Serie Biblica III – Dio e la gerarchia dell’autorità

Una struttura antica emerge dal caos e collega simbolicamente ordine, autorità e creazione.

di Jordan B. Peterson

Che cosa significa davvero dire che Dio crea il mondo? E perché, nella lettura di Jordan B. Peterson, la risposta conduce quasi inevitabilmente al problema dell’autorità?

La terza lezione della serie biblica parte da qui. Peterson non vuole ancora arrivare ad Adamo ed Eva: prima vuole fermarsi sulla figura di Dio creatore e sul significato della struttura che rende possibile l’esistenza di un mondo ordinato. È un passaggio meno narrativo dei precedenti, ma proprio per questo apre una domanda molto più ampia: da dove viene l’ordine che ci permette di capire ciò che abbiamo davanti?

Nella sua interpretazione, la risposta passa attraverso una triade: una materia o possibilità ancora informe, una struttura che rende possibile l’ordine e, infine, un’attività capace di trasformare quella possibilità in un mondo. Peterson collega questa intuizione alla rappresentazione cristiana del Padre, del Figlio e del Logos, ma la usa soprattutto come modello psicologico e fenomenologico.

Prima di vedere il mondo dobbiamo avere una forma con cui guardarlo

Una delle idee più importanti della lezione è anche una delle più facili da dare per scontate.

Quando guardiamo una stanza, ci sembra di ricevere semplicemente delle informazioni: ci sono una porta, un tavolo, una finestra, una persona. Ma Peterson invita a capovolgere la prospettiva. Non riceviamo passivamente un mondo già organizzato. Per poter vedere qualcosa come qualcosa, dobbiamo già possedere una struttura capace di riconoscere, distinguere e mettere in relazione ciò che incontriamo.

È una questione che Peterson collega anche a Kant e, in modo più sorprendente, alla storia dell’intelligenza artificiale. Per molto tempo si è sottovalutato quanto fosse difficile per una macchina percepire realmente un ambiente. Il problema non era soltanto raccogliere dati, ma trasformarli in una rappresentazione utilizzabile.

Vedere, in questa prospettiva, non è semplicemente registrare. È organizzare l’esperienza in modo da poter agire.

Il corpo viene prima della teoria

Peterson porta il ragionamento ancora più lontano. La percezione non sarebbe separabile dal corpo che percepisce.

Quando vediamo un oggetto, non lo registriamo soltanto come una forma. Il nostro sistema percettivo è già collegato alla possibilità di agire su quell’oggetto. Una bottiglia non è semplicemente una macchia di colore davanti ai nostri occhi: è qualcosa che possiamo afferrare, spostare, aprire, bere.

La percezione, quindi, è intimamente legata all’azione. E questo diventa importante per la lettura della Genesi: se l’essere umano è fatto per orientarsi e intervenire nel mondo, allora la struttura che organizza la percezione non è un dettaglio secondario. È una delle condizioni della nostra stessa esistenza.

Il Padre come struttura

È qui che Peterson torna alla figura di Dio Padre.

La sua proposta non è: “Dio è semplicemente il nostro cervello”. È una lettura simbolica molto più cauta. L’idea del Padre può essere interpretata come l’immagine di una struttura originaria che rende possibile la coscienza e l’organizzazione dell’esperienza.

Prima che possiamo dire “io vedo questo”, deve esserci qualcosa che rende possibile il vedere. Prima di formulare un giudizio, dobbiamo possedere una qualche struttura con cui distinguere una cosa dall’altra.

In questo senso il Dio Padre della lettura di Peterson non è ancora soprattutto il personaggio di una storia. È il principio strutturante che rende possibile un mondo intelligibile.

E poi c’è la Parola

Ma una struttura da sola non basta.

Serve qualcosa che utilizzi quella struttura per organizzare attivamente l’esperienza. Qui entra in scena il Logos, la Parola. Nel cristianesimo il tema diventerà centrale nel Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”. Peterson legge questa idea come la rappresentazione di una coscienza attiva che non si limita a registrare il mondo, ma lo formula e lo modifica.

Il collegamento con il linguaggio è fondamentale. Con le parole non ci limitiamo a descrivere ciò che è già lì. Possiamo formulare intenzioni, stabilire regole, promettere, ordinare, spiegare, correggere, progettare.

La parola diventa così una forza organizzatrice. Ma proprio per questo introduce una responsabilità enorme: se il linguaggio costruisce la nostra rappresentazione del mondo, cosa succede quando quella rappresentazione è falsa?

La verità non è soltanto una virtù morale

Qui la lezione prende una direzione sorprendentemente concreta.

Peterson collega il problema della verità alla pratica psicologica. Se una persona non riesce a descrivere correttamente ciò che le sta accadendo, diventa molto difficile intervenire sul problema. Una realtà deformata dalle omissioni, dalle bugie e dalle auto-giustificazioni può diventare una trappola.

La terapia, nella sua interpretazione, richiede quindi un incontro con la verità. Non perché dire sempre tutto sia semplice o privo di conseguenze, ma perché non possiamo correggere ciò che non siamo disposti a vedere.

La stessa logica vale fuori dallo studio di uno psicologo. In una relazione, una menzogna non aggiunge semplicemente una frase falsa: modifica il mondo che due persone condividono. Una promessa, invece, può creare una struttura di fiducia. Una confessione può rendere finalmente affrontabile un problema che fino a quel momento rimaneva senza nome.

La verità diventa allora qualcosa di più di una regola morale. Diventa una condizione per mantenere un rapporto sufficientemente stabile con la realtà.

Autorità non significa semplicemente potere

A questo punto arriva il tema centrale del titolo: la gerarchia dell’autorità.

Peterson mette in discussione l’idea secondo cui una gerarchia sarebbe necessariamente una struttura fondata sulla pura forza. Secondo la sua lettura, in molte situazioni l’autorità può essere legata alla competenza, alla responsabilità e alla capacità di mantenere una struttura funzionante.

La distinzione è importante. Potere e autorità possono coincidere, ma non sono la stessa cosa.

Una persona può costringere qualcuno a fare qualcosa perché possiede più forza o più potere. Ma questo non significa automaticamente che gli altri la riconoscano come autorevole. L’autorità stabile, nella lettura di Peterson, nasce anche dal fatto che una persona dimostra di saper svolgere una funzione che gli altri considerano necessaria.

È per questo che Peterson preferisce progressivamente parlare di autorità e competenza piuttosto che soltanto di dominanza. Un genitore, un insegnante, un medico, un comandante o un responsabile di un’organizzazione non esercitano necessariamente autorità perché sono “più forti” degli altri. La loro posizione implica soprattutto una responsabilità maggiore verso ciò che dipende da loro.

Una gerarchia può essere anche una mappa

Qui la gerarchia smette di essere soltanto una scala sociale.

Una gerarchia può essere una maniera di organizzare la complessità. Quando sappiamo che cosa viene prima e che cosa viene dopo, quali responsabilità appartengono a chi, quali regole valgono e quali obiettivi hanno priorità, possiamo muoverci all’interno di un sistema senza dover ricostruire tutto da zero ogni volta.

In questo senso una gerarchia è anche una mappa del significato.

Ma una mappa non è il territorio. E qui sta il rischio opposto: quando la struttura che ci permette di orientarci diventa più importante della realtà che dovrebbe rappresentare.

Quando l’ordine diventa una gabbia

È una delle tensioni più interessanti della lezione.

Abbiamo bisogno dell’ordine perché senza ordine non riusciamo a orientarci. Ma abbiamo anche bisogno del caos, perché il caos rappresenta ciò che ancora non conosciamo e quindi ciò da cui può arrivare nuova informazione.

Un ordine assolutamente rigido non sarebbe la soluzione definitiva. Se tutto ciò che incontriamo deve essere immediatamente ricondotto alle nostre categorie precedenti, smettiamo di imparare.

La vita richiede quindi una posizione intermedia: abbastanza ordine da poter agire, abbastanza apertura da poter correggere l’ordine quando la realtà ci dimostra che non funziona più.

Il significato nasce sul confine

Verso la parte finale della lezione, Peterson torna proprio a questa immagine: caos e ordine non sono due mondi completamente separati. Ogni ordine contiene la possibilità di essere trasformato; ogni caos contiene la possibilità di diventare ordine.

È sul confine tra i due che, secondo Peterson, si trova una parte importante dell’esperienza del significato.

Quando siamo completamente immersi nel caos, siamo disorientati. Quando invece siamo chiusi in un ordine completamente prevedibile, non abbiamo più nulla da scoprire. Nel mezzo c’è la condizione in cui possediamo abbastanza sicurezza per muoverci e abbastanza incertezza per essere costretti a prestare attenzione.

È anche una buona descrizione di ciò che significa imparare.

La Bibbia come mappa psicologica

È a questo punto che la lettura di Peterson mostra il suo metodo. La Bibbia non viene trattata soltanto come una cronaca da verificare o come un insieme di precetti religiosi. Le sue storie vengono interrogate come strutture simboliche che possono contenere informazioni sulla natura umana.

Questo non significa che una lettura psicologica dimostri la verità teologica del testo. Sono piani differenti. Significa piuttosto che un racconto può continuare a essere significativo anche quando lo si legge come una rappresentazione condensata di problemi umani ricorrenti.

Ed è forse questo il punto più interessante della terza lezione: prima ancora di chiederci se crediamo o non crediamo in Dio, possiamo chiederci che cosa significa per un essere umano vivere in un mondo che deve continuamente essere interpretato, ordinato e corretto.

L’Elastico: tra autorità e libertà

La parola “autorità” può generare immediatamente diffidenza. Eppure la lezione di Peterson obbliga a distinguere almeno due cose: l’autorità come imposizione e l’autorità come responsabilità.

Una società, una famiglia o persino una singola persona hanno bisogno di strutture. Ma quelle strutture devono rimanere abbastanza elastiche da poter essere corrette quando non corrispondono più alla realtà.

Forse è proprio qui che il titolo di questo giornale incontra la lezione: l’ordine deve avere struttura, ma non deve spezzarsi quando incontra qualcosa che non aveva previsto.

Abbiamo bisogno di regole, ma anche della capacità di riconoscere quando una regola sta fallendo. Abbiamo bisogno di autorità, ma anche della possibilità di contestarla quando perde la sua funzione. Abbiamo bisogno di una mappa, ma dobbiamo ricordare che la mappa non è il territorio.

La domanda che rimane alla fine non è quindi semplicemente “ordine o caos?”. È una domanda più difficile: come costruiamo un ordine abbastanza solido da permetterci di vivere, ma abbastanza aperto da permetterci di imparare?


🎥 Vuoi ascoltare direttamente Jordan B. Peterson? Guarda il video originale su YouTube. L’Elastico consiglia di guardarlo.

Biblical Series III: God and the Hierarchy of Authority

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Chi è Jordan B. Peterson?

Jordan B. Peterson è uno psicologo clinico, autore ed educatore canadese, professore emerito di psicologia all’Università di Toronto. È noto per i suoi libri, le sue lezioni online e i suoi lavori dedicati alla psicologia, alla mitologia, alla religione e al significato.

La lezione da cui nasce questo articolo fa parte della serie dedicata alla significatività psicologica delle storie bibliche e fu registrata nel 2017. In questa terza tappa Peterson approfondisce il significato simbolico di Dio creatore, della struttura, del Logos e dell’autorità prima di passare alle vicende di Adamo ed Eva.

Fonte dell’articolo: Jordan B. Peterson, “Biblical Series III: God and the Hierarchy of Authority”, 2017.

Le interpretazioni psicologiche e filosofiche riportate nell’articolo sono attribuite a Peterson e rappresentano la sua lettura del testo biblico; non costituiscono una traduzione o una trascrizione della lezione.


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Nella terza lezione della serie biblica Jordan B. Peterson passa dalla creazione alla struttura che rende possibile un mondo intelligibile: Dio Padre, il Logos, la verità e il significato dell’autorità.

4 risposte a “Serie Biblica III – Dio e la gerarchia dell’autorità”

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