Serie Biblica VIII – La fenomenologia del divino

Una città antica dominata da una torre che crolla, con un gruppo di viaggiatori che si allontana verso il paesaggio al tramonto e un nastro rosso che attraversa la scena.

di Jordan B. Peterson

Con la Torre di Babele si chiude, nella lettura di Jordan Peterson, la prima grande sequenza mitica della Genesi. Dopo il Diluvio e Babele, però, qualcosa cambia: entra in scena Abramo, una figura che non appartiene più soltanto al mondo dei grandi archetipi, ma viene presentata come un individuo riconoscibile, inserito in una storia e in una genealogia.

È qui che Peterson colloca il passaggio dal mito alla storia. Ma è anche qui che nasce una domanda molto più difficile: che cosa significa, per un essere umano moderno, raccontare che Dio si manifesta a una persona?

La sua ottava lezione della Biblical Series prova a rispondere proprio a questa domanda. E per farlo attraversa la Torre di Babele, il problema delle utopie, Dostoevskij, Jung, la coscienza, le esperienze mistiche e infine la figura di Abramo.

Babele: quando l’ordine diventa troppo grande

Prima di arrivare ad Abramo, Peterson torna per un momento alla storia della Torre di Babele.

Gli uomini parlano una sola lingua, si stabiliscono insieme e decidono di costruire una città e una torre capace di raggiungere il cielo. L’obiettivo non è soltanto costruire: è creare una struttura abbastanza grande da garantire unità, potere e permanenza.

La domanda di Peterson è semplice: perché Dio dovrebbe opporsi?

Una possibile risposta emerge se smettiamo di leggere Babele soltanto come una storia sulla disobbedienza religiosa e la consideriamo come una riflessione sulla dimensione delle strutture umane.

Una società può diventare così grande, complessa e centralizzata da perdere il rapporto con le persone che la compongono. Un sistema nato per coordinare gli esseri umani può finire per diventare qualcosa che pretende di sostituirsi a loro.

È questa, per Peterson, una delle chiavi della storia di Babele: l’avvertimento contro la presunzione di costruire un sistema capace di comprendere e organizzare tutto.

La torre che vuole arrivare al cielo

La cosa interessante è che Babele non rappresenta necessariamente un progetto malvagio all’origine. Gli uomini vogliono costruire. Vogliono organizzarsi. Vogliono creare qualcosa di grande.

Il problema nasce quando il progetto pretende di diventare totale.

Peterson collega questa idea alle grandi visioni utopiche moderne: l’idea che sia possibile progettare una società perfetta, eliminare l’incertezza e costruire una struttura capace di risolvere definitivamente i problemi umani.

Qui entra in gioco Dostoevskij. Nella lettura di Peterson, la critica alla società perfetta contenuta nelle Memorie dal sottosuolo anticipa una delle grandi intuizioni politiche del Novecento: l’essere umano non è una macchina che desidera semplicemente comfort, sicurezza e prevedibilità.

Abbiamo bisogno anche di rischio, movimento, scoperta, difficoltà e possibilità di scelta. Un mondo completamente pianificato potrebbe diventare, proprio perché completamente pianificato, profondamente disumano.

Il punto non è che ogni grande progetto collettivo sia destinato a fallire. È più sottile: più un sistema pretende di comprendere e controllare ogni aspetto della vita, più aumenta il rischio che la sua stessa dimensione diventi una fonte di fragilità.

“Troppo grande per fallire”

Peterson porta questa riflessione fino alla crisi finanziaria del 2008 e all’espressione too big to fail.

La sua provocazione è che forse dovremmo capovolgere la formula: quando una struttura diventa così grande da non poter più essere lasciata fallire, potrebbe essere proprio la sua dimensione a rappresentare il problema.

È una lettura politica e sociale della Torre di Babele: quando il sistema cresce oltre una certa scala, il vertice si allontana progressivamente dalla base.

Peterson usa questa idea anche per riflettere sui processi di integrazione politica e sulla crescita delle grandi strutture sovranazionali, osservando che una struttura deve essere abbastanza grande da proteggere i propri membri, ma anche abbastanza vicina da permettere loro di sentirsi parte di essa.

La tesi appartiene al contesto politico del 2017 in cui la lezione fu tenuta. Non è necessario condividerla per coglierne il problema generale: come facciamo a impedire che gli strumenti creati per organizzare la società finiscano per diventare più importanti delle persone che dovrebbero servire?

Due pericoli: il caos e la torre

A questo punto Peterson vede una continuità tra il Diluvio e Babele.

Il Diluvio rappresenta il rischio che la corruzione, la cecità e l’irresponsabilità producano una catastrofe naturale o sociale. Babele rappresenta invece il pericolo opposto: la costruzione di una struttura umana che cresce oltre misura e finisce per produrre frammentazione e disintegrazione.

Da una parte c’è l’incapacità di costruire ordine.

Dall’altra c’è la costruzione di un ordine così assoluto da diventare distruttivo.

È una tensione che attraversa moltissime società: abbiamo bisogno di istituzioni, regole e organizzazione, ma abbiamo anche bisogno che quelle istituzioni rimangano proporzionate alla realtà umana che dovrebbero governare.

E poi arriva Abramo

Con Abramo, secondo Peterson, la Bibbia entra in una fase diversa.

Dopo Adamo, Caino, Noè e la Torre di Babele, ci troviamo davanti a un individuo collocato in una genealogia e in un contesto storico più riconoscibile.

È come se la storia biblica iniziasse due volte: prima con la caduta dell’uomo e poi, in un senso ancora più concreto, con la comparsa di persone chiamate ad assumersi una responsabilità sempre maggiore.

Abramo è fondamentale perché Dio non è più soltanto una presenza cosmica o una forza che agisce sul mondo. Dio parla a una persona.

E questo, per un moderno, è molto difficile da comprendere.

Che cosa significa “esperienza di Dio”?

Qui si trova il cuore della lezione.

Peterson non tenta semplicemente di dimostrare che Dio esiste. La domanda è precedente: che tipo di esperienza descrivono gli esseri umani quando parlano di Dio?

È questo il senso della parola “fenomenologia” nel titolo: partire dal fenomeno così come viene vissuto e descritto, invece di risolvere immediatamente la questione stabilendo se l’oggetto dell’esperienza sia metafisicamente reale oppure no.

Una persona può avere un’esperienza che interpreta come presenza divina. Possiamo studiare quella esperienza, chiederci come si manifesta, quali effetti produce e come viene trasformata in linguaggio e racconto.

Resta poi una domanda ulteriore: questa esperienza dimostra l’esistenza di una realtà trascendente?

Peterson è molto più prudente su questo punto. Il fatto che una particolare esperienza sia reale per chi la vive non stabilisce automaticamente che la sua interpretazione metafisica sia corretta.

Il cervello e l’esperienza del trascendente

Per esplorare questa possibilità Peterson passa attraverso la psicologia e le neuroscienze.

Parla della differenza tra il senso di sé come individuo specifico e forme di coscienza nelle quali il confine tra individuo e mondo sembra attenuarsi. Richiama esperienze neurologiche, studi sulla coscienza e testimonianze di esperienze mistiche.

Il punto non è sostenere che una determinata area del cervello “sia Dio”. È l’opposto: il cervello sembra possedere capacità che rendono possibili forme molto diverse di esperienza, compresa quella che gli esseri umani hanno storicamente interpretato come incontro con il divino.

Questo apre una possibilità affascinante e scomoda allo stesso tempo.

Forse l’esperienza religiosa è una caratteristica profonda della coscienza umana. Ma da questo non segue automaticamente che sappiamo che cosa esista al di là dell’esperienza.

Huxley, Jung e le porte della coscienza

Una parte consistente della lezione è dedicata ad Aldous Huxley e Carl Jung.

Peterson racconta l’esperienza di Huxley con la mescalina e la sua descrizione di una realtà percepita come intensamente significativa, luminosa e quasi eterna. Le esperienze psichedeliche diventano così un caso particolare attraverso cui interrogarsi su quanto possa essere ampia la coscienza umana.

Ma Peterson non presenta queste esperienze come una scorciatoia verso la verità.

Al contrario, attraverso Jung introduce un avvertimento fondamentale: un’esperienza straordinaria non significa automaticamente che la persona che l’ha vissuta abbia acquisito una conoscenza straordinaria.

Jung, nella lettura proposta da Peterson, teme soprattutto l’inflazione dell’Io: il rischio che una persona abbia un’esperienza di qualcosa di enorme e finisca per identificare se stessa con quella grandezza.

È un’idea sorprendentemente attuale. Una visione, una rivelazione o un’intuizione possono essere trasformative. Ma possono anche diventare un nuovo modo per raccontarsi di essere speciali.

La vera prova, quindi, non è soltanto ciò che si è visto.

È ciò che si fa dopo averlo visto.

Jung e il ritorno del simbolico

Per Peterson, Jung occupa un posto particolare nella storia della cultura occidentale perché tenta di ricucire una frattura: quella tra la descrizione scientifica dell’essere umano e il mondo dei simboli religiosi.

Freud aveva contribuito a portare l’inconscio al centro della psicologia, ma Jung va oltre nell’interpretazione del materiale religioso e mitologico. Gli archetipi, nella sua prospettiva, non sono semplicemente superstizioni da eliminare: sono forme attraverso cui l’essere umano organizza e riconosce pattern profondi dell’esperienza.

Questo non significa che ogni mito sia letteralmente vero.

Significa che un racconto può essere psicologicamente significativo anche quando non viene letto come cronaca.

Ed è proprio questo il ponte che Peterson cerca di costruire verso Abramo.

Dio che si ritira, l’uomo che emerge

Peterson osserva poi un possibile movimento lungo la Bibbia: all’inizio Dio appare in modo diretto e quasi fisico; man mano che la narrazione procede, gli individui diventano sempre più complessi, autonomi e responsabili.

Non significa necessariamente che Dio “sparisca”. È una trasformazione del modo in cui la presenza divina viene rappresentata.

Ed è una trasformazione interessante perché coincide con l’emergere della persona.

Adamo ed Eva sono esseri umani che scoprono la propria responsabilità. Noè diventa l’uomo che costruisce un’arca in mezzo a un mondo corrotto. Abramo riceve una chiamata e si mette in viaggio. Mosè, più avanti, assumerà una responsabilità ancora maggiore.

La Bibbia può quindi essere letta anche come una lunga sequenza di esperimenti narrativi sulla domanda: che tipo di essere umano può vivere in modo adeguato dentro un mondo caotico?

Abramo non è un supereroe

Un altro elemento importante della lettura di Peterson è che i protagonisti biblici non vengono presentati come persone perfette.

Abramo ha paura, mente, cerca scorciatoie, prende decisioni discutibili. È proprio questo a renderlo interessante.

Se il personaggio fosse perfetto, sarebbe difficile riconoscersi in lui.

Invece la Bibbia costruisce figure che sbagliano e continuano comunque a muoversi nella direzione di qualcosa di più grande.

La responsabilità non nasce dalla perfezione.

Nasce dalla capacità di rispondere a una chiamata anche quando siamo imperfetti.

Il commento de L’Elastico

La parte più forte: Babele come problema di scala

La lettura di Babele proposta da Peterson è probabilmente la parte più immediatamente politica della lezione.

La sua intuizione non richiede necessariamente di credere alla storia biblica. Ogni società deve affrontare il problema della scala: quanto deve essere grande un’istituzione? Quanto potere può essere concentrato? Quanto lontano può essere il decisore dalla persona sulla quale la decisione ricade?

La risposta non può essere semplicemente “più piccolo è meglio”. Le istituzioni grandi possono essere necessarie e possono proteggere diritti, economie e comunità. Ma la distanza può diventare un problema quando nessuno riesce più a capire come il sistema funzioni o a percepire di avere una voce al suo interno.

Babele funziona allora come una metafora della perdita di proporzione.

Ma attenzione alla tentazione di spiegare tutto con un solo mito

Qui però bisogna tirare l’Elastico anche dall’altra parte.

È seducente vedere Babele ovunque: nei grandi Stati, nelle multinazionali, nelle organizzazioni internazionali, nelle burocrazie, nella tecnologia. Ma una metafora non è una prova.

Le società diventano instabili per ragioni molto diverse e non ogni grande istituzione è destinata a collassare perché è grande.

La forza della lettura di Peterson sta quindi soprattutto nella domanda che produce, non nella possibilità di usarla come una legge universale:

quando un sistema nasce per servire l’uomo, come facciamo a capire se ha cominciato a chiedere all’uomo di servire il sistema?

E la fenomenologia del divino?

Qui la questione diventa ancora più interessante.

Possiamo liquidare l’esperienza religiosa dicendo che è soltanto un’illusione? Possiamo invece concludere che ogni esperienza mistica dimostra l’esistenza di Dio?

Entrambe le risposte sono più semplici del problema.

L’esperienza esiste. Le persone hanno davvero vissuto stati di coscienza nei quali il mondo appare radicalmente diverso, più significativo, più interconnesso o più vicino a qualcosa di trascendente. Possiamo studiare i correlati neurologici, psicologici e culturali di questi stati.

Ma resta aperta la domanda filosofica su che cosa significhi tutto questo.

Il cervello può spiegare come viviamo un’esperienza senza avere necessariamente risolto che cosa significhi quell’esperienza.

Ed è proprio in questo spazio che la fenomenologia diventa interessante: non obbliga né alla fede né al materialismo. Costringe prima di tutto a guardare il fenomeno.

La domanda che Peterson lascia aperta

Alla fine, la lezione non risolve il problema di Dio.

Forse non potrebbe farlo.

Fa qualcosa di più utile: mostra quanto sia difficile persino formulare correttamente la domanda.

Che cosa accade quando un essere umano sente di essere chiamato da qualcosa che considera più grande di sé?

È una voce esterna? Un’intuizione? Un archetipo? Un prodotto della coscienza? Un’esperienza neurologica? Una manifestazione di una realtà trascendente?

Peterson non pretende di poter chiudere la questione.

E forse è proprio questo il punto più interessante.

Dopo aver raccontato uomini che tentano di costruire una torre fino al cielo, la Bibbia ci porta davanti a un uomo che, invece di costruire il cielo, si mette in cammino.

Babele cerca di portare l’uomo verso il cielo attraverso una struttura.

Abramo comincia invece da una chiamata e da un viaggio.

Forse la differenza è tutta qui: non possiamo costruire una struttura abbastanza grande da eliminare l’ignoto. Possiamo soltanto imparare a entrarci dentro.


Il video originale

Jordan B. Peterson – Lecture: Biblical Series VIII: The Phenomenology of the Divine

La lezione è stata pubblicata nel 2017 e dura circa due ore e quaranta minuti. È la continuazione della serie dedicata alla psicologia dei racconti biblici.

Guarda il video originale su YouTube →

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Le interpretazioni riportate nell’articolo sono attribuite a Jordan B. Peterson e rappresentano la sua lettura dei testi biblici e dei fenomeni discussi nella lezione. Il commento successivo appartiene a L’Elastico.

Fonte principale: Jordan B. Peterson, “Biblical Series VIII: The Phenomenology of the Divine”, 2017.


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Dalla Torre di Babele ad Abramo: Jordan Peterson riflette sul pericolo dei sistemi totalizzanti e sulla difficile domanda dell’esperienza del divino.

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