Empatia suicida: quando la compassione può diventare un problema

4–6 minuti

·

·

·

Libro aperto, appunti e un elastico rosso-bruno su un tavolo, simbolo della tensione tra empatia e responsabilità.

L’empatia è una virtù, ma può diventare un problema quando ci impedisce di valutare le conseguenze delle nostre azioni. Gad Saad ci invita a ripensare il confine tra compassione, responsabilità e buon senso.

Quando essere buoni non basta

L’empatia è generalmente considerata una qualità positiva. Ci permette di comprendere la sofferenza altrui, riconoscere i bisogni degli altri e costruire relazioni fondate sulla solidarietà. Eppure, secondo Gad Saad, anche una virtù può trasformarsi in un problema quando viene applicata senza limiti.

È questa l’idea al centro di Suicidal Empathy: Dying to Be Kind, in italiano Empatia suicida. Morire per essere gentili.

Il ragionamento dell’autore è provocatorio: una società può diventare così concentrata sulla protezione di chi soffre da perdere di vista le responsabilità individuali, i diritti delle vittime e le conseguenze concrete delle proprie decisioni.

Saad definisce questa dinamica «empatia suicida». Non si tratta di una diagnosi medica, ma di un’espressione polemica con cui descrive ciò che considera una forma di compassione diventata irrazionale, capace di danneggiare proprio la comunità che vorrebbe rendere più giusta.

La compassione può oscurare il giudizio?

Immaginiamo una persona che commetta un grave reato. Possiamo cercare di comprendere la sua storia, le difficoltà vissute e le circostanze che hanno contribuito al suo comportamento. Ma comprendere significa necessariamente giustificare?

Per Saad, il problema nasce quando la spiegazione delle azioni finisce per sostituirsi alla responsabilità. La sofferenza di chi ha commesso un torto rischia di occupare tutto lo spazio, mentre quella della vittima passa in secondo piano.

Il principio può essere applicato anche alle politiche pubbliche. Una decisione può nascere da intenzioni generose e produrre, tuttavia, conseguenze negative. Proteggere qualcuno da ogni difficoltà, per esempio, non significa necessariamente aiutarlo; allo stesso modo, rinunciare a stabilire dei limiti non garantisce una convivenza più pacifica.

Il punto sollevato da Saad merita attenzione: le buone intenzioni non sono una garanzia di buoni risultati. Per valutare una scelta morale o politica, occorre considerare anche ciò che accade dopo averla compiuta.

Quando il sentimento diventa ideologia

Il libro non si limita ai rapporti tra individui. Saad rivolge la sua critica soprattutto ad alcune tendenze della cultura politica occidentale, che a suo giudizio attribuirebbero un peso eccessivo al vittimismo e alla protezione dei gruppi considerati vulnerabili.

Secondo la sua interpretazione, questo orientamento può portare a una sorta di rovesciamento morale: chi cerca di far rispettare le regole viene descritto come insensibile, mentre chi le infrange trova attenuanti sempre nuove.

È una lettura critica della società contemporanea. Saad ritiene che una parte delle élite politiche e culturali abbia finito per privilegiare la sensibilità emotiva rispetto alla verità dei fatti, alla responsabilità e alla sicurezza collettiva.

Naturalmente, non tutte le politiche inclusive o le forme di solidarietà possono essere ricondotte a questo schema. Proteggere chi è in difficoltà non significa necessariamente rinunciare al buon senso, così come riconoscere le responsabilità individuali non impone di ignorare le condizioni sociali in cui le persone vivono.

La questione interessante è capire quando la compassione aiuta a comprendere meglio un problema e quando, invece, ci impedisce di affrontarlo con lucidità.

Empatia e responsabilità: una falsa alternativa?

Il rischio di una discussione come questa è trasformarla in una scelta obbligata tra due posizioni: da una parte la compassione, dall’altra il rispetto delle regole.

Ma siamo davvero costretti a scegliere?

Possiamo riconoscere la sofferenza di una persona e, nello stesso tempo, chiederle di rispondere delle proprie azioni. Possiamo sostenere chi attraversa una situazione difficile senza ignorare i bisogni di chi gli sta intorno. Possiamo perfino cambiare una regola quando si dimostra ingiusta, senza concludere che tutte le regole siano oppressive.

In altre parole, l’empatia non deve necessariamente sostituire il giudizio: può contribuire a renderlo più informato. Comprendere le ragioni di una persona amplia la nostra prospettiva, ma non ci obbliga ad accettare ogni sua scelta.

Il problema, quindi, potrebbe non essere l’empatia in sé, bensì il modo in cui la utilizziamo e il valore assoluto che talvolta le attribuiamo.

Il commento de L’Elastico

La provocazione di Gad Saad tocca una questione reale: una politica o una decisione non diventa automaticamente giusta soltanto perché nasce da un sentimento generoso. Le conseguenze contano, e ignorarle in nome delle buone intenzioni può produrre danni.

Il punto sul quale vale la pena soffermarsi è, però, il passaggio dai singoli esempi a una diagnosi generale della società occidentale. Per sostenere che l’empatia stia causando un declino collettivo, non basta individuare alcune decisioni discutibili: occorre dimostrare il legame tra quelle decisioni e i risultati che si vogliono spiegare.

C’è anche un’altra domanda. Se la compassione può renderci ciechi di fronte alle conseguenze, anche la paura, il risentimento o il desiderio di punire possono condizionare il nostro giudizio. Non basta quindi diffidare delle emozioni altrui: dobbiamo esaminare criticamente anche le nostre.

Il merito della provocazione di Saad è ricordarci che la gentilezza non esaurisce la responsabilità morale. Il limite è il rischio di usare un’unica spiegazione per fenomeni molto diversi, senza distinguere sufficientemente tra solidarietà, ingenuità, ideologia e decisioni politiche sbagliate.

Forse la domanda più utile non è se dobbiamo essere più o meno empatici, ma come possiamo unire compassione, responsabilità e attenzione ai fatti.

Perché essere capaci di comprendere gli altri è importante. Ma lo è anche saper riconoscere quando una scelta, per quanto ben intenzionata, non funziona.

Chi è Gad Saad

Gad Saad è uno psicologo evoluzionista e professore di marketing alla Concordia University di Montréal, in Canada. La sua attività di ricerca si è concentrata anche sul comportamento dei consumatori e sulle applicazioni della psicologia evoluzionistica. Negli ultimi anni è diventato noto al grande pubblico per i suoi interventi sulle ideologie contemporanee, sulla libertà intellettuale e sul ruolo della razionalità nel dibattito pubblico.

È autore di The Parasitic Mind e Suicidal Empathy, due libri nei quali applica la propria prospettiva evoluzionistica a questioni culturali e politiche.

Per approfondire: l’edizione italiana del libro; una recensione italiana; una recensione critica in inglese.


Discover more from L'Elastico

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

Gad Saad mette in discussione una delle virtù più celebrate del nostro tempo: quando la compassione rischia di oscurare responsabilità, regole e conseguenze?

Rispondi

L’Elastico è un luogo dove le idee vengono messe alla prova.

Abbiamo un’idea. Vediamo se regge. Fatti, pensieri e domande per imparare a pensare.

© L’Elastico · Imparare a pensare