Il memorandum della Fratellanza Musulmana del 1991, la costruzione di una presenza organizzata e il rischio di una trasformazione politica condotta attraverso gli stessi strumenti che le democrazie mettono a disposizione.

Una democrazia può essere messa in pericolo senza che qualcuno assalti il Parlamento, occupi una piazza o imbracci un’arma. Può essere indebolita anche attraverso processi più lenti: la costruzione di reti, la conquista di spazi di influenza, la pressione sulle istituzioni, la formazione di classi dirigenti e l’utilizzo sistematico delle libertà che uno Stato democratico garantisce.
Questo non significa che ogni associazione, ogni organizzazione religiosa o ogni forma di partecipazione politica nasconda un progetto ostile. Significa, piuttosto, che una democrazia non può rinunciare a esaminare le idee, gli obiettivi e le strutture organizzate che agiscono al suo interno. La libertà di associarsi e di partecipare alla vita pubblica è un diritto; non è un obbligo per le istituzioni di ignorare ciò che un’organizzazione dichiara di voler realizzare.
Un documento del 22 maggio 1991 offre un caso particolarmente interessante per affrontare questa questione. Si intitola An Explanatory Memorandum on the General Strategic Goal for the Group in North America. È attribuito a Mohamed Akram, indicato come membro del Consiglio della Shura della Fratellanza Musulmana in Nord America, ed è noto anche come Government Exhibit 003-0085 nel procedimento giudiziario statunitense United States v. Holy Land Foundation.
Il documento non è una prova che ogni organizzazione musulmana citata al suo interno abbia condiviso o attuato ogni obiettivo descritto. Non dimostra, da solo, l’esistenza di un piano identico in Europa o in Italia. Ma è una fonte primaria che merita di essere letta per ciò che afferma: descrive una strategia di lungo periodo, un modello organizzativo articolato e una precisa ambizione politica e culturale.
Un documento, una data, un obiettivo
Il memorandum è datato 22 maggio 1991. Nella lettera introduttiva, Akram lo presenta ai responsabili e ai membri del Consiglio della Shura, chiedendo che venga letto, discusso e corretto. Spiega che il testo intende interpretare e sviluppare elementi di un piano a lungo termine approvato nel 1987. Non lo presenta come un’iniziativa estemporanea: lo colloca dentro una pianificazione già avviata.
Il documento esplicita l’obiettivo strategico generale del gruppo in Nord America: costruire un movimento islamico efficace e stabile, guidato dalla Fratellanza Musulmana, capace di unificare e indirizzare gli sforzi dei musulmani, ampliare la propria base, presentare l’Islam come alternativa di civiltà e sostenere la fondazione di uno Stato islamico globale.
È importante non perdere la precisione geografica: il memorandum parla del Nord America. Non è un documento scritto per l’Europa, né contiene una dimostrazione che la medesima struttura sia stata realizzata in ogni Paese occidentale. La sua rilevanza sta nel rendere esplicito un progetto e nel mostrare come gli autori immaginassero di organizzarlo.
La provenienza giudiziaria va descritta con altrettanta precisione. Il documento è stato prodotto come reperto nel processo federale Holy Land Foundation; un’ordinanza del tribunale distrettuale del Texas del 1º luglio 2009 lo identifica come Government Exhibit 003-0085 e ne discute alcuni passaggi. Questo dato consente di collocarlo nel fascicolo processuale: non equivale, però, a dire che il giudice abbia certificato come vere tutte le affermazioni contenute nel memorandum.
Che cosa significa «insediamento»
Una delle parole centrali del testo è settlement, tradotta nella versione italiana come «insediamento». Il memorandum la definisce come il processo attraverso il quale l’Islam e il suo movimento diventano parte stabile del Paese in cui operano. L’autore distingue poi concetti collegati: stabilità, radicamento, fondazione di organizzazioni e capacità di incidere sulle anime, sulle menti e sulla vita della società.
La parola, isolata, potrebbe sembrare neutra. Costruire istituzioni, scuole, centri culturali, associazioni e reti di assistenza è un’attività legittima in una società libera. Il punto, però, non è il singolo strumento: è l’obiettivo politico e ideologico al quale il documento dichiara di volerli coordinare. Il memorandum non si limita a proporre servizi comunitari. Li colloca dentro un progetto complessivo di espansione e consolidamento di un movimento guidato dalla Fratellanza.
La strategia descritta non si fonda su una sola organizzazione che svolge ogni funzione. Al contrario, immagina un insieme di organismi specializzati, connessi tra loro: strutture educative e religiose, media, attività economiche, ricerca, organizzazioni sociali, giovanili e femminili, centri amministrativi e legali. Il testo insiste sulla necessità di coordinare le iniziative già esistenti, svilupparle, unirne le risorse e inserirle in un piano comune.
Questa è una delle parti più significative del documento. La forza non viene immaginata soltanto in termini numerici, ma come capacità di costruire continuità, competenze, relazioni e infrastrutture. Il memorandum ragiona in termini di pianificazione, formazione, selezione dei responsabili, distribuzione dei ruoli, finanziamento e controllo della direzione strategica.
La dimensione politica non è un dettaglio
Tra le aree organizzative elencate compare esplicitamente quella politica. Il memorandum menziona un partito politico centrale, uffici politici locali, figure politiche, relazioni e alleanze, un’organizzazione americana per l’azione politica islamica e centri informativi. Non si tratta di un riferimento marginale inserito incidentalmente in un testo dedicato alla vita religiosa: è una componente dichiarata dell’architettura complessiva.
La partecipazione politica dei cittadini musulmani, come quella di qualsiasi altro cittadino, è pienamente legittima: fondare partiti, candidarsi, sostenere proposte e stringere alleanze sono strumenti normali della democrazia. La questione, in questo caso, riguarda l’obiettivo dichiarato dal memorandum: coordinare tali attività dentro un progetto politico e culturale incompatibile con l’eguaglianza dei diritti e la libertà di coscienza.
Il testo descrive anche il ruolo dei centri islamici. Li immagina non soltanto come luoghi di culto, ma come nuclei di una comunità organizzata: spazi di studio, formazione, attività sociali, sport, scuola, riunioni, distribuzione di pubblicazioni e, in alcuni passaggi, coordinamento politico interno. Ancora una volta, non è la presenza di un centro religioso a costituire un problema. È il modo in cui il documento propone di collegare e dirigere le diverse attività all’interno di una struttura più ampia.
In un passaggio particolarmente esplicito, l’autore afferma che la sfida consiste nel trasformare elementi e organizzazioni già esistenti in organismi stabili, collegati al movimento e orientati dalla sua guida. La parola chiave è coordinamento: non una semplice somma di associazioni indipendenti, ma un sistema che dovrebbe procedere secondo una direzione comune.
Le ventinove organizzazioni e la frase dell’allegato
L’allegato finale elenca ventinove organizzazioni sotto il titolo «Le nostre organizzazioni e le organizzazioni dei nostri amici». La frase che lo accompagna è ancora più diretta: «Immaginate se marciassero tutte secondo un unico piano!!!».
È un passaggio che colpisce perché rende visibile l’ambizione di coordinamento. Ma va letto con rigore: l’elenco non dimostra che tutte le organizzazioni citate fossero sottoposte a un comando unitario, né che ciascuna conoscesse o approvasse l’intero memorandum. La formula stessa distingue tra «le nostre organizzazioni» e quelle «dei nostri amici». Il documento ci dice come l’autore le considerava e quale potenziale attribuiva alla loro convergenza; non basta, da solo, a stabilire responsabilità individuali o organizzative.
La cautela non rende il passaggio meno importante. Al contrario, consente di concentrarsi sul fatto documentato: l’autore riteneva strategicamente utile mettere in relazione realtà diverse, rafforzarle e farle procedere in modo coordinato. È una visione della costruzione del potere che passa attraverso reti, alleanze e istituzioni, non soltanto attraverso la propaganda o la competizione elettorale.
Il passaggio più duro: il «grande jihad»
Il memorandum contiene anche un passaggio molto più radicale. L’autore definisce il processo di insediamento un «jihad civilizzazionale» e scrive che il lavoro in America dovrebbe essere inteso come una forma di «grande jihad» volta a eliminare e distruggere dall’interno la civiltà occidentale, affinché prevalga la religione di Dio.
Non è una frase che si possa attenuare o ignorare. È un’espressione apertamente ostile alla civiltà nella quale il movimento dichiara di voler radicarsi. Allo stesso tempo, non sarebbe corretto trasformarla automaticamente nella prova di un piano operativo terroristico: il passaggio, da solo, non descrive un attentato, un’azione armata o un ordine di violenza fisica. Il testo va preso sul serio per quello che dice, senza attribuirgli ciò che non dimostra.
Il termine jihad ha significati diversi nella tradizione islamica e non può essere ridotto in ogni contesto alla violenza. Qui, tuttavia, è l’autore stesso a qualificarlo attraverso il linguaggio della distruzione della civiltà occidentale dall’interno. È quindi il contesto specifico a rendere il passaggio politicamente allarmante.
Il contesto consente di distinguere tra la responsabilità di un autore e quella di un’intera comunità: le parole di un esponente di un movimento politico-religioso non possono essere attribuite a ogni musulmano, ma neppure liquidate quando esprimono un obiettivo incompatibile con i principi liberali.
Che cosa possiamo dire dell’Europa
Il memorandum del 1991 riguarda il Nord America. Per parlare dell’Europa occorrono fonti europee o riferite ai singoli Paesi. Una delle più rilevanti è la revisione del governo britannico sulla Fratellanza Musulmana, pubblicata nel dicembre 2015 e basata su materiali raccolti fino al luglio 2014.
Il rapporto britannico descrive una rete di organizzazioni e persone associate al movimento nel Regno Unito, con una storia di attività pubblica, rappresentanza, raccolta fondi e relazioni con altre realtà europee. Rileva che, in determinati periodi, soggetti associati alla Fratellanza hanno avuto un’influenza significativa su organizzazioni studentesche, organismi che dichiaravano di rappresentare comunità musulmane, enti caritativi e alcune moschee. I funzionari britannici giudicarono tale influenza, in rapporto alle dimensioni del movimento, sproporzionata.
Il rapporto contiene anche precisazioni che non possono essere omesse. Per il Regno Unito, afferma che la Fratellanza non era stata collegata ad attività terroristiche nel Paese; segnala però che organizzazioni e individui legati al movimento avevano sostenuto attività di Hamas, comprese azioni suicide e attacchi contro civili. Inoltre, descrive una rete britannica che, alla data considerata, non aveva un comando unico e una catena di controllo comune. Il rapporto osserva anche che la narrazione pubblica del movimento nei Paesi non musulmani si concentrava più sull’islamizzazione dell’individuo e della comunità che sulla trasformazione dello Stato.
Questo quadro è più complesso di una semplice formula. Non autorizza a considerare ogni associazione musulmana britannica parte della Fratellanza, né a trasferire automaticamente le conclusioni del rapporto ad altri Paesi. Mostra però perché sia legittimo esaminare le reti, le relazioni e gli obiettivi dichiarati, anziché limitarsi a valutare le organizzazioni sulla base del loro nome pubblico o delle sole attività visibili.
Un passaggio più recente è arrivato dal Parlamento europeo. L’8 ottobre 2026 l’assemblea ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia dell’Unione per contrastare l’entrismo islamista e l’influenza della rete della Fratellanza Musulmana. Il testo distingue esplicitamente l’Islam come religione dall’islamismo politico e afferma che la critica a un’ideologia non deve essere confusa con un attacco alla fede religiosa.
È importante ricordare la natura dell’atto: si tratta di una risoluzione politica del Parlamento europeo, non di una legge, di una sentenza o di un accertamento giudiziario nei confronti di singole organizzazioni. Il suo valore è quello di segnalare una preoccupazione politica e chiedere un orientamento comune; non sostituisce le prove necessarie per qualsiasi misura concreta.
Il rischio democratico e la risposta democratica
Il punto centrale non è immaginare un’infiltrazione onnipresente, né sospettare di chiunque partecipi alla vita associativa. È riconoscere che le libertà democratiche possono essere utilizzate anche da soggetti che non condividono i principi sui quali esse si fondano. Un’organizzazione può presentarsi come interlocutore sociale, costruire relazioni, chiedere riconoscimento, partecipare alle elezioni e ottenere accesso alle istituzioni. Tutte attività che, in sé, appartengono alla normalità democratica.
La domanda che le istituzioni devono porsi è un’altra: quali sono gli obiettivi dichiarati? Esistono strutture di coordinamento non trasparenti? Vengono esercitate pressioni per limitare i diritti di altri cittadini? Si cerca di imporre norme religiose alla sfera pubblica? Si promuovono discriminazioni, intimidazioni o giustificazioni della violenza? Le risposte devono basarsi su comportamenti documentati, non su appartenenze religiose, origini familiari o generalizzazioni.
La risposta democratica non consiste nel proibire idee radicali o sgradite, ma nell’applicare le leggi davanti a minacce, intimidazioni, finanziamenti illeciti, discriminazioni o tentativi illegali di condizionare le istituzioni. Servono trasparenza nei rapporti e nei finanziamenti, pluralismo nelle rappresentanze e mandati verificabili: nessuna organizzazione può presumere di parlare a nome di un’intera comunità.
La sorveglianza indiscriminata di una religione e la compressione della libertà di culto sarebbero una sconfitta democratica. Libertà religiosa, associazione ed espressione devono restare protette; la cittadinanza non può essere considerata meno piena a causa della fede.
Questo non significa ingenuità: le istituzioni possono verificare i finanziamenti, contrastare chi sostiene la violenza e tutelare chi subisce coercizione, distinguendo sempre tra dissenso politico — anche radicale — e condotte illecite.
Non basta guardare ai gruppi: anche i cittadini fanno la differenza
Le trasformazioni politiche possono essere sostenute anche da cittadini nati e cresciuti nei Paesi democratici, che conoscono le istituzioni e scelgono di promuovere progetti ideologici incompatibili con alcuni principi liberali.
Non è l’origine di una persona a determinarne la lealtà democratica. È ciò che sostiene, propone e fa. Un cittadino nato in Europa può difendere la democrazia oppure volerla trasformare radicalmente; lo stesso vale per chi è arrivato da un altro Paese. Per questo le politiche pubbliche devono concentrarsi su idee, condotte e responsabilità individuali, non su categorie etniche o religiose.
La questione richiede una cultura civica consapevole dei principi non negoziabili: uguaglianza davanti alla legge, libertà di coscienza e di religione, parità tra uomini e donne, pluralismo politico, indipendenza della giustizia e sovranità delle istituzioni civili. Devono valere per tutti, anche quando entrano in conflitto con convinzioni religiose o ideologiche.
Una democrazia non è obbligata a essere neutrale tra chi accetta le sue regole e chi vorrebbe abolirle. Deve però difendersi usando strumenti democratici: leggi chiare, prove, controlli indipendenti, tribunali, libertà di stampa, istruzione e partecipazione pubblica. Se rinuncia a questi strumenti, rischia di diventare vulnerabile; se li usa contro intere comunità, tradisce se stessa.
Il memorandum non è una profezia: è un documento da leggere
Il memorandum del 1991 non dimostra che la Fratellanza Musulmana abbia realizzato ovunque il progetto descritto, che tutte le ventinove organizzazioni abbiano agito secondo un piano comune o che Europa e Italia siano state oggetto di una strategia identica. Non autorizza, quindi, a guardare con sospetto i musulmani in quanto tali.
Documenta però che nel 1991 un autore legato alla struttura nordamericana della Fratellanza descriveva un progetto di lungo periodo: una rete di organizzazioni coordinate, una dimensione politica esplicita e un obiettivo ideologico che includeva la trasformazione della società e il sostegno a uno Stato islamico globale. È questo il contenuto da conoscere e discutere, senza esagerazioni né rimozioni.
La democrazia non deve temere il confronto con le idee. Deve temere, piuttosto, la propria incapacità di distinguere tra pluralismo e rinuncia ai propri principi. La tolleranza non può trasformarsi nell’obbligo di tollerare chi vuole abolirla. E una democrazia che non sa difendere i propri principi rischia, prima o poi, di non poterli più garantire a nessuno.
E se una democrazia venisse progressivamente trasformata utilizzando proprio gli strumenti democratici che dovrebbe difendere? E se le misure adottate finora non fossero sufficienti a riconoscere e contrastare questo rischio, soprattutto quando il progetto viene sostenuto anche da attori interni, cittadini a pieno titolo delle stesse democrazie?
I documenti
Scarica il memorandum originale (PDF, inglese)
Documento di 32 pagine contenente la versione araba e quella inglese del reperto giudiziario Government Exhibit 003-0085.
Scarica la traduzione italiana (PDF)
Traduzione di lavoro delle 17 pagine inglesi del memorandum. Non è una traduzione asseverata; le prime 15 pagine arabe del PDF originale non sono state tradotte separatamente.
Fonti e riferimenti
- Fonte primaria: Mohamed Akram, An Explanatory Memorandum on the General Strategic Goal for the Group in North America, 22 maggio 1991, Government Exhibit 003-0085, nel procedimento United States v. Holy Land Foundation.
- Riferimento giudiziario: United States District Court, Northern District of Texas, ordinanza del 1º luglio 2009, documento giudiziario.
- Governo britannico: Muslim Brotherhood Review: Main Findings, 17 dicembre 2015, GOV.UK.
- Parlamento europeo: Risoluzione 2026/2868(RSP), adottata l’8 ottobre 2026, scheda dell’Osservatorio legislativo.
Nota editoriale: L’analisi distingue le affermazioni contenute nel memorandum dai riscontri successivi e dalle valutazioni de L’Elastico. Il documento del 1991 riguarda il Nord America e non può essere usato, da solo, per attribuire obiettivi o responsabilità a organizzazioni attive in Europa o in Italia. La critica all’islamismo politico non equivale a una critica all’Islam o ai musulmani.




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