Serie Biblica IV – Adam ed Eva, la presa di coscienza, il male e la morte

Illustrazione editoriale di Eden: Adam ed Eva osservano il paesaggio sotto l'albero del frutto, con un serpente, una mela e un filo rosso che attraversa la composizione.

La storia di Adamo ed Eva è forse una delle immagini più conosciute della tradizione occidentale. Due esseri umani, un giardino, un albero, un serpente, un frutto proibito e la perdita del paradiso.

Ma che cosa sta raccontando davvero questa storia?

Nella quarta lezione della sua Biblical Series, Jordan Peterson propone una lettura radicalmente psicologica del racconto. Al centro non mette soltanto la disobbedienza a Dio, ma la comparsa della coscienza di sé: il momento in cui l’essere umano diventa consapevole della propria vulnerabilità, della propria mortalità e, proprio per questo, della propria capacità di fare del male.

È una lettura ambiziosa. E, come vedremo, anche molto discussa. Ma prima di metterla alla prova, bisogna seguirla fino in fondo.

La teoria di Peterson

Una storia piccolissima che contiene un problema enorme

Peterson parte da una caratteristica che lo colpisce profondamente nei racconti biblici: la loro brevità. Pochissime pagine sembrano contenere una quantità enorme di significati.

Per lui questo non è casuale. Le storie arcaiche sarebbero il risultato di un lunghissimo processo di conservazione e condensazione: ciò che si è rivelato importante per generazioni è stato ricordato, ripetuto e trasmesso.

Il racconto di Adamo ed Eva, quindi, non dovrebbe essere trattato come una semplice favola morale. Potrebbe essere una rappresentazione simbolica di trasformazioni fondamentali dell’esistenza umana.

Prima del peccato: l’uomo non conosce ancora la propria vulnerabilità

Nel giardino di Eden, Adamo ed Eva vivono in una condizione particolare. Sono nudi e non provano vergogna. Non sembrano ancora percepire se stessi come oggetti esposti allo sguardo degli altri.

Per Peterson questo dettaglio è decisivo.

La vergogna richiede infatti una forma di consapevolezza: bisogna sapere di poter essere osservati, giudicati e feriti. La nudità diventa allora una rappresentazione della vulnerabilità.

Prima della presa di coscienza, l’essere umano vive in una condizione che Peterson accosta a quella di un animale inconsapevole della propria mortalità. Dopo, invece, sa di poter essere danneggiato.

E sapere di poter essere danneggiati cambia tutto.

La coscienza di sé come catastrofe cosmica

È qui che la lettura di Peterson diventa particolarmente ambiziosa.

Secondo lui, la Bibbia presenta l’emergere della coscienza umana come un evento di portata cosmica. Non è semplicemente successo qualcosa nella mente di una specie animale: è comparso un essere capace di conoscere se stesso, di rappresentarsi il futuro, di immaginare ciò che potrebbe accadere e di interrogarsi sul significato della propria esistenza.

La coscienza produce possibilità straordinarie. Ma produce anche un problema che nessun animale inconsapevole deve affrontare nello stesso modo: sapere che si morirà.

Non siamo soltanto mortali.

Sappiamo di esserlo.

Ed è questa seconda condizione, per Peterson, a cambiare radicalmente l’esperienza umana.

Il serpente e la tentazione della conoscenza

Il serpente rappresenta il passaggio decisivo.

È la creatura più astuta del giardino e introduce una possibilità nuova: mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.

Peterson non interpreta quindi il serpente soltanto come un animale malvagio che induce l’uomo alla disobbedienza. Lo collega alla conoscenza, all’intelligenza e alla capacità di vedere possibilità che prima non erano disponibili.

La tentazione è, in questo senso, profondamente umana.

Conoscere significa anche diventare consapevoli di ciò che prima non si vedeva.

E alcune conoscenze non possono essere semplicemente disimparate.

Il momento in cui gli occhi si aprono

Dopo aver mangiato il frutto, Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi.

È una trasformazione improvvisa. Il mondo esterno non è necessariamente cambiato, ma è cambiato il modo nel quale loro lo percepiscono.

Ora vedono se stessi.

Possono immaginare lo sguardo dell’altro.

Possono prevedere conseguenze.

Possono provare vergogna.

Per Peterson, questo è il punto nel quale la storia descrive l’emergere della coscienza di sé.

Dalla vulnerabilità alla paura

Ma la coscienza di sé non porta soltanto conoscenza.

Porta paura.

Se so di poter essere ferito, posso iniziare a immaginare in anticipo ciò che potrebbe ferirmi. Se so che morirò, posso cominciare a costruire strategie per evitare la morte. Se so che un’altra persona può farmi del male, posso iniziare a chiedermi come potrei fare del male a lei.

È questo il passaggio che Peterson considera fondamentale per comprendere l’origine psicologica del male.

La capacità di fare il male richiede infatti una forma di conoscenza.

Per ferire qualcuno intenzionalmente devo sapere almeno in parte che cosa lo ferisce.

Il male come sfruttamento della vulnerabilità

Questa è una delle idee più forti della lezione.

Il male deliberato non consiste semplicemente nel produrre un danno. Consiste nel riconoscere la vulnerabilità di un altro essere umano e nell’utilizzare quella conoscenza contro di lui.

Se so che cosa ti fa paura, posso minacciarti.

Se so che cosa ami, posso minacciarti di portartelo via.

Se conosco il punto nel quale sei più fragile, posso colpirti proprio lì.

La stessa intelligenza che permette di comprendere il mondo permette quindi anche di manipolarlo e di manipolare gli altri.

Il problema dell’essere umano non è soltanto che può sbagliare.

È che può capire molto bene come fare qualcosa di terribile.

Il serpente dentro di noi

Da qui Peterson sviluppa una delle immagini più interessanti della lezione.

Il serpente non deve essere necessariamente cercato soltanto all’esterno. Il vero problema è che l’essere umano porta con sé la possibilità del serpente.

Possiamo liberarci di un nemico esterno e scoprire che il conflitto continua. Possiamo costruire una società ordinata e scoprire che il pericolo riappare all’interno della società. Possiamo evitare le minacce esterne e rimanere comunque capaci di tradire, mentire e distruggere.

Il serpente diventa così una rappresentazione della possibilità del male dentro l’essere umano.

Non basta eliminare tutti i nemici.

Il problema più difficile è capire che cosa siamo capaci di fare noi stessi.

La vergogna e la nascita della distanza

Quando Adamo ed Eva si accorgono della propria nudità, si nascondono.

La vergogna introduce una distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo che gli altri vedessero di noi.

Da questo punto di vista, la vergogna è legata alla consapevolezza dell’immagine che presentiamo agli altri. Non siamo più semplicemente ciò che siamo: diventiamo esseri che possono essere giudicati.

La coscienza permette quindi non soltanto di conoscere il mondo, ma anche di costruire una rappresentazione di noi stessi dentro il mondo.

Ed è qui che nasce una parte enorme della complessità psicologica umana.

Il rapporto con Dio cambia

Prima della trasgressione, Adamo ed Eva vivono in una condizione di immediatezza. Dopo, compare la paura e compare il nascondimento.

Quando Dio li chiama, Adamo risponde di essersi nascosto perché aveva paura.

Per Peterson, anche questo è fondamentale: la coscienza della propria vulnerabilità modifica il rapporto con ciò che è superiore a noi.

L’essere umano non si sente più semplicemente parte dell’ordine del mondo. Inizia a percepirsi come qualcuno che può fallire, essere giudicato e perdere il proprio posto.

Dalla vergogna alla storia

Il paradiso è una condizione nella quale l’essere umano non deve ancora affrontare pienamente le conseguenze della propria mortalità.

Fuori dal giardino, invece, comincia la storia.

Arrivano il lavoro, la fatica, il dolore, il conflitto e la necessità di costruire il futuro.

Per Peterson questo passaggio non è soltanto una punizione. È anche la descrizione di ciò che significa essere un essere umano cosciente.

Una creatura che sa di essere vulnerabile deve prepararsi.

Deve lavorare.

Deve produrre.

Deve proteggere i figli.

Deve creare strutture capaci di resistere al tempo.

La consapevolezza della morte rende quindi necessario il lavoro rivolto al futuro.

La morte e la conoscenza del futuro

La morte, nella lettura di Peterson, non è soltanto la fine biologica.

È la conoscenza della fine.

Un animale può morire. L’essere umano può vivere sapendo che morirà.

Questa consapevolezza trasforma il presente. Ogni scelta può essere valutata in rapporto a un futuro che ancora non esiste.

È questa capacità di proiettarsi nel tempo che rende possibili tanto la pianificazione quanto l’ansia.

Possiamo costruire una casa perché immaginiamo il futuro.

Possiamo risparmiare perché immaginiamo il futuro.

Possiamo avere paura perché immaginiamo il futuro.

La stessa capacità cognitiva può quindi produrre costruzione e sofferenza.

Il lavoro come risposta alla mortalità

Il mondo dopo Eden è un mondo nel quale nulla è garantito.

Il cibo deve essere prodotto. La sopravvivenza deve essere organizzata. I bambini devono essere cresciuti. Gli esseri umani devono collaborare.

Peterson collega questa condizione alla responsabilità.

Essere consapevoli significa anche sapere che ciò che facciamo oggi avrà conseguenze domani.

La libertà, in questa prospettiva, non è semplicemente la possibilità di scegliere qualsiasi cosa.

È la possibilità di scegliere sapendo che le proprie scelte hanno conseguenze.

Il male e il problema della libertà

Qui emerge una delle tensioni centrali della teoria.

Se l’essere umano è davvero libero, deve essere possibile scegliere anche male.

Un mondo nel quale nessuno può fare il male sarebbe forse più sicuro, ma sarebbe anche un mondo nel quale la scelta morale avrebbe un significato molto diverso.

Peterson arriva così a una domanda difficile: la possibilità del male è soltanto una terribile conseguenza della libertà oppure è anche una delle condizioni che rendono possibile la responsabilità morale?

Non offre una risposta semplice.

La storia di Adamo ed Eva, nella sua lettura, mostra piuttosto l’ingresso dell’essere umano in questo territorio: ora conosciamo il bene e il male e dobbiamo scegliere tra di essi.

Il futuro come responsabilità

La conoscenza della morte crea anche un rapporto completamente nuovo con il futuro.

Se la vita fosse eterna e completamente sicura, molte decisioni perderebbero urgenza. Ma la nostra vita è limitata.

Per questo ciò che facciamo oggi importa.

Ogni progetto è una risposta implicita alla mortalità.

Costruire qualcosa significa comportarsi come se il futuro meritasse di essere preparato, anche se non possiamo sapere esattamente come sarà.

Il significato della caduta

La “caduta” può quindi essere letta in modo diverso dalla semplice idea di una punizione.

È il passaggio da una condizione di inconsapevolezza a una condizione nella quale l’essere umano conosce la propria fragilità.

Con questa conoscenza arrivano contemporaneamente possibilità enormi e problemi enormi.

Possiamo creare.

Possiamo mentire.

Possiamo amare.

Possiamo tradire.

Possiamo progettare il futuro.

Possiamo distruggerlo.

La stessa coscienza che rende possibile la grandezza rende possibile anche l’orrore.

La teoria nella sua forma completa

Se si segue il ragionamento di Peterson fino alla fine, la sequenza diventa quasi una catena:

coscienza → consapevolezza della vulnerabilità → consapevolezza della mortalità → vergogna → capacità di prevedere il danno → possibilità del male → responsabilità → lavoro e costruzione del futuro.

Il racconto di Adamo ed Eva diventerebbe così una rappresentazione simbolica della condizione umana.

Non siamo semplicemente creature che vivono.

Siamo creature che sanno di vivere, sanno che moriranno e sanno che possono far soffrire gli altri.

E da quel momento in poi la vita diventa anche una questione morale.

Il commento de L’Elastico

Una lettura potente perché sposta la domanda

La forza della lettura di Peterson sta innanzitutto nel cambio di prospettiva.

Invece di chiedere soltanto “Perché Dio ha proibito quel frutto?”, ci chiede di guardare alla storia come a una rappresentazione della nascita della consapevolezza.

Il punto interessante non è allora la mela in sé.

È il momento in cui gli esseri umani cominciano a vedersi.

Ed è difficile negare che questo sia un problema centrale dell’esistenza umana. La vergogna, il giudizio, la paura della morte, la previsione del futuro e la capacità di ferire deliberatamente gli altri sono effettivamente legati alla nostra capacità di rappresentare mentalmente ciò che potrebbe accadere.

Ma la Bibbia non è stata scritta per confermare Peterson

Qui dobbiamo rallentare.

Il fatto che una lettura psicologica moderna sia interessante non significa che sia automaticamente il significato originario del testo.

Il racconto di Genesi ha una storia interpretativa molto più lunga di quella della psicologia moderna ed è stato letto attraverso categorie teologiche, filosofiche, morali e culturali molto diverse.

Peterson propone una lente.

Una lente può essere straordinariamente utile senza essere l’unica possibile.

Il problema della “nascita della coscienza”

C’è poi un problema ancora più grande.

La coscienza umana non è comparsa improvvisamente in un singolo momento storico identificabile come quello raccontato da Genesi. Dal punto di vista scientifico, la coscienza e l’autoconsapevolezza sono fenomeni complessi, sviluppatisi attraverso la storia evolutiva e difficili da ridurre a un unico evento.

Perciò sarebbe un errore leggere la teoria di Peterson come una ricostruzione scientifica dell’origine della coscienza.

È più interessante prenderla per quello che è: una interpretazione simbolica di una trasformazione che appartiene alla condizione umana.

Il male nasce davvero dalla coscienza?

Qui la questione diventa ancora più delicata.

È plausibile che la capacità di comprendere le vulnerabilità altrui renda possibile una forma di male intenzionale molto sofisticata. Ma non segue necessariamente che la coscienza sia l’origine del male.

Animali non umani mostrano comportamenti aggressivi, competizione, inganno e persino forme di comportamento che sembrano sfruttare le debolezze di altri individui.

La differenza umana potrebbe quindi non essere l’apparizione assoluta del male, ma la capacità di rappresentarlo, pianificarlo e trasformarlo in sistemi molto più complessi.

Il serpente come metafora è più interessante del serpente come spiegazione

La parte che troviamo più fertile è proprio quella del serpente “interiore”.

È una metafora difficile da ignorare.

Possiamo passare una vita cercando il nemico fuori da noi e non accorgerci delle nostre capacità di manipolare, mentire, ferire o distruggere.

La storia di Adamo ed Eva può quindi essere letta anche come una storia sulla scoperta di una verità scomoda: il pericolo non è sempre qualcosa che arriva dall’esterno.

Una parte del pericolo siamo noi.

La vergogna non è soltanto una punizione

La vergogna merita particolare attenzione.

Essere consapevoli di come appariamo agli altri può diventare paralizzante. Ma la stessa capacità permette anche di sviluppare autocontrollo, empatia e comportamento sociale.

La consapevolezza di poter essere giudicati non è quindi soltanto un peso.

È anche una delle condizioni che rendono possibile vivere insieme.

Il problema nasce quando la vergogna diventa così intensa da impedire qualsiasi azione o quando il giudizio degli altri sostituisce completamente il nostro criterio interno.

Il lavoro non è una semplice condanna

Anche la lettura del lavoro dopo la caduta è interessante, ma va maneggiata con attenzione.

Il lavoro può essere fatica, sfruttamento e sofferenza. Non c’è bisogno di romanticizzarlo.

Ma lavorare significa anche trasformare il presente in qualcosa che abbia conseguenze nel futuro.

In questo senso, il lavoro è una delle risposte umane alla mortalità: sappiamo che non resteremo qui per sempre, e tuttavia costruiamo cose che speriamo possano durare oltre noi.

La parte più profonda: sapere che moriremo

Forse è qui che la lettura di Peterson diventa più convincente.

La differenza tra “morire” e “sapere che si morirà” è enorme.

La seconda condizione trasforma il modo nel quale organizziamo la vita.

Ci permette di sacrificare il presente per un futuro lontano. Ci permette di costruire istituzioni. Ci permette di insegnare a persone che non incontreremo mai. Ci permette di lasciare qualcosa dopo la nostra morte.

Ma permette anche l’ansia, il rimpianto, l’ossessione per il controllo e la paura.

La consapevolezza della morte è quindi contemporaneamente una delle nostre più grandi risorse e uno dei nostri più grandi fardelli.

La caduta come ingresso nella condizione umana

Forse non dobbiamo scegliere tra due letture estreme: “Adamo ed Eva sono semplicemente colpevoli” oppure “Adamo ed Eva rappresentano scientificamente l’origine della coscienza”.

Possiamo leggere il racconto come una potente narrazione sulla trasformazione della condizione umana.

Prima: immediatezza.

Dopo: consapevolezza.

Prima: nessuna vergogna.

Dopo: esposizione allo sguardo dell’altro.

Prima: nessuna consapevolezza della morte.

Dopo: vulnerabilità e futuro.

Prima: il mondo è semplicemente lì.

Dopo: bisogna scegliere che cosa farne.

La domanda che rimane

Ed è qui che la storia diventa davvero interessante.

Se la coscienza è ciò che ci permette di conoscere il bene e il male, non possiamo più tornare indietro alla condizione precedente.

Non possiamo smettere di sapere di essere vulnerabili.

Non possiamo smettere di sapere che moriremo.

Non possiamo smettere di sapere che possiamo ferire gli altri.

Possiamo però decidere che cosa fare con questa conoscenza.

Forse è proprio questa la vera domanda lasciata aperta dal racconto.

In sintesi

Per Jordan Peterson, la storia di Adamo ed Eva racconta simbolicamente l’emergere della coscienza di sé e tutto ciò che ne deriva: la scoperta della vulnerabilità, la vergogna, la consapevolezza della morte, la capacità di prevedere il futuro e la possibilità di fare deliberatamente del male.

Il serpente rappresenta la tentazione della conoscenza, ma anche la possibilità che il pericolo non provenga soltanto dall’esterno: l’essere umano porta dentro di sé la capacità di tradire e distruggere.

La lettura de L’Elastico aggiunge una cautela: questa interpretazione è una potente lente psicologica, non una spiegazione scientifica dell’origine della coscienza né necessariamente il significato originario e unico del testo biblico.

Ma la domanda rimane.

Che cosa succede quando una creatura non si limita più a vivere, ma diventa consapevole di essere viva, vulnerabile e destinata a morire?

Il video originale

Biblical Series IV: Adam and Eve: Self-Consciousness, Evil, and Death — Jordan B. Peterson

Continua la Serie Biblica: Serie Biblica III – Dio e la gerarchia dell’autorità · Serie Biblica V – Caino e Abele, i fratelli ostili · tutta la Serie Biblica

Fonti e approfondimenti

Trascrizione della lezione — Jordan B. Peterson

Trascrizione e capitoli della lezione

Jordan B. Peterson — psicologo clinico e autore canadese, noto per i suoi lavori sulla psicologia, la personalità, il significato e l’interpretazione psicologica delle narrazioni religiose e mitologiche.


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