Che cosa significa davvero essere chiamati a partire? Nella lettura psicologica di Jordan B. Peterson, la storia di Abramo non è soltanto il racconto di una promessa divina: è il ritratto di un uomo costretto a lasciare ciò che conosce, affrontare un mondo difficile e diventare responsabile della direzione della propria vita.
Con questa lezione, la Serie Biblica entra nel cuore delle vicende di Abramo. Dopo aver esplorato la coscienza, il caos, la gerarchia, il conflitto tra fratelli e il significato del divino, Peterson si concentra sul patriarca che, nella tradizione biblica, diventerà il padre di una moltitudine di popoli.
«Vattene dalla tua terra»: la chiamata a uscire dal conosciuto
La vicenda di Abramo comincia con un ordine essenziale: lasciare la propria terra, la famiglia e la casa paterna per andare verso un luogo che gli verrà mostrato. La destinazione non è descritta con precisione. Abramo deve muoversi senza possedere in anticipo tutte le informazioni e tutte le garanzie che vorrebbe.
Peterson interpreta questa partenza come una chiamata all’avventura e, insieme, come una condizione della crescita. Restare in ciò che è familiare può offrire protezione, ma può anche impedire di scoprire i propri limiti e le proprie possibilità. Per diventare autonomi occorre, a un certo punto, allontanarsi abbastanza dal contesto che ci ha formati da poterlo vedere con occhi nuovi.
Questo non significa necessariamente che la famiglia o il luogo d’origine siano sbagliati. Il punto è un altro: ciò che conosciamo non esaurisce il mondo, e la sicurezza può trasformarsi in una gabbia quando ci impedisce di affrontare ciò che ancora non sappiamo fare.
Peterson richiama anche l’esperienza di chi, allontanandosi dal proprio paese, riesce finalmente a riconoscerne le caratteristiche. La distanza rende visibile ciò che la vicinanza aveva reso quasi impercettibile. Lo stesso può accadere nella vita personale: uscire da un ambiente conosciuto permette di capire meglio sia quell’ambiente sia se stessi.
Il mondo che Abramo incontra non è un paradiso
La promessa non conduce Abramo in un mondo ordinato e privo di minacce. La sua storia è attraversata dalla carestia, dalla vulnerabilità, dalla tirannia e dall’inganno. Durante la permanenza in Egitto, Abramo teme per la propria vita e presenta Sara come sua sorella, esponendo così la moglie al rischio di essere presa dal faraone.
È un passaggio importante nella lettura di Peterson: Abramo non viene presentato come un eroe impeccabile, immune dalla paura o sempre capace di agire nel modo giusto. È un uomo reale, che commette errori e deve affrontare conseguenze difficili. La sua importanza narrativa non dipende dall’assenza di debolezze, ma dal percorso che compie nonostante esse.
La storia, secondo Peterson, non promette che una vita orientata verso il bene sarà una vita facile. Suggerisce piuttosto che è possibile attraversare un mondo imperfetto senza rinunciare del tutto a una direzione morale. Il caos non scompare: cambia il modo in cui ci si prepara ad affrontarlo.
L’alleanza come orientamento
Il rapporto tra Abramo e Dio è al centro dell’interpretazione. Peterson legge l’alleanza come una sorta di arca: un principio di orientamento che permette di attraversare le difficoltà senza esserne completamente travolti. La promessa non funziona come una protezione magica contro ogni disgrazia; indica piuttosto una direzione alla quale tornare quando la realtà diventa minacciosa o confusa.
In questa prospettiva, tendere al bene più alto che si riesce a concepire cambia il modo in cui si affrontano gli avvenimenti. Le difficoltà non diventano necessariamente meno dure, ma possono essere comprese dentro un progetto più ampio. Peterson descrive così l’effetto quasi prodigioso che una vita orientata può produrre: non perché ogni evento sia favorevole, ma perché anche gli eventi avversi possono essere affrontati con maggiore coerenza.
La responsabilità comincia dalle cose concrete
Un altro filo della lezione riguarda la responsabilità. Per Peterson, assumersi il compito di mettere ordine nella propria vita non è un gesto astratto. Comincia da ciò che è vicino e concreto: organizzare il proprio spazio, imparare a portare a termine un compito, riconoscere quanto sia difficile trasformare le intenzioni in azioni.
Il riferimento alle attività quotidiane non è un invito a ridurre ogni problema a una questione di ordine domestico. È un modo per ricordare che la responsabilità si costruisce attraverso prove limitate e verificabili. Chi scopre quanto sia difficile mettere in ordine una piccola parte del mondo può diventare più prudente nel giudicare gli altri e più consapevole della complessità dei compiti più grandi.
La crescita, in questa lettura, non consiste nel sentirsi superiori o nel credere di possedere tutte le risposte. Richiede piuttosto umiltà: capire che le buone intenzioni non bastano, che gli errori sono possibili e che ogni scelta comporta un grado di responsabilità.
Un eroe imperfetto
Abramo è una figura eroica non perché la sua vicenda sia priva di ambiguità, ma perché accetta di entrare nella storia e di misurarsi con ciò che non controlla. La sua chiamata non lo sottrae alla fragilità umana: lo mette davanti a una responsabilità più grande.
Il racconto biblico, così letto, non offre una formula per evitare il dolore. Propone una domanda più impegnativa: quale orientamento può aiutarci a vivere e ad agire in un mondo che non corrisponde ai nostri desideri? La risposta di Peterson è che occorre partire, imparare, assumersi responsabilità e provare a perseguire ciò che si riconosce come più alto, pur sapendo che non si sarà mai del tutto al riparo dall’errore.
Il commento de L’Elastico
La chiamata di Abramo contiene una tensione che conosciamo anche fuori dal linguaggio religioso: per diventare qualcuno, spesso dobbiamo lasciare una parte di ciò che siamo stati. Non basta desiderare un cambiamento; bisogna accettare di attraversare una fase in cui le vecchie coordinate non funzionano più e quelle nuove non sono ancora disponibili.
È qui che la storia diventa interessante, ma anche delicata. L’uscita dal conosciuto non è automaticamente una scelta giusta: partire può essere coraggio, ma può anche essere fuga; rompere con il passato può aprire possibilità, ma può anche essere un gesto impulsivo. La differenza non sta nella partenza in sé, bensì nella capacità di interrogarsi sulla direzione, sulle conseguenze e sulle persone coinvolte.
Anche l’idea di un bene più alto merita una domanda. Un ideale può aiutarci a non essere trascinati da ogni paura del momento, ma può diventare pericoloso se lo trasformiamo in una certezza assoluta che giustifica qualsiasi mezzo. L’orientamento non dovrebbe cancellare il dubbio: dovrebbe aiutarci a distinguere meglio tra ciò che desideriamo, ciò che riteniamo giusto e ciò che le nostre azioni producono davvero.
Forse il punto più utile della lezione è proprio questo: non serve immaginarsi eroi senza difetti. Serve riconoscere che il mondo è difficile, che noi stessi possiamo sbagliare e che la responsabilità consiste nel continuare a correggere la rotta. L’elasticità non è l’assenza di una direzione: è la capacità di restare legati a una domanda importante senza fingere che la risposta sia già definitiva.
Guarda la lezione originale
Jordan B. Peterson — Lecture: Biblical Series IX: The Call to Abraham.




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