Serie Biblica V – Caino e Abele, i fratelli ostili

Illustrazione editoriale di Caino e Abele: due fratelli rappresentano sacrificio e risentimento in un paesaggio biblico, collegati dal filo rosso de L'Elastico.

La storia di Caino e Abele occupa poche righe della Genesi. Eppure, secondo Jordan Peterson, contiene una delle rappresentazioni più dense della condizione umana che siano mai state scritte.

Due fratelli. Due modi di affrontare la realtà. Due offerte. Una viene accettata, l’altra no. E da quella differenza nasce qualcosa di terribile: il risentimento, la rivalità e infine il primo omicidio della Bibbia.

Nella quinta lezione della sua Biblical Series, Peterson legge questa storia come il seguito naturale di quella di Adamo ed Eva. Se Adamo ed Eva rappresentano la nascita della coscienza di sé e della conoscenza del bene e del male, Caino e Abele mostrano che cosa può accadere dopo, quando l’essere umano deve vivere nel tempo, sacrificare qualcosa nel presente e confrontarsi con il successo degli altri.

La sua tesi è radicale: Caino non uccide soltanto suo fratello. Uccide anche l’ideale che suo fratello rappresenta.

La teoria di Peterson

Il primo uomo è già un assassino

Peterson parte da un’osservazione apparentemente paradossale.

Adamo ed Eva non sono, nella sua lettura, ancora pienamente “storici”. Sono figure che rappresentano una condizione archetipica. Caino e Abele, invece, nascono già fuori dall’Eden.

Sono quindi i primi esseri umani che incontriamo nel mondo della storia: lavorano, fanno sacrifici, competono e devono confrontarsi con un futuro incerto.

E la prima cosa che fanno è terribile.

Il primo uomo della storia biblica è un assassino che uccide il proprio fratello.

Per Peterson questa non è una scelta narrativa casuale. È un avvertimento: la storia umana non comincia mostrando l’uomo come innocente e armonioso, ma mostrando immediatamente la possibilità della violenza tra esseri umani.

Due fratelli, due strategie

Caino è agricoltore. Abele è pastore.

Peterson attribuisce un significato simbolico anche a questa differenza. Il pastore deve proteggere animali vulnerabili, affrontare predatori, mantenere il controllo del gregge e assumersi una responsabilità concreta.

Caino, invece, lavora la terra.

La distinzione non è semplicemente professionale. Diventa il modo attraverso il quale Peterson costruisce due differenti modalità di rapporto con il mondo.

Abele rappresenta una forma di attenzione, responsabilità e capacità di sacrificio.

Caino rappresenterà progressivamente il contrario: il risentimento di chi ritiene di avere dato molto e di non aver ricevuto ciò che meritava.

Il sacrificio: rinunciare al presente per il futuro

Per comprendere la storia bisogna prima comprendere che cosa significhi, per Peterson, sacrificare.

Il sacrificio non è semplicemente un’offerta religiosa.

È la capacità di rinunciare a qualcosa che possediamo oggi per ottenere qualcosa di più importante domani.

Risparmiare denaro invece di spenderlo immediatamente è un sacrificio.

Studiare invece di divertirsi è un sacrificio.

Educare un figlio significa rinunciare a tempo, energie e risorse nel presente per costruire una possibilità futura.

La disciplina stessa, in questa prospettiva, consiste nella capacità di rimandare la gratificazione.

Il futuro entra nella vita umana

Qui Peterson collega direttamente Caino e Abele ad Adamo ed Eva.

Quando l’essere umano diventa consapevole della propria mortalità, scopre anche il futuro.

Se domani può essere peggiore di oggi, posso fare qualcosa oggi per renderlo migliore.

Posso prepararmi.

Posso costruire.

Posso rinunciare.

Posso sacrificare qualcosa.

Il sacrificio diventa quindi una delle risposte fondamentali alla vulnerabilità umana.

Abele offre il meglio

Nel racconto biblico, Abele offre i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Caino offre i frutti della terra.

Il testo non spiega completamente perché Dio accetti l’offerta di Abele e non quella di Caino.

Peterson legge però questa ambiguità come parte della forza della storia.

Da una parte, Abele sembra offrire qualcosa di particolarmente prezioso: il meglio del proprio gregge.

Dall’altra, resta una componente di arbitrarietà nel modo in cui la vita distribuisce fortuna, successo e riconoscimento.

Non sempre sappiamo perché una persona riesca e un’altra fallisca.

Il problema non è il fallimento. È ciò che facciamo del fallimento

Caino reagisce male.

La sua offerta non viene accettata e il suo volto si abbassa. È arrabbiato, deluso e risentito.

Ed è qui che Peterson sposta il centro della storia.

Il problema non è semplicemente che Caino abbia fallito.

Il problema è che trasforma il proprio fallimento in una ragione per odiare il mondo.

Quando qualcosa non funziona, possiamo chiederci che cosa dobbiamo cambiare.

Oppure possiamo decidere che la colpa è di Dio, della società, degli altri o della realtà stessa.

La seconda strada, secondo Peterson, alimenta il risentimento.

La domanda di Dio

Dio chiede a Caino perché sia adirato e perché il suo volto sia abbattuto. Poi arriva una frase fondamentale: se fai bene, non sarai forse accettato?

Peterson legge questa risposta come un invito alla responsabilità.

Non significa che ogni disgrazia sia colpa di chi la subisce. La stessa lezione riconosce che nella vita esiste una componente reale di arbitrarietà e di sofferenza immeritata.

Significa piuttosto che, quando qualcosa nella nostra vita non funziona, il primo posto nel quale cercare una possibilità di cambiamento è spesso il nostro stesso comportamento.

Il pericolo della vittimizzazione totale

Peterson è molto duro su questo punto, ma introduce anche una distinzione importante.

Prendersi responsabilità non significa sostenere che ogni persona malata, povera o sfortunata abbia causato la propria condizione.

Una malattia può colpire una persona senza che abbia fatto nulla per meritarla.

Una catastrofe può arrivare indipendentemente dalle nostre scelte.

Il principio è un altro: anche quando non siamo responsabili di ciò che ci è accaduto, possiamo avere una responsabilità su ciò che faremo da quel momento in poi.

Il risentimento diventa un mondo

Caino non corregge la propria traiettoria.

Rimane concentrato sul torto subito.

Il fallimento diventa ingiustizia. L’ingiustizia diventa rabbia. La rabbia diventa risentimento. Il risentimento diventa fantasia di vendetta.

È un processo psicologico che Peterson considera estremamente importante.

Una persona può iniziare a raccontarsi una storia nella quale è sempre stata trattata ingiustamente. Ogni nuovo evento viene interpretato attraverso quella storia e finisce per confermarla.

A quel punto il risentimento non è più una reazione a qualcosa.

È diventato una lente attraverso la quale si guarda il mondo.

Caino e Abele sono dentro di noi

Peterson insiste su un altro punto fondamentale: non bisogna pensare che esistano semplicemente persone “Caino” e persone “Abele”.

I due fratelli rappresentano possibilità che esistono entrambe dentro l’essere umano.

Una parte di noi può ammirare qualcuno che è migliore di noi.

Un’altra può desiderare di abbatterlo.

Possiamo essere capaci di sacrificio e, nello stesso tempo, provare risentimento.

Possiamo desiderare di migliorare e, nello stesso tempo, desiderare che qualcun altro fallisca.

La storia funziona proprio perché non descrive un mostro completamente estraneo a noi.

Descrive una possibilità umana.

Quando l’altro diventa insopportabile

Ed è qui che entra Abele.

Abele non è semplicemente il fratello fortunato. Diventa l’immagine di ciò che Caino avrebbe potuto essere.

È questa la parte più dolorosa.

Se Abele fosse semplicemente un uomo cattivo, Caino avrebbe una giustificazione più facile. Potrebbe odiarlo perché è malvagio.

Ma se Abele è una persona valida, capace, responsabile e meritevole, allora la sua esistenza diventa uno specchio.

Mostra a Caino ciò che potrebbe essere e che non è.

L’ideale che deve essere distrutto

Secondo Peterson, questo è il significato più profondo dell’omicidio.

Caino non elimina soltanto un rivale.

Elimina la prova vivente che un altro modo di vivere è possibile.

Se Abele è morto, Caino non deve più confrontarsi con lui.

Non deve più vedere davanti a sé qualcuno che compie i sacrifici che lui non ha saputo compiere.

Può trasformare il mondo nel colpevole senza avere davanti agli occhi una persona che lo contraddice.

È la distruzione dell’ideale.

Il cinismo come arma contro l’ideale

Peterson collega questo meccanismo anche a un fenomeno molto moderno.

Quando vediamo una persona di successo, possiamo chiederci che cosa abbia fatto per riuscire.

Oppure possiamo decidere che il suo successo è necessariamente il risultato di corruzione, fortuna, arroganza o inganno.

A volte queste spiegazioni sono vere. Le persone di successo possono essere corrotte, fortunate o arroganti.

Ma trasformare questa possibilità in una regola universale ha un effetto devastante.

Se ogni persona che rappresenta un ideale viene automaticamente considerata falsa o spregevole, l’ideale stesso diventa irraggiungibile.

È un modo per proteggersi dal confronto: invece di migliorare noi stessi, distruggiamo il valore di chi vorremmo essere.

Il primo omicidio diventa una forma di autodistruzione

Quando Caino uccide Abele, distrugge anche qualcosa dentro di sé.

Ha eliminato il fratello, ma ha anche eliminato un possibile modello.

Da quel momento, che cosa dovrebbe desiderare?

Se non esiste più nessuno che rappresenti ciò a cui aspirare, rimane soltanto il risentimento.

È per questo che Peterson interpreta l’omicidio come una forma di autodistruzione morale.

Il marchio di Caino e la fine della vendetta infinita

Dopo l’omicidio, Caino viene condannato a essere fuggiasco e vagabondo. Ma Dio mette anche un segno su di lui affinché nessuno lo uccida.

Peterson vede in questo passaggio un possibile principio contro la spirale della vendetta.

Se Caino uccide Abele e qualcuno uccide Caino per vendicare Abele, un altro potrebbe vendicare Caino e così via.

La violenza potrebbe moltiplicarsi indefinitamente.

Il divieto di uccidere Caino può quindi essere letto come uno dei primi segnali della necessità di interrompere il meccanismo occhio per occhio prima che trasformi un singolo omicidio in una guerra permanente.

Dal fratricidio alla civiltà

La storia compie infine un’altra svolta sorprendente.

Caino va nella terra di Nod e costruisce una città.

La figura che ha inaugurato la storia umana con il fratricidio diventa anche associata alla costruzione della civiltà.

È una contraddizione che Peterson considera significativa.

L’essere umano è contemporaneamente capace di costruire strutture straordinarie e di distruggere ciò che ha di più prezioso.

La civiltà non nasce dalla scomparsa della violenza.

Nasce anche dal tentativo di contenerla.

Il male può diventare collettivo

Peterson porta il ragionamento oltre il rapporto tra due fratelli.

Il problema del risentimento non è soltanto personale. Può diventare sociale.

Una persona che coltiva per anni la propria rabbia può trasformare il proprio dolore in una giustificazione per colpire altri.

E una società può fare la stessa cosa su scala enorme.

Il singolo “mi hai fatto del male” può diventare “il vostro gruppo ci ha fatto del male”, fino a trasformarsi in una logica nella quale la violenza contro altri esseri umani viene percepita come moralmente necessaria.

Il seme del fratricidio può quindi crescere molto oltre la famiglia.

Il sacrificio contro il risentimento

Alla fine, il contrasto tra Caino e Abele può essere riassunto in due risposte alla stessa condizione umana.

Abele accetta il principio del sacrificio: rinunciare a qualcosa nel presente per costruire un futuro migliore.

Caino, invece, vive il mancato riconoscimento come un’ingiustizia e reagisce cercando un colpevole.

Una strada costruisce.

L’altra distrugge.

Una accetta che il futuro richieda lavoro e rinuncia.

L’altra pretende che il mondo restituisca immediatamente ciò che si ritiene dovuto.

La teoria nella sua forma completa

Seguendo il ragionamento di Peterson, la sequenza può essere ricostruita così:

coscienza → scoperta del futuro → vulnerabilità → necessità del sacrificio → possibilità del fallimento → confronto con l’altro → risentimento → distruzione dell’ideale → violenza.

Caino e Abele diventano così due risposte archetipiche alla stessa condizione.

La storia non ci dice soltanto che Caino ha fatto qualcosa di terribile.

Ci mostra il percorso attraverso il quale una persona può arrivare a desiderare di distruggere ciò che dovrebbe invece aiutarla a crescere.

Il commento de L’Elastico

La parte più convincente: il risentimento

La lettura di Peterson diventa particolarmente interessante quando parla del risentimento.

Il risentimento non è semplicemente rabbia.

È una forma di rabbia che viene coltivata, organizzata e trasformata in una spiegazione del mondo.

La persona risentita non pensa più soltanto “mi è successo qualcosa di ingiusto”.

Pensa: “Il mondo è fatto in modo da trattarmi ingiustamente.”

Questa trasformazione è fondamentale perché rende quasi impossibile uscire dal problema. Se il mondo intero è il nemico, ogni evento diventa una conferma.

Ma non tutto il fallimento è colpa nostra

Qui però la teoria deve essere fermata prima che diventi una spiegazione universale.

La responsabilità personale è importante, ma non significa che il successo sia sempre meritato o che il fallimento sia sempre autoindotto.

Esistono malattie, incidenti, disuguaglianze di partenza, discriminazioni, casualità e circostanze storiche che influenzano enormemente la vita delle persone.

Il racconto stesso, nella lettura di Peterson, conserva una certa ambiguità: non viene spiegato in modo definitivo perché Dio accetti Abele e non Caino.

Questa ambiguità è importante.

La vita non distribuisce sempre le ricompense secondo una proporzione perfetta tra merito e risultato.

Il problema dell’ideale

La tesi secondo cui Caino uccide anche il proprio ideale è potente, ma va trattata come interpretazione.

Non possiamo dimostrare che l’autore del testo biblico intendesse esattamente questo.

Possiamo però riconoscere la forza psicologica della dinamica.

Se una persona che ammiriamo ci ricorda continuamente ciò che non siamo riusciti a diventare, abbiamo almeno due possibilità: imparare da lei oppure svalutarla.

La seconda è spesso più facile.

Il rischio del cinismo

Il cinismo può diventare una forma elegante di autodifesa.

Se nessuno è davvero bravo, nessuno è davvero coraggioso, nessuno è davvero generoso e ogni successo nasconde sempre un motivo sporco, allora non abbiamo più bisogno di cambiare.

Il problema è che questa posizione protegge l’ego al prezzo di rendere il miglioramento quasi impossibile.

Non significa che dobbiamo ammirare ogni persona di successo.

Significa che dovremmo riuscire a distinguere tra criticare un comportamento e distruggere il valore dell’ideale che quel comportamento potrebbe rappresentare.

La parte più pericolosa: trasformare il torto in identità

Forse il punto più attuale della storia è un altro.

Un torto può essere reale.

Una persona può essere stata trattata ingiustamente.

Il problema nasce quando il torto diventa il centro permanente dell’identità.

A quel punto smettere di essere arrabbiati può sembrare quasi un tradimento verso se stessi.

La persona non possiede più soltanto il risentimento.

È diventata il proprio risentimento.

Caino non è soltanto “il cattivo”

È anche per questo che la storia funziona.

Se Caino fosse semplicemente un mostro, sarebbe facile prenderne le distanze.

Ma Caino comincia da qualcosa che conosciamo tutti: il desiderio di essere riconosciuti, la frustrazione quando non lo siamo, il confronto con chi sembra avere più fortuna.

La distanza tra questa esperienza quotidiana e l’omicidio è enorme.

Ma Peterson ci invita a guardare il percorso intermedio.

Il punto in cui la storia diventa politica

Quando il risentimento viene condiviso da un gruppo, il problema cambia scala.

La costruzione di un nemico collettivo permette di trasformare una frustrazione personale in una missione politica.

La storia di Caino e Abele non spiega da sola le ideologie violente della storia, ma offre una lente per comprendere una dinamica ricorrente: la tentazione di risolvere il proprio fallimento distruggendo chi rappresenta ciò che non si è riusciti a ottenere.

È una dinamica che può produrre violenza privata oppure diventare molto più pericolosa quando trova un’organizzazione, un’ideologia e un bersaglio collettivo.

Il sacrificio non significa accettare passivamente la sofferenza

C’è infine una precisazione importante.

Dire che il sacrificio è necessario non significa glorificare la sofferenza.

Il sacrificio, nella forma più interessante della teoria, è un investimento: rinunciare a qualcosa di immediatamente desiderabile per costruire qualcosa di più importante.

Non significa accettare qualsiasi dolore come giusto o necessario.

Significa chiedersi che cosa siamo disposti a lasciare andare per poter diventare qualcosa di diverso.

Prima comprendere Caino, poi giudicarlo

La domanda più interessante non è quindi soltanto: “Perché Caino ha ucciso Abele?”

È: “Quale percorso interiore trasforma una frustrazione in risentimento e il risentimento in desiderio di distruzione?”

Se comprendiamo quel percorso, possiamo riconoscerne i primi segnali molto prima che arrivi alla violenza.

E forse è proprio questo il valore della storia.

In sintesi

Per Jordan Peterson, Caino e Abele rappresentano due risposte alla condizione umana emersa dopo Adamo ed Eva. Abele incarna il sacrificio, la capacità di rinunciare al presente per il futuro e di prendersi cura di ciò che è vulnerabile. Caino incarna invece il fallimento trasformato in risentimento.

Il passaggio decisivo avviene quando Caino smette di chiedersi che cosa potrebbe cambiare in se stesso e comincia a considerare il mondo, Dio e Abele come responsabili della propria condizione.

L’omicidio diventa allora qualcosa di più della distruzione di un fratello: è la distruzione dell’ideale rappresentato da Abele.

L’Elastico aggiunge una cautela: responsabilità personale e merito non spiegano tutto ciò che accade nella vita. Esistono caso, ingiustizia e sofferenza immeritata. Ma resta una domanda difficile da evitare:

Quando qualcuno rappresenta ciò che vorremmo essere, scegliamo di imparare da lui oppure di distruggerne il valore?

Il video originale

Biblical Series V: Cain and Abel: The Hostile Brothers — Jordan B. Peterson

Continua la Serie Biblica: Serie Biblica IV – Adam ed Eva, la presa di coscienza, il male e la morte · Serie Biblica VI – Psicologia del Diluvio Universale · tutta la Serie Biblica

Fonti e approfondimenti

Video originale di Jordan B. Peterson

Trascrizione della lezione

Approfondimento: Jordan Peterson on Cain and Abel

Jordan B. Peterson — psicologo clinico e autore canadese, noto per i suoi lavori sulla psicologia, la personalità, il significato e l’interpretazione psicologica delle narrazioni religiose e mitologiche.


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