevolezza di aver incontrato qualcosa che lo supera. Non sappiamo ancora come cambierà: la sua trasformazione sarà lunga e tutt’altro che lineare.

La lezione di Peterson ci lascia con una domanda che va oltre la religione: che cosa ci permette di rialzarci dopo aver sbagliato? Forse non basta desiderare un futuro migliore, né immaginare una scala che ci conduca lontano dalle nostre contraddizioni. Occorre tornare a fare i conti con esse, riconoscere il danno, scegliere diversamente e provare a costruire qualcosa che meriti davvero di essere raggiunto.

La scala, in fondo, non elimina la distanza tra terra e cielo. La rende visibile. E ci ricorda che ogni percorso comincia da dove ci troviamo, non da dove vorremmo essere.

Fonti e approfondimenti

La puntata precedente: Serie Biblica XII — Il Grande Sacrificio: Abramo e Isacco.

Continua la serie: Tutti gli articoli della Serie Biblica.


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Nella tredicesima lezione della Serie Biblica, Jordan B. Peterson interpreta il sogno di Giacobbe come un’immagine del rapporto tra coscienza, responsabilità, trasformazione e trascendenza.

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