Il Diluvio Universale è probabilmente uno dei racconti biblici più conosciuti. Ma proprio perché lo conosciamo così bene, rischiamo di leggerlo in maniera superficiale: Dio si arrabbia con l’umanità, decide di distruggerla, salva Noè e la sua famiglia dentro un’arca e, alla fine, fa comparire l’arcobaleno.
Per Jordan Peterson, però, il racconto contiene qualcosa di molto più profondo.
Il Diluvio rappresenta una delle grandi immagini archetipiche della distruzione dell’ordine. Una società può deteriorarsi, gli individui possono smettere di comportarsi responsabilmente e, progressivamente, ciò che sembrava stabile può tornare verso il caos.
Ma il racconto contiene anche una possibilità opposta.
Noè viene descritto come un uomo che “cammina con Dio”.
Per Peterson, questa espressione non indica soltanto la fede religiosa. Diventa una metafora di un particolare modo di stare nel mondo: cercare di vivere in accordo con ciò che si considera più alto, assumersi responsabilità e lavorare continuamente per riparare ciò che è danneggiato.
Viviamo dentro strutture già danneggiate
Peterson comincia dalla condizione generale dell’esistenza umana.
Ogni essere umano nasce dentro una struttura che non ha costruito personalmente. È una struttura biologica, sociale, culturale e psicologica che eredita dalle generazioni precedenti.
Ma questa struttura non è perfetta.
Le cose si deteriorano. Le istituzioni possono diventare corrotte. Le persone possono sbagliare. Le tradizioni possono contenere elementi preziosi ma anche difetti. Persino il nostro stesso carattere è incompleto.
Per Peterson, questo non dovrebbe essere motivo di stupore. È semplicemente una delle condizioni fondamentali dell’esistenza.
Il problema nasce quando interpretiamo questa imperfezione come una ragione per limitarci al risentimento.
Se il mondo è imperfetto, infatti, esiste anche qualcosa che possiamo fare: ripararlo.
La metafora utilizzata da Peterson è quella di una città fortificata danneggiata.
Le mura hanno delle brecce. Alcune parti devono essere ricostruite. Qualcosa non funziona.
La domanda non è quindi soltanto: Perché questa città è così malridotta?
La domanda più importante diventa: Che cosa posso fare per ripararla?
E questo può iniziare a un livello molto piccolo: la propria mente, la propria stanza, la propria famiglia, il proprio lavoro, la propria comunità.
Il significato della vita come riparazione
Da questa prospettiva Peterson arriva a una particolare concezione del significato.
La vita non ci presenta una realtà perfetta che dobbiamo semplicemente conservare. Ci presenta invece qualcosa di incompleto.
E proprio questa incompletezza crea la possibilità dell’azione.
C’è sempre qualcosa che può essere migliorato.
Non significa necessariamente cambiare il mondo. Può significare smettere di mentire, trattare meglio le persone, fare meglio il proprio lavoro, assumersi una responsabilità che abbiamo evitato oppure affrontare qualcosa che ci fa paura.
Peterson racconta anche l’esperienza di un cameriere che, dopo aver seguito le sue lezioni, aveva cominciato a prendere più seriamente il proprio lavoro. In pochi mesi aveva ricevuto due promozioni.
Il punto, per Peterson, non è il successo professionale in sé. È il principio secondo cui non importa necessariamente da dove si parte.
Anche una posizione apparentemente ordinaria può diventare un punto di partenza per costruire qualcosa di migliore.
Il problema della corruzione individuale
A questo punto la lezione torna alla Genesi.
La sequenza delle storie precedenti è importante.
Adamo ed Eva introducono la consapevolezza del bene e del male.
Caino introduce la possibilità di usare consapevolmente questa capacità contro un altro essere umano.
Il risultato è una progressiva degenerazione.
Per Peterson, la storia di Caino e Abele anticipa quindi quella del Diluvio.
Da una parte c’è un modo di vivere fondato sulla responsabilità, sul sacrificio e sulla capacità di rimandare una gratificazione immediata. Dall’altra ci sono risentimento, invidia, rifiuto della responsabilità e desiderio di distruggere ciò che rappresenta qualcosa che non si possiede.
Quando questo processo si moltiplica all’interno di una società, la corruzione individuale diventa anche corruzione collettiva.
Peterson richiama qui alcune delle grandi tragedie politiche del Novecento, sostenendo che la degenerazione delle società non può essere spiegata soltanto attraverso i leader che le governavano.
Anche gli individui partecipano al processo. Attraverso le loro omissioni, le loro menzogne, il loro conformismo e la loro disponibilità a chiudere gli occhi.
Il Diluvio come ritorno del caos
È qui che il Diluvio assume il suo significato centrale.
Nella lettura di Peterson, il mondo ordinato può progressivamente deteriorarsi fino a perdere la propria struttura.
L’ordine viene associato alla costruzione, alla responsabilità e alla capacità di orientarsi verso qualcosa di migliore.
Il caos rappresenta invece ciò che rimane quando quella struttura crolla.
Il Diluvio diventa quindi l’immagine di una società che ha oltrepassato una determinata soglia di degenerazione.
Non è soltanto una punizione. È anche una rappresentazione delle conseguenze della corruzione.
Se abbastanza persone smettono di prendersi cura della struttura nella quale vivono, quella struttura può effettivamente collassare.
Noè: l’uomo che cammina con Dio
Ed è proprio in questo mondo corrotto che compare Noè.
La Genesi lo descrive come un uomo giusto che cammina con Dio.
Per Peterson, questa è la frase fondamentale dell’intero racconto.
Noè non viene presentato semplicemente come qualcuno che possiede una determinata opinione religiosa. È qualcuno che agisce coerentemente con ciò che considera il bene.
E questa distinzione è fondamentale.
Non basta dichiarare di credere in qualcosa. Bisogna comportarsi in modo coerente con ciò che si afferma di credere.
Il principio ritorna nella parte della lezione dedicata al Discorso della Montagna: Peterson interpreta le parole attribuite a Cristo come una descrizione pratica di come costruire una vita orientata verso il bene.
Prima si stabilisce una direzione. Poi si organizzano le proprie azioni quotidiane intorno a quella direzione.
L’arca va costruita prima del Diluvio
Qui emerge forse una delle metafore più efficaci della lezione.
Se il Diluvio rappresenta il momento della crisi, l’arca rappresenta ciò che abbiamo costruito prima che la crisi arrivasse.
Non possiamo aspettare che tutto crolli per cominciare a costruire una struttura capace di proteggerci.
Se l’arca è incompleta quando arriva l’acqua, potrebbe essere troppo tardi.
Lo stesso vale, secondo Peterson, per la vita.
La disciplina, il carattere, le relazioni, la responsabilità e la capacità di affrontare le difficoltà devono essere costruiti prima che arrivi la crisi.
L’errore è pensare che ci prepareremo quando sarà necessario.
Quando arriva il Diluvio, l’arca deve già essere pronta.
Il primo bersaglio della responsabilità siamo noi stessi
La lezione collega questo principio a uno dei passaggi più conosciuti del Vangelo: quello della pagliuzza e della trave.
Peterson interpreta il passo come un invito a non concentrare immediatamente l’attenzione sui difetti degli altri.
Il problema non è che gli altri non abbiano difetti. Il problema è che noi siamo quasi certamente ciechi rispetto ad alcuni dei nostri.
Da qui nasce una domanda molto semplice e molto difficile:
In che modo potrei essere io parte del problema?
È una domanda che cambia completamente il modo di affrontare i conflitti.
Invece di partire dalla convinzione che l’altro sia responsabile del 100% della situazione, possiamo chiederci quale sia la nostra parte.
Non significa assumersi colpe che non ci appartengono. Significa riconoscere che la responsabilità personale è uno degli strumenti attraverso cui si può interrompere una spirale di degenerazione.
Camminare verso qualcosa
Per Peterson, però, la responsabilità non consiste soltanto nello smettere di fare cose sbagliate.
Occorre anche avere una direzione.
Il punto centrale del Discorso della Montagna, nella sua interpretazione, diventa quindi l’idea di puntare verso il bene più alto che siamo capaci di concepire.
Questo obiettivo organizza la percezione.
Se sappiamo dove vogliamo andare, le difficoltà quotidiane assumono un significato diverso: diventano problemi da risolvere lungo il percorso.
La vita quotidiana non viene quindi separata dal grande obiettivo. Al contrario, ogni piccola azione può diventare parte della sua realizzazione.
È questo, per Peterson, uno dei significati del “camminare con Dio”.
Non sapere necessariamente dove finirà il viaggio, ma avere una direzione sufficientemente alta da orientare i propri passi.
Il commento de L’Elastico
La lettura di Peterson è interessante perché sposta il racconto del Diluvio dal terreno della semplice credenza religiosa a quello della psicologia e della filosofia morale.
Ma proprio per questo merita di essere messa alla prova.
Una metafora potente, ma non una dimostrazione
La prima distinzione da fare è importante.
Che il racconto del Diluvio possa essere letto come metafora della degenerazione individuale e sociale è una proposta interpretativa.
Non è una dimostrazione che le società funzionino necessariamente secondo questo schema.
La forza della lettura di Peterson sta soprattutto nella sua capacità di collegare diversi livelli: individuo, famiglia, società e cultura.
Il rischio è trasformare questa interpretazione in una spiegazione universale.
Le società possono degenerare per moltissime ragioni: istituzioni inefficienti, guerre, crisi economiche, conflitti interni, errori politici, catastrofi naturali e molto altro.
La responsabilità individuale può essere una componente fondamentale senza essere l’unica causa.
Il problema della responsabilità individuale
C’è però qualcosa di particolarmente interessante nella tesi.
Una società è composta da individui. E quindi esiste un limite a qualsiasi spiegazione che attribuisca ogni problema esclusivamente alle strutture collettive.
Se tutti sono responsabili tranne me, allora io non ho nessuna responsabilità.
È una posizione psicologicamente comoda, ma potenzialmente pericolosa.
La domanda di Peterson — che cosa sto facendo io per contribuire alla situazione? — è difficile proprio perché elimina una parte del nostro alibi.
Ma bisogna evitare anche l’errore opposto.
Non tutto ciò che accade a una persona è colpa sua. Non tutto ciò che accade a una società può essere ricondotto alle scelte dei singoli.
La responsabilità personale è utile quando diventa capacità di agire, non quando diventa una spiegazione universale del fallimento.
L’arca come immagine della preparazione
La metafora dell’arca, invece, è sorprendentemente attuale.
Molte crisi personali non vengono improvvisamente create dal momento in cui esplodono. Spesso rendono semplicemente visibili problemi che esistevano già.
Una relazione che crolla, un’azienda che fallisce, una crisi finanziaria o una difficoltà personale possono essere improvvise nelle loro manifestazioni, ma non necessariamente nella loro origine.
L’arca rappresenta allora ciò che abbiamo costruito quando le acque erano ancora calme.
Carattere, competenze, relazioni, risparmi, disciplina, fiducia, capacità di chiedere aiuto.
La metafora funziona anche senza accettare l’interpretazione religiosa di Peterson.
Ma che cosa significa davvero “camminare con Dio”?
Qui rimane una domanda più difficile.
Peterson tende a tradurre il linguaggio religioso in termini psicologici: orientamento verso il bene, responsabilità, coerenza, verità, costruzione di un ideale.
È una traduzione interessante.
Ma non è necessariamente l’unica possibile.
Per un credente, “camminare con Dio” può avere un significato propriamente religioso che non si esaurisce nella psicologia.
Per un non credente, invece, la stessa immagine può essere letta come metafora dell’orientamento verso un ideale.
Le due interpretazioni possono dialogare, ma non sono identiche.
Ed è proprio qui che il racconto biblico diventa interessante anche per chi non condivide una fede religiosa.
La domanda che rimane
Forse la domanda più interessante lasciata dalla lezione non riguarda il Diluvio.
Riguarda noi.
Che cosa stiamo costruendo prima che arrivi il nostro Diluvio?
E soprattutto:
stiamo contribuendo a riparare la struttura nella quale viviamo oppure stiamo contribuendo, anche inconsapevolmente, a danneggiarla?
Il racconto di Noè può essere letto come una storia sulla fede.
Ma può anche essere letto come una storia sulla responsabilità.
Una società non si salva soltanto attraverso grandi leader o grandi idee.
Può cominciare da persone che decidono di non partecipare alla propria degenerazione.
E forse è proprio questo, per Peterson, il significato più concreto del “camminare con Dio”.
Il video
Lecture: Biblical Series VII: Walking with God: Noah and the Flood
Jordan B. Peterson, 2017.
Guarda il video originale su YouTube →
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Fonti e approfondimenti
- Jordan B. Peterson, Biblical Series VII: Walking with God: Noah and the Flood.
- Genesi, capitoli 6–9.
- Discorso della Montagna, Matteo 5–7.
Prima comprendere l’idea. Poi metterla alla prova.





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