Serie biblica I: Introduzione all’idea di Dio

Ritratto editoriale originale di Jordan B. Peterson durante una conferenza

di Jordan B. Peterson

Perché dovremmo occuparci ancora della Bibbia?

È una domanda tutt’altro che banale. Stiamo parlando di un insieme di testi vecchissimi, contraddittori, costruiti e ricostruiti nel corso di migliaia di anni. Eppure hanno attraversato imperi, regni, guerre e rivoluzioni.

Peterson parte proprio da qui: forse il fatto che questi racconti siano ancora con noi non è qualcosa che possiamo liquidare facilmente.

La sua domanda non è se la Bibbia sia letteralmente vera in ogni sua parte. È un’altra: perché queste storie hanno avuto una forza così enorme sulla mente e sulla civiltà occidentale?

E per provare a rispondere bisogna prima capire qualcosa di più fondamentale: che cosa significa parlare di Dio?

Cosa rimane quando eliminiamo Dio?

Peterson parte da una considerazione provocatoria.

Molte persone moderne pensano che, se abbandonassimo definitivamente la religione, rimarrebbe la ragione. Liberi dalle vecchie credenze, diventeremmo finalmente razionali, scientifici, capaci di giudicare il mondo senza superstizioni.

Peterson non ne è affatto convinto.

Secondo lui, il problema è che la religione non è semplicemente un insieme di opinioni che possiamo togliere dalla mente e sostituire con la razionalità. Sotto quelle storie ci sono strutture molto più profonde: modi di interpretare il mondo, gerarchie di valori, idee sul bene e sul male, sul comportamento umano e su ciò che rende possibile una società.

Se eliminiamo quelle strutture senza capire cosa contenevano, non è detto che diventiamo più razionali.

Potremmo semplicemente sostituirle con qualcos’altro.

Ed è qui che entra in gioco l’idea di ideologia.

Un’ideologia può svolgere una funzione simile a quella che un tempo svolgeva la religione: ci offre una spiegazione del mondo, ci dice chi sono i buoni e i cattivi, cosa dobbiamo desiderare e verso quale futuro dovremmo muoverci.

Il problema è che spesso non ci accorgiamo nemmeno di esserci dentro.

Non sappiamo perché facciamo quello che facciamo

Peterson si appoggia molto a Carl Jung.

Una delle idee che porta nella lezione è questa: agiamo secondo schemi che spesso non comprendiamo completamente.

Pensiamo di sapere perché abbiamo fatto qualcosa. Ma quando qualcuno ci chiede: «Perché hai fatto questo?», non è raro che improvvisiamo una spiegazione.

Il nostro comportamento, però, contiene più informazioni di quelle che siamo in grado di esprimere consapevolmente.

Siamo il risultato della nostra biologia, della famiglia, della cultura, delle esperienze, delle abitudini e delle idee che abbiamo assorbito senza necessariamente sceglierle.

E tutto questo ci orienta.

La domanda allora diventa molto più interessante:

dove ci sta portando il nostro modo di vivere?

Perché potremmo avere una direzione senza averla mai scelta.

È questo, secondo Peterson, uno dei motivi per cui vale la pena conoscere i miti che stanno dietro al nostro comportamento. Jung sosteneva che tutti viviamo secondo un mito, ma pochi sanno quale sia il proprio.

E forse dovremmo scoprirlo.

Perché potrebbe essere una tragedia.

Il mondo che non conosciamo

Peterson introduce poi una distinzione fondamentale.

Da una parte c’è ciò che conosciamo: il nostro piccolo territorio di esperienza, le cose che sappiamo, le persone che conosciamo, le regole che comprendiamo.

Intorno c’è tutto il resto.

L’ignoto.

Il caos.

È come un’isola circondata dall’oceano.

Noi viviamo sull’isola, ma l’oceano non scompare soltanto perché non lo guardiamo.

E il problema è che dobbiamo comunque agire dentro un mondo che non comprendiamo completamente.

Ogni giorno prendiamo decisioni senza sapere esattamente cosa succederà.

Dobbiamo scegliere, rischiare, affrontare persone, costruire relazioni, crescere figli, lavorare, combattere problemi e cercare di non distruggere ciò che abbiamo costruito.

Per farlo abbiamo bisogno di una mappa.

E una parte enorme di quella mappa è stata costruita dagli esseri umani molto prima che noi arrivassimo.

Come nasce un principio?

Qui Peterson arriva alla sua idea centrale.

Immaginiamo una società.

Le persone litigano. Qualcuno deve intervenire. Qualcuno deve stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Qualcuno deve mantenere la pace.

Un giudice, per esempio, prende migliaia di decisioni.

All’inizio potrebbe non sapere esattamente quale sia il principio generale che sta applicando.

Ma dopo aver osservato migliaia di casi può iniziare a riconoscere uno schema.

Questa decisione produce ordine.

Questa invece produce caos.

Questa regola permette alle persone di convivere.

Questa distrugge la fiducia.

Col tempo, dai singoli comportamenti emerge qualcosa di più astratto: un principio.

E secondo Peterson qualcosa di simile potrebbe essere accaduto anche con l’idea di Dio.

Dio come ideale astratto

Questa è probabilmente l’idea più importante dell’intera lezione.

Peterson suggerisce che una possibile origine psicologica dell’idea di Dio sia l’astrazione di un principio.

Pensiamo a una gerarchia animale.

In un gruppo di scimmie esiste un individuo dominante. Quel singolo animale rappresenta concretamente il potere.

Ma se osserviamo molti individui potenti, possiamo iniziare a distinguere il concetto di potere dalla singola persona che lo possiede.

Non abbiamo più bisogno di un particolare individuo.

Abbiamo astratto il principio.

Ed è proprio questo passaggio, secondo Peterson, che diventa fondamentale per comprendere l’idea di Dio.

Dio sarebbe, almeno in parte, la personificazione di un ideale astratto.

Non semplicemente un individuo estremamente potente.

Ma il principio che sta dietro al potere.

Il principio che sta dietro all’autorità.

Il principio che stabilisce come dovrebbe comportarsi chi possiede il potere.

E questo porta a una conseguenza enorme.

Nemmeno il re è Dio

Peterson usa un esempio storico e politico.

Un imperatore è all’apice della gerarchia. Ha eserciti, ricchezza e potere. Perché non dovrebbe essere considerato divino?

Eppure la tradizione cristiana introduce, secondo Peterson, una distinzione rivoluzionaria:

non bisogna confondere il sovrano concreto con il principio della sovranità.

Il re non è Dio.

Il re è subordinato a qualcosa che sta sopra di lui.

E questo principio, in una società moderna, è ancora riconoscibile.

Anche il presidente.

Anche il primo ministro.

Anche il capo più potente.

È sottoposto alla legge.

Il potere, per essere legittimo, deve essere subordinato a un principio che lo trascende.

Quando questo principio scompare, il leader può trasformarsi nella fonte stessa della verità e della morale.

Peterson cita qui alcuni dei grandi totalitarismi del Novecento come esempi di cosa può accadere quando il potere non riconosce più qualcosa al di sopra di sé.

La questione, quindi, non è soltanto religiosa.

È politica, psicologica e sociale.

Chi controlla chi possiede il potere?

Perché abbiamo bisogno di un ideale?

A questo punto l’idea di Dio assume un significato ancora più ampio.

Una società non può vivere soltanto sulla base di ciò che le persone desiderano in quel momento.

Abbiamo bisogno di principi.

Abbiamo bisogno di qualcosa verso cui tendere.

Abbiamo bisogno di un’immagine dell’essere umano che vorremmo diventare.

E questo è uno dei motivi per cui gli ideali sono così importanti.

Un ideale non descrive necessariamente ciò che siamo.

Descrive ciò verso cui potremmo cercare di andare.

Il problema è che nessuno di noi è perfettamente razionale, perfettamente buono o perfettamente consapevole.

Siamo contraddittori.

Abbiamo desideri che non comprendiamo.

Facciamo cose che poi rimpiangiamo.

E spesso impariamo soltanto dopo aver commesso gli errori.

Per questo, secondo Peterson, le storie hanno avuto un ruolo così importante.

La Bibbia come memoria dell’umanità

Gli esseri umani osservano gli altri esseri umani da migliaia di anni.

Guardiamo qualcuno comportarsi in un certo modo.

Vediamo cosa succede.

Raccontiamo la storia.

La ripetiamo.

La modifichiamo.

La trasformiamo in un mito.

Poi in una leggenda.

Poi in una storia religiosa.

Poi in un’opera d’arte.

E attraverso questo processo accumuliamo una specie di memoria collettiva.

La Bibbia può essere letta, almeno in parte, come uno dei risultati di questo enorme processo.

Non è un testo nato tutto in una volta. È il prodotto di una lunga stratificazione di racconti, leggi, tradizioni e interpretazioni.

Ed è proprio questa complessità a renderlo interessante.

Per Peterson, dentro quei racconti c’è il tentativo dell’umanità di capire che cosa significhi essere umani.

Il problema della libertà

Ma se dentro di noi agiscono schemi che non comprendiamo, quanto siamo davvero liberi?

Questa è una delle domande che rimangono sullo sfondo della lezione.

Possiamo essere condizionati dalla biologia.

Dalla famiglia.

Dalla cultura.

Dalla nostra storia personale.

Dalle idee che abbiamo ereditato.

Eppure siamo anche capaci di osservare questi schemi.

Possiamo accorgerci di quello che stiamo facendo.

Possiamo chiederci se vogliamo continuare a farlo.

Ed è proprio qui che comincia, secondo Peterson, qualcosa di simile alla responsabilità.

Non possiamo scegliere tutto ciò che ci è successo.

Ma possiamo cercare di capire quale schema stiamo mettendo in scena.

E possiamo provare a modificarlo.

L’Elastico

La parte più interessante della lezione di Peterson, almeno per me, è che alla fine la questione di Dio diventa quasi più grande della domanda religiosa.

Possiamo credere oppure non credere.

Possiamo considerare Dio una realtà metafisica, un principio psicologico, un’astrazione morale oppure qualcosa che non sappiamo ancora spiegare.

Ma c’è una domanda che rimane comunque.

Da dove vengono i principi secondo cui viviamo?

E soprattutto: li abbiamo scelti davvero?

Perché possiamo passare una vita intera seguendo regole che non ricordiamo di aver mai deciso.

Possiamo ereditare un’idea del successo dai nostri genitori, un’idea della famiglia dalla nostra cultura, un’idea del bene dalla nostra religione, un’idea della società dalla politica e un’idea della felicità dalla pubblicità.

Poi possiamo chiamare tutto questo “la mia libertà”.

Ma quanto di tutto ciò è veramente nostro?

Forse il punto della lezione di Peterson non è convincerci a credere in Dio.

È costringerci a guardare più attentamente ciò che già crediamo.

Perché prima di chiederci “Dio esiste?”, forse dovremmo porci una domanda ancora più difficile:

“Qual è il principio secondo cui sto vivendo?”

E, soprattutto:

“Sono sicuro di voler vivere secondo quello?”


🎥 Vuoi ascoltare direttamente Jordan B. Peterson? Guarda il video originale su YouTube. L’Elastico consiglia di guardarlo.

Continua la Serie Biblica: Serie Biblica II – Genesi 1 – Caos e Ordine · tutta la Serie Biblica

Chi è Jordan B. Peterson?

Jordan B. Peterson è uno psicologo clinico, autore ed educatore canadese, professore emerito di psicologia all’Università di Toronto. Ha insegnato anche ad Harvard e ha pubblicato oltre cento lavori scientifici con studenti e colleghi. È diventato noto al grande pubblico soprattutto attraverso le sue lezioni online, i suoi libri e i suoi interventi sulla psicologia, la mitologia, la religione e il significato della vita.

Tra i suoi libri più conosciuti ci sono Maps of Meaning, 12 Rules for Life e Beyond Order. La sua attività divulgativa comprende anche numerose lezioni dedicate alla psicologia delle storie bibliche, dalle quali nasce la serie da cui proviene questo video.

Fonte per la biografia: sito ufficiale di Jordan B. Peterson.

Fonte dell’articolo: Jordan B. Peterson, “Biblical Series I: Introduction to the Idea of God”, 2017.


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Perché dovremmo occuparci ancora della Bibbia? Jordan B. Peterson parte da questa domanda per esplorare mito, religione, potere, ideali e libertà.

3 risposte a “Serie biblica I: Introduzione all’idea di Dio”

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