
Lottando con Dio
Il ritorno a casa non coincide sempre con il ritorno alla pace. A volte significa incontrare di nuovo le persone che abbiamo ferito, affrontare le conseguenze delle nostre scelte e scoprire che cambiare non basta a cancellare il passato. È la condizione di Giacobbe quando si prepara a rivedere Esaù, il fratello che aveva ingannato.
Nella quattordicesima lezione della Biblical Series, Jordan B. Peterson legge la storia di Giacobbe come un racconto di trasformazione morale. Il suo percorso conduce dalla rivalità tra fratelli alla fuga, dagli anni trascorsi presso Labano alla lotta notturna sullo Iabbok, fino alla riconciliazione. Al centro c’è una domanda: che cosa deve accadere perché una persona smetta di fuggire dalle conseguenze delle proprie azioni e diventi capace di affrontarle?
Parte I — La lettura di Jordan B. Peterson
Due fratelli, due possibilità dentro la stessa persona
Peterson comincia dalla nascita dei gemelli. Giacobbe ed Esaù lottano già nel grembo materno. La profezia ricevuta da Rebecca annuncia un rovesciamento dell’ordine consueto: il maggiore servirà il minore. Esaù è il cacciatore, impulsivo e legato al mondo esterno; Giacobbe è più sedentario, vicino alla madre e alla vita domestica. La rivalità si manifesta prima nella cessione del diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie e poi nell’inganno con cui Giacobbe, aiutato da Rebecca, sottrae al fratello la benedizione del padre Isacco.
Per Peterson, i fratelli ostili sono anche una rappresentazione simbolica di forze che convivono nell’individuo. Una parte cerca di costruire, cooperare e dare ordine alla vita; un’altra, quando è ferita o frustrata, può diventare risentita e distruttiva. Il conflitto non riguarda quindi soltanto due personaggi biblici: descrive una tensione che può attraversare la coscienza, le famiglie e le comunità.
La storia è significativa proprio perché Giacobbe non è un eroe già compiuto. È intelligente, ma usa l’intelligenza per manipolare; desidera ottenere ciò che ritiene importante, ma non considera il danno che provoca. Peterson richiama anche esempi della cultura popolare e il motivo delle storie «meta-vere»: narrazioni che, senza essere cronache della vita quotidiana, rendono visibili dinamiche umane ricorrenti. La vicenda di Giacobbe mette in scena il problema di una persona che deve fare i conti con ciò che ha fatto.
Betel: il centro che dà ordine al mondo
Durante la fuga, Giacobbe si ferma a Betel e sogna una scala che collega terra e cielo, percorsa dagli angeli. Al risveglio riconosce quel luogo come una soglia tra il mondo umano e il divino. Prende la pietra usata come cuscino, la colloca in posizione verticale e la unge: quel segno diventa il memoriale dell’incontro.
Peterson interpreta la pietra come immagine di un centro. Per renderne intuitivo il significato invita a immaginare un fuoco al centro di un accampamento: intorno ci sono luce, calore, protezione e persone che si riconoscono; oltre il cerchio illuminato comincia il buio, con ciò che non è conosciuto e può minacciare. La stessa distinzione può descrivere una città, una comunità o un sistema di idee. Al centro si trovano i principi condivisi; ai margini, il territorio ancora da esplorare.
Il centro, in questa lettura, non è soltanto un luogo fisico. È anche l’ideale che permette a un gruppo di organizzare le proprie priorità. Un obiettivo comune rende possibile distinguere ciò che conta, ciò che ostacola e ciò che può essere lasciato da parte. Per questo Peterson collega il modo in cui percepiamo il mondo a ciò a cui aspiriamo: non raccogliamo semplicemente informazioni per poi scegliere uno scopo; lo scopo contribuisce a determinare che cosa notiamo.
La lezione richiama immagini mitologiche e religiose che esprimono la stessa struttura: l’albero cosmico che collega i livelli dell’esistenza, la città organizzata intorno ai suoi luoghi simbolici, il mito mesopotamico in cui Marduk affronta Tiamat e dal caos ricava un mondo ordinato. Il movimento dell’eroe consiste nell’oltrepassare il confine del conosciuto, incontrare ciò che spaventa e tornare con qualcosa che possa rinnovare la comunità.
Ma il centro non è invulnerabile né automaticamente giusto. Se non cambia mai, si irrigidisce e rischia di diventare tirannico; se cambia senza alcun principio condiviso, si disgrega. Una comunità deve custodire ciò che la tiene insieme e, nello stesso tempo, saper correggere un ordine che non funziona più. Peterson individua così due forme di eroismo: esplorare l’ignoto e riportare conoscenza, oppure mettere in discussione un sistema corrotto per ricostruirlo su basi migliori.
In questo quadro assume valore anche il sacrificio. La promessa di Giacobbe di offrire una parte di ciò che guadagnerà diventa, nella lettura di Peterson, il riconoscimento che il successo individuale non può essere separato dalla comunità. Rinunciare a una parte del vantaggio immediato significa contribuire a qualcosa che durerà oltre il presente. Il sacrificio non è necessariamente un’offerta materiale: può essere la scelta di non consumare tutto per sé, di disciplinare gli impulsi e di assumersi una responsabilità.
Labano: subire l’inganno che si è praticato
Giacobbe raggiunge lo zio Labano e si innamora di Rachele. Accetta di lavorare sette anni per poterla sposare, ma durante la notte nuziale Labano gli consegna Lia, la figlia maggiore. Giacobbe scopre l’inganno soltanto dopo. Per ottenere anche Rachele dovrà lavorare altri sette anni.
Il rovesciamento è netto: l’uomo che aveva sfruttato la cecità del padre per ingannarlo viene ora ingannato da qualcuno che approfitta della sua fiducia. Peterson legge l’episodio come una forma di riequilibrio morale. Non si tratta di una punizione magica, ma del fatto che le nostre azioni ci espongono a conseguenze e ci mettono davanti a esperienze che possono farci comprendere il danno provocato. La coscienza può continuare a chiedere conto di ciò che abbiamo fatto anche quando nessuno ci accusa.
La casa di Giacobbe, intanto, è attraversata dalla rivalità tra Lia e Rachele e dalla competizione per avere figli. Le nascite dei figli di Giacobbe preparano la genealogia delle tribù di Israele, ma mostrano anche una famiglia tutt’altro che pacificata. La storia della promessa non procede attraverso personaggi senza difetti: si sviluppa dentro relazioni fragili, gelosie e conflitti.
La notte sullo Iabbok: la lotta che cambia un’identità
Quando decide di tornare nella terra d’origine, Giacobbe sa che dovrà incontrare Esaù. La paura è concreta: il fratello che aveva privato della benedizione potrebbe cercare vendetta. Giacobbe prepara doni, divide il gruppo e cerca di proteggere la famiglia. Ma prima dell’incontro resta solo. Durante la notte lotta con una figura misteriosa fino all’alba. L’avversario gli ferisce l’anca, ma Giacobbe non lo lascia andare senza aver ricevuto una benedizione.
La figura viene chiamata «un uomo» nel racconto della Genesi, ma Giacobbe afferma di aver visto Dio faccia a faccia. La tradizione ebraica e cristiana ha proposto diverse interpretazioni, e il profeta Osea richiama l’episodio parlando di un angelo. Peterson si concentra sul significato psicologico e spirituale della scena: Giacobbe affronta una prova che non può risolvere con l’astuzia. Deve resistere, sostenere il confronto e accettare di uscirne ferito.
Al termine riceve un nuovo nome: Israele. La trasformazione non è una vittoria senza prezzo. Giacobbe porta con sé una ferita e una nuova consapevolezza. Il nome non cancella ciò che è stato; indica che la sua identità è stata messa alla prova e modificata. La lotta con Dio diventa così l’immagine di un confronto con ciò che è più grande di noi e con le verità da cui preferiremmo proteggerci.
Peterson si sofferma soprattutto sul significato del nome Israele: «colui che lotta con Dio». Non è soltanto il nome di un uomo dopo una notte straordinaria, ma diventa il tratto distintivo del popolo che discende da lui. Peterson vi riconosce un’idea insolita di fede: non una dichiarazione debole o passiva di adesione, bensì la disponibilità a misurarsi con ciò in cui si crede, a interrogarlo e a resistere nel confronto. Anche una relazione importante, osserva, può assomigliare a questa lotta: non è sempre tranquilla, ma proprio il confronto può rafforzare chi vi partecipa. La fede, in questa prospettiva, non elimina la tensione; la attraversa.
La ferita rende concreta questa intuizione. Giacobbe ottiene la benedizione, ma non torna alla condizione precedente: da quel momento cammina zoppicando. Peterson sottolinea il paradosso di una vittoria che lascia un segno permanente. Il confronto con l’avversario può renderci più forti, ma non è un esercizio innocuo e non ci garantisce di uscirne intatti. La trasformazione ha un costo, e la cicatrice diventa parte della nuova identità.
Nella discussione successiva Peterson allarga il ragionamento: senza un avversario che ci metta alla prova rischiamo di diventare fragili. Distingue però tra essere protetti e venire incoraggiati a diventare più forti. Un ostacolo proporzionato alle nostre capacità può spingerci oltre ciò che sappiamo già fare. È una possibilità interpretativa, non una spiegazione definitiva della sofferenza: il punto è che la prova può diventare occasione di crescita quando siamo in grado di affrontarla.
Esaù: la riconciliazione deve diventare un gesto
Il mattino seguente Giacobbe vede arrivare Esaù con i suoi uomini. Si avvicina al fratello, si inchina e gli offre i doni preparati. Esaù, invece di aggredirlo, gli corre incontro, lo abbraccia e lo bacia. I due piangono. La scena non cancella il torto originario, ma mostra la possibilità che il rapporto non resti prigioniero della vendetta.
Peterson legge il dono come un tentativo di restituire qualcosa a chi era stato danneggiato. La riconciliazione non consiste nel chiedere all’altro di dimenticare: richiede di riconoscere il torto e, quando possibile, di ripararlo. Giacobbe non può tornare a essere l’uomo di prima; deve presentarsi al fratello assumendosi il rischio dell’incontro.
Peterson richiama poi una frase sorprendente di Giacobbe: «vedere il tuo volto è come vedere il volto di Dio». La interpreta come il riconoscimento del diritto di Esaù a giudicarlo. Il fratello è stato tradito e la sua valutazione non può essere aggirata: Giacobbe deve accettare quel giudizio come legittimo e offrire una riparazione adeguata. In questo passaggio la riconciliazione con il fratello diventa inseparabile da quella con Dio. Il tradimento, suggerisce Peterson, viola una fiducia quasi sacra; per ricomporla non basta sentirsi cambiati dentro, occorre rispondere alla persona che ha subito il torto. Esaù può anche scegliere di perdonare, ma Giacobbe non può pretendere che il perdono cancelli automaticamente ogni debito.
La trasformazione, tuttavia, non risolve automaticamente i conflitti della famiglia. L’episodio di Dinah e la violenza dei suoi fratelli mostrano che la nuova identità di Giacobbe non si trasmette per magia a chi gli sta intorno. Il cambiamento morale resta una responsabilità concreta, da esercitare nelle scelte successive. Un nome nuovo non garantisce da solo un comportamento nuovo.
Il ritorno a Betel: il compimento del viaggio
Dopo la violenza compiuta da Simeone e Levi, Giacobbe teme le reazioni delle popolazioni vicine. A quel punto Dio gli ordina di tornare a Betel, proprio nel luogo in cui, durante la fuga da Esaù, aveva sognato la scala che univa terra e cielo e aveva consacrato la pietra. Peterson riconosce qui la struttura completa del viaggio dell’eroe: Giacobbe parte dal centro, attraversa prove e conflitti, cambia attraverso la lotta e la riconciliazione, poi ritorna al luogo originario come uomo trasformato.
Il ritorno comporta anche una preparazione: Giacobbe chiede alla sua famiglia di abbandonare gli dèi stranieri, purificarsi e cambiare gli abiti prima di salire a Betel e costruire un altare. Non è dunque un semplice ritorno geografico. Il centro viene ritrovato dopo che qualcosa è cambiato nella persona e nella sua casa. La promessa iniziale acquista un significato nuovo perché ora Giacobbe vi ritorna portando con sé l’esperienza del viaggio.
Il sogno, la coscienza e la scelta
Nella parte dedicata alle domande del pubblico, Peterson amplia il discorso sul rapporto tra mondo interiore e trasformazione. La solitudine può rendere più visibili immagini, ricordi e paure che nella vita ordinaria restano sullo sfondo. I sogni, in questa prospettiva, possono dare forma a conflitti e possibilità che non abbiamo ancora compreso. Non sono necessariamente messaggi da interpretare in modo letterale, ma esperienze che possono aiutare a riconoscere ciò che ci inquieta o ci attrae.
Peterson affronta anche il problema della fede: come distinguere, dentro di noi, una voce da seguire tra pensieri e impulsi differenti? Non propone una formula definitiva. Collega la scelta alla gerarchia degli scopi e al modo in cui una persona integra progressivamente bisogni, emozioni e responsabilità. La decisione morale non riguarda soltanto i grandi eventi: si manifesta anche nelle discussioni quotidiane, quando sappiamo che una parola ferirà qualcuno e scegliamo comunque di pronunciarla.
Richiamando Nietzsche, Peterson insiste sul fatto che un’idea non è davvero assimilata finché non modifica il modo in cui viviamo. Accumulare conoscenze sulla virtù, sul coraggio o sulla responsabilità non equivale a diventare virtuosi, coraggiosi o responsabili. Il sapere deve trasformarsi in comportamento. È ciò che la storia di Giacobbe mette in scena: la sua nuova identità si misura nel modo in cui affronta Esaù, non soltanto nel nome che riceve.
Parte II — Il commento de L’Elastico
La fede come confronto, non come rifugio
La forza della lettura di Peterson sta nell’aver individuato nella lotta sullo Iabbok un’immagine della trasformazione che non passa attraverso una soluzione facile. Giacobbe non riceve una spiegazione completa e non viene liberato dalle conseguenze del passato. Lotta, insiste, viene ferito e deve comunque affrontare il fratello. La fede, in questa interpretazione, non coincide con la tranquillità: è la disponibilità a sostenere un confronto che può cambiare il modo in cui ci comprendiamo.
Questa intuizione può essere discussa anche al di fuori di una convinzione religiosa. Il rapporto con la coscienza, la responsabilità per il male compiuto e il bisogno di riparare una relazione richiedono spesso di attraversare domande scomode. Non significa cercare il conflitto o considerare la sofferenza un bene in sé. Significa riconoscere che alcune trasformazioni diventano possibili soltanto quando smettiamo di evitare ciò che abbiamo contribuito a creare.
Una lettura potente, ma non l’unica
La lettura psicologica di Peterson è feconda, ma non esaurisce il testo biblico. L’identità dell’avversario al guado rimane ambigua: il racconto parla di un uomo, Giacobbe parla di Dio e Osea richiama un angelo. Questa pluralità non è un dettaglio da eliminare. È parte della ricchezza del racconto e invita a distinguere l’interpretazione proposta da Peterson dalle diverse tradizioni esegetiche.
Anche il significato del nome Israele richiede cautela. Genesi collega il nome alla lotta con Dio e con gli uomini, ma l’etimologia storica è discussa e non coincide necessariamente con una traduzione letterale univoca. Inoltre, il testo continua a usare sia Giacobbe sia Israele: il nome nuovo non cancella quello precedente. Questa permanenza rende ancora più interessante il simbolo. La trasformazione non consiste nel negare la propria storia, ma nel portarla dentro una forma diversa di responsabilità.
Il centro unisce, ma può anche escludere
La riflessione sul centro sacro contiene un’intuizione importante: una comunità ha bisogno di valori condivisi, istituzioni e obiettivi che rendano possibile la cooperazione. Ma il centro non è giusto soltanto perché tiene insieme un gruppo. Può escludere, proteggere privilegi o impedire ogni cambiamento. La coesione non deve diventare un argomento per obbedire sempre.
Un simbolo può custodire una memoria comune, ma non sostituisce il comportamento morale di chi lo rappresenta. Una bandiera, un monumento o una cattedrale non rendono giusta una comunità: dovrebbero ricordarle i valori ai quali dichiara di ispirarsi. Quando la realtà tradisce quei valori, occorre distinguere ciò che merita di essere conservato da ciò che deve essere corretto. La critica non è necessariamente distruzione; può essere una forma di cura del bene comune.
La riconciliazione non è una scorciatoia
La scena tra Giacobbe ed Esaù suggerisce che chiedere perdono non basta sempre. Il danno deve essere riconosciuto e, quando possibile, riparato. Il dono di Giacobbe può essere letto come un gesto di restituzione, ma anche come una strategia prudenziale per evitare la vendetta. Le motivazioni possono essere miste: una persona può desiderare sinceramente la riconciliazione e, nello stesso tempo, avere paura delle conseguenze.
È proprio questa ambivalenza a rendere Giacobbe credibile. La trasformazione non lo rende improvvisamente perfetto né trasparente a se stesso. Ciò che conta è il movimento: l’uomo che aveva cercato di ottenere tutto con l’inganno ora si presenta al fratello, riconosce la sua importanza e rischia un incontro che non può controllare completamente.
La domanda che resta
Giacobbe arriva al guado temendo il fratello che ha tradito. Ne esce zoppicando, con un nome nuovo e una benedizione che non gli evita il confronto. La trasformazione non gli risparmia la responsabilità: lo rende, almeno in parte, capace di sostenerla.
Forse è questo il punto più attuale della storia. Non basta dichiarare di essere cambiati, né trovare una nuova definizione di sé. Il cambiamento diventa credibile nel modo in cui trattiamo le persone che abbiamo ferito, affrontiamo le nostre paure e proviamo a riparare ciò che è ancora possibile riparare.
Quale conflitto stiamo evitando perché temiamo ciò che potrebbe rivelare di noi? E se affrontarlo con onestà fosse il primo passo per diventare qualcuno di diverso?
Fonti e approfondimenti
- Jordan B. Peterson, “Lecture: Biblical Series XIV: Jacob: Wrestling with God” — fonte primaria della puntata.
- Genesi 29–35 — il soggiorno presso Labano, la lotta sullo Iabbok, l’incontro con Esaù e il ritorno a Betel.
- Osea 12:3–6 — il richiamo profetico alla lotta di Giacobbe.
- Tzemah Yoreh, “Jacob Is Renamed Israel (Twice): Why Does the Name Jacob Remain?”, TheTorah.com — sulla doppia rinominazione e sulla permanenza dei due nomi.
- Rachel Nabulsi, “Rudolf Otto and the Fearful Numinous”, Biblical Theology Bulletin, 2023 — sull’ambivalenza dell’incontro con il divino in Genesi 32.
- Steven Molen, “The Identity of Jacob’s Opponent: Wrestling with Ambiguity in Genesis 32:32” — sulle diverse interpretazioni della figura al guado.
La puntata precedente: Serie Biblica XIII — La Scala di Giacobbe.
Continua la serie: Tutti gli articoli della Serie Biblica.



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