Serie Biblica VI – Psicologia del Diluvio Universale

Illustrazione editoriale del Diluvio Universale: l'arca attraversa un mare in tempesta tra caos, oscurità e luce, con un filo rosso che collega la scena.

Il racconto del Diluvio Universale è uno dei miti più conosciuti della tradizione biblica. Ma perché una storia nella quale il mondo intero viene sommerso dall’acqua dovrebbe avere un significato psicologico?

Nel sesto episodio della sua Biblical Series, Jordan Peterson propone di leggere il Diluvio non soltanto come il racconto di una catastrofe, ma come una rappresentazione di ciò che accade quando l’ordine nel quale viviamo non riesce più a contenere la complessità della realtà.

La domanda centrale diventa allora molto più vicina alla nostra esperienza quotidiana: che cosa succede quando il mondo che conosciamo improvvisamente crolla?

La teoria di Peterson

Il mondo non è così ordinato come ci appare

Peterson parte da un’idea psicologica fondamentale: non incontriamo il mondo come osservatori completamente neutrali. Il nostro cervello, il nostro corpo e la nostra storia evolutiva contribuiscono a costruire il modo in cui percepiamo ciò che ci circonda.

La realtà è immensamente complessa. Per poter vivere, dobbiamo semplificarla. Organizziamo ciò che incontriamo in categorie, riconosciamo regolarità, costruiamo aspettative e sviluppiamo comportamenti abituali.

Questa struttura è ciò che ci permette di funzionare. Una casa, una famiglia, un lavoro, una relazione o una routine ci forniscono una certa prevedibilità. Sappiamo, almeno approssimativamente, cosa aspettarci.

Ma questa prevedibilità non coincide con la realtà nella sua totalità.

Prima o poi qualcosa accade che non avevamo previsto.

Quando l’ordine non basta più

È qui che Peterson introduce una delle opposizioni fondamentali della sua lettura: ordine e caos.

L’ordine è ciò che conosciamo, ciò che sappiamo nominare e prevedere. Il caos è ciò che non conosciamo ancora, ciò che non sappiamo controllare e che può contenere contemporaneamente pericolo e possibilità.

Non si tratta quindi semplicemente di distinguere il bene dal male. Il caos può essere distruttivo, ma è anche il luogo dal quale può emergere qualcosa di nuovo.

Una malattia improvvisa, la perdita del lavoro, la fine di una relazione, un fallimento, un lutto o una crisi familiare possono avere una caratteristica comune: improvvisamente le regole con cui avevamo organizzato la nostra vita non sembrano più sufficienti.

Il problema non è soltanto che qualcosa è andato storto. È che non sappiamo più come interpretare ciò che sta accadendo.

Il drago e l’ignoto

Secondo Peterson, le culture umane hanno rappresentato questa esperienza attraverso immagini ricorrenti. Una delle più importanti è quella del drago: una creatura che rappresenta ciò che è sconosciuto, minaccioso e difficile da comprendere.

Ma il drago custodisce spesso anche un tesoro.

La contraddizione è essenziale. Ciò che ci minaccia è anche ciò che contiene qualcosa che ancora non possediamo. Per questo, nella struttura delle storie eroiche, l’eroe non può semplicemente evitare l’ignoto: deve affrontarlo.

Il confronto con il caos diventa così un processo di trasformazione. Si entra in una situazione nella quale le vecchie categorie non funzionano più e si è costretti a costruirne di nuove.

L’acqua come simbolo del caos

Nel racconto biblico, però, il caos non arriva sotto forma di drago. Arriva sotto forma di acqua.

Peterson collega questa immagine alla tradizione delle antiche cosmologie nelle quali le acque precedono l’ordine del mondo. Prima che esista un cosmo organizzato, esiste qualcosa di indifferenziato, sconfinato e difficile da controllare.

L’acqua possiede inoltre una doppia natura. È indispensabile alla vita, ma può anche distruggere ciò che trova sul proprio cammino.

Il Diluvio rende questa ambivalenza estrema: ciò che permette la vita diventa anche ciò che minaccia di cancellarla.

La casa che si riempie d’acqua

Peterson porta questa simbologia anche dentro la psicologia quotidiana. Racconta il motivo ricorrente dei sogni nei quali una persona si trova nella propria casa e scopre improvvisamente nuove stanze, spesso sotterranee o poco organizzate, nelle quali è presente dell’acqua.

Nella sua interpretazione, la casa può rappresentare la struttura della personalità e della propria comprensione del mondo. Scoprire una parte della casa che non conoscevamo significa incontrare qualcosa di noi che non avevamo ancora integrato.

L’acqua segnala allora l’irruzione del caos: una nuova area di esperienza, piena di possibilità ma ancora priva di ordine.

La scoperta non è necessariamente positiva o negativa. È soprattutto destabilizzante.

Il Diluvio come viaggio nell’ignoto

È in questo contesto che Peterson legge la storia di Noè.

Il Diluvio distrugge il mondo conosciuto. Le coordinate abituali vengono cancellate e l’essere umano si trova letteralmente sospeso sopra un’immensità che non può controllare.

L’arca rappresenta allora una struttura capace di attraversare il caos senza esserne completamente distrutta.

Noè non ferma il Diluvio. Non controlla l’acqua. Non elimina l’ignoto.

Costruisce qualcosa che gli permetta di attraversarlo.

L’arca come struttura

Questa è una delle immagini più importanti della lettura di Peterson.

Quando la realtà diventa imprevedibile, la risposta non consiste necessariamente nel tentare di controllare tutto. Consiste nel costruire strutture sufficientemente solide da permetterci di affrontare ciò che non possiamo controllare.

Routine, disciplina, competenze, relazioni affidabili, responsabilità e una gerarchia di priorità possono svolgere questa funzione nella vita concreta.

L’arca è quindi, nella sua interpretazione, una metafora della capacità umana di mantenere una forma di ordine anche quando l’ambiente circostante diventa caotico.

Il futuro non si può conoscere, ma ci si può preparare

Peterson collega questa idea anche alla preparazione personale.

Non possiamo sapere quale sarà il prossimo Diluvio della nostra vita. Possiamo però costruire una struttura che ci renda meno vulnerabili quando arriverà.

È una differenza importante. La preparazione non significa prevedere esattamente il futuro. Significa aumentare la propria capacità di reagire quando il futuro non corrisponde alle nostre aspettative.

Per questo Peterson insiste sull’importanza di una vita organizzata, disciplinata e fondata su responsabilità concrete. Una routine apparentemente banale può diventare una forma di protezione contro la disintegrazione quando qualcosa di molto più grande irrompe nella nostra vita.

Il viaggio nell’underworld

La storia del Diluvio viene inoltre collegata da Peterson a un motivo presente in moltissime narrazioni: il viaggio nell’oltretomba.

L’eroe abbandona il mondo conosciuto, scende in una dimensione nella quale le regole abituali non funzionano più e ritorna trasformato.

Il Diluvio può essere letto nello stesso modo. Noè entra in un mondo nel quale il paesaggio abituale è scomparso. Per un certo periodo non esiste più il vecchio ordine. Esiste soltanto l’acqua, l’attesa e l’incertezza.

Ma proprio nell’incontro con ciò che non conosceva può emergere una nuova forma di comprensione.

Il caos contiene informazione

Peterson porta questa idea ancora più lontano.

Quando incontriamo qualcosa che non comprendiamo, incontriamo anche informazione nuova. Il problema è che l’informazione nuova spesso è difficile da assimilare perché richiede di modificare ciò che già sappiamo.

Un bambino costruisce progressivamente una rappresentazione del mondo esplorando ciò che ancora non conosce. In questo senso, l’apprendimento è sempre un piccolo ingresso nel territorio del caos.

Si abbandona una rappresentazione troppo semplice della realtà e se ne costruisce una più articolata.

Il viaggio nel caos può quindi distruggere una vecchia forma di sé, ma può anche permettere di costruirne una più complessa.

Quando il mondo personale crolla

Questa interpretazione diventa particolarmente evidente quando Peterson parla delle crisi personali.

Una relazione che termina, una malattia, un fallimento professionale o una crisi economica possono essere vissuti come una specie di fine del mondo. Non perché il pianeta sia cambiato, ma perché il mondo nel quale vivevamo non esiste più nella stessa forma.

La persona deve allora affrontare una quantità di informazioni e problemi che prima non era costretta a considerare.

È un’esperienza dolorosa, ma può anche costringere a una riorganizzazione profonda.

Il Diluvio arriva comunque

Per Peterson, il significato più importante del racconto è forse questo: il Diluvio è inevitabile.

Non necessariamente un Diluvio letterale, ma il momento nel quale qualcosa distrugge la prevedibilità della nostra vita.

Non possiamo vivere aspettando che il mondo rimanga per sempre stabile. La stabilità è temporanea. La complessità aumenta, le circostanze cambiano, le persone si ammalano, le relazioni finiscono, le società attraversano crisi e ogni individuo, prima o poi, deve confrontarsi con la propria mortalità.

La questione diventa quindi: che cosa abbiamo costruito prima che arrivi la tempesta?

Il commento de L’Elastico

La forza della metafora

La lettura di Peterson è interessante soprattutto perché trasforma il Diluvio da una semplice storia di punizione divina in una metafora della fragilità dell’ordine umano.

In questa prospettiva, la domanda non è più se il Diluvio sia “successo” soltanto come evento storico. La domanda diventa: perché una storia di acqua che cancella il mondo è diventata una delle immagini più persistenti della cultura umana?

La risposta proposta da Peterson è che l’immagine parla di qualcosa che tutti, in forme diverse, conosciamo: il momento in cui ciò che sembrava stabile smette di esserlo.

Ma una metafora non è una spiegazione scientifica

Qui è necessario introdurre una distinzione.

Il fatto che il Diluvio possa essere interpretato psicologicamente non dimostra che questa fosse necessariamente l’intenzione originaria del testo biblico, né dimostra che tutti i miti del Diluvio abbiano un’unica origine psicologica.

Peterson stesso richiama la diffusione sorprendentemente ampia delle storie di diluvio. Ma la presenza di un motivo in culture diverse può avere spiegazioni differenti: esperienze ambientali condivise, trasmissione culturale, strutture narrative ricorrenti o una combinazione di questi fattori.

La lettura psicologica è quindi una lente interpretativa, non una prova definitiva dell’origine del racconto.

Il rischio di vedere l’archetipo ovunque

Questo è un problema generale delle interpretazioni archetipiche.

Se una determinata struttura simbolica può essere applicata a moltissime esperienze, diventa facile trovare conferme dappertutto. Drago, caos, viaggio nell’oltretomba, morte e rinascita possono diventare categorie talmente elastiche da spiegare quasi qualsiasi storia.

Una buona interpretazione deve quindi conservare anche la capacità di essere messa alla prova.

Il fatto che una metafora sia suggestiva non significa automaticamente che sia corretta.

Eppure l’arca rimane un’immagine potente

Su un punto, però, la lettura di Peterson ci sembra particolarmente fertile.

Non possiamo eliminare l’incertezza dalla vita. Possiamo però decidere quali strutture costruire prima di incontrarla.

Una persona che coltiva competenze, relazioni, disciplina e capacità di adattamento non controlla il futuro. Ha semplicemente aumentato le probabilità di riuscire a navigarlo.

In questo senso, l’arca non è una garanzia contro il Diluvio.

È una risposta al fatto che il Diluvio esiste.

Il problema della preparazione

Qui emerge anche un limite della metafora.

Non tutte le crisi possono essere prevenute con disciplina e organizzazione. Esistono eventi casuali, malattie, catastrofi, guerre e tragedie che colpiscono persone preparate e impreparate allo stesso modo.

Dire a qualcuno che avrebbe dovuto “costruire meglio la propria arca” può quindi trasformarsi facilmente in una forma di colpevolizzazione.

La metafora funziona meglio se viene usata come invito alla preparazione, non come spiegazione retroattiva di ogni disgrazia.

Il punto più interessante: il mondo finisce molte volte

Forse la parte più profonda della lettura di Peterson è quella che riguarda la definizione stessa di “fine del mondo”.

Un mondo personale può finire senza che finisca il mondo.

Quando una persona perde il lavoro, quando una relazione si rompe o quando scopre qualcosa che cambia radicalmente la propria immagine di sé, il vecchio ordine può diventare irrecuperabile.

La sfida consiste allora nel non confondere la fine di un mondo con la fine di ogni possibilità.

Il Diluvio cancella il paesaggio precedente. Ma la storia continua.

Prima capire il caos, poi attraversarlo

La lezione che possiamo ricavare dal racconto, senza dover necessariamente accettare ogni passaggio dell’interpretazione di Peterson, è forse questa: una vita completamente priva di caos non è possibile.

Possiamo costruire ordine, ma non possiamo rendere l’ordine invulnerabile.

Possiamo prepararci, ma non possiamo conoscere ogni futura minaccia.

Possiamo imparare dal passato, ma non possiamo impedire al mondo di sorprenderci.

La domanda decisiva non è quindi soltanto “Come faccio a impedire che arrivi il Diluvio?”

È anche:

“Che cosa sto costruendo oggi che mi permetterà di attraversarlo quando arriverà?”

In sintesi

Per Jordan Peterson, il Diluvio Universale rappresenta psicologicamente l’irruzione del caos nell’ordine umano. L’acqua simboleggia l’ignoto, mentre l’arca rappresenta la struttura necessaria per attraversare una realtà che non possiamo controllare.

Il viaggio di Noè può essere accostato al motivo del viaggio nell’oltretomba: entrare in un territorio sconosciuto, incontrare informazioni che non possedevamo e tornare con una struttura personale diversa.

La lettura de L’Elastico aggiunge però una cautela: una metafora psicologica non deve essere trasformata in una spiegazione universale del testo biblico. Il suo valore sta nella capacità di aprire domande, non nel chiuderle.

Forse il significato più concreto dell’immagine dell’arca è proprio questo: non possiamo evitare ogni tempesta, ma possiamo decidere che cosa costruire prima che arrivi.

Il video originale

Biblical Series VI: The Psychology of the Flood — Jordan B. Peterson

Continua la Serie Biblica: Serie Biblica V – Caino e Abele, i fratelli ostili · Serie Biblica VII – Camminando con Dio – Noè e il diluvio · tutta la Serie Biblica

Fonti e approfondimenti

Trascrizione e capitoli della lezione

Materiale video di riferimento

Jordan B. Peterson — psicologo clinico e autore canadese, noto per i suoi lavori sulla psicologia, la personalità, il significato e l’interpretazione psicologica delle narrazioni religiose e mitologiche.


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Il Diluvio Universale letto attraverso la psicologia di Jordan Peterson: caos, ordine, ignoto, trasformazione e l’arca come struttura capace di attraversare la tempesta.

4 risposte a “Serie Biblica VI – Psicologia del Diluvio Universale”

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